Quando si parla di compiti per casa, di solito ci si concentra sul tempo passato a studiare fuori dalla scuola o sul carico eccessivo durante le vacanze. Se è vero che l’Italia ha il record europeo di ore dedicate ai compiti per casa, c’è una questione altrettanto importante di cui si parla troppo poco.
A sollevare la questione è una lettera inviata dalla madre di un alunno di terza primaria e pubblicata su Famiglia Cristiana
. Secondo la donna, i compiti per casa prevedono spesso l’apertura di link su social e pagine web, che rendono necessario l’uso di dispositivi come smartphone e tablet.
Ma si tratta di una pratica necessaria, soprattutto in una scuola che cerca di limitare l’abuso della tecnologia?
Troppi compiti “digitali” per casa
A rispondere all’appello della madre è Alberto Pellai, psicoterapeuta e scrittore, che da subito esprime una posizione critica sui compiti per casa che fanno largo uso della tecnologia. Soprattutto nella scuola primaria.
E il suo ragionamento è molto semplice: negli ultimi anni è cresciuta in modo evidente la consapevolezza sull’impatto che il digitale ha nella vita degli studenti. Di conseguenza, sempre più famiglie cercano di ritardare l’uso di smartphone e tablet, privilegiando forme di apprendimento più tradizionali. Un approccio che ancora la scuola, o meglio un certo modo di fare scuola, fatica a recepire:
Capita così che già alle elementari, ma ancora di più alla scuola secondaria di primo grado, molte famiglie si trovino obbligate a dotare un figlio di smartphone o tablet per svolgere i compiti per casa.
Da un lato, continua Pellai, la ricerca è ormai concorde nel dire che la disponibilità di strumenti digitali non favorisce un migliore apprendimento. Dall’altro, molti docenti continuano a ritenere che lezioni e compiti debbano includere una componente digitale, obbligando all’uso dei dispositivi elettronici anche a casa.
Un approccio tradizionale e moderno
Il problema dei compiti per casa che obbligano a servirsi della rete non è soltanto attuale, ma è anche parte di una questione ben più ampia. In generale, essa riguarda l’uso e l’abuso della tecnologia, soprattutto per via della dipendenza da social media e piattaforme simili.
A farne le spese sono le nuove generazioni, tanto che diversi Paesi hanno deciso di provare a limitare la diffusione di smartphone e social fra i più giovani. In particolare:
- la Danimarca ha reintrodotto a scuola forme di apprendimento considerate tradizionali;
- l’Australia ha vietato i social media ai minori di 16 anni;
- la Francia ha vietato l’uso degli schermi per i bambini fino a 3 anni.
E in Italia? Sin dal suo annuncio, ha fatto scalpore la decisione di vietare il cellulare anche alla secondaria di secondo grado presa da Giuseppe Valditara. Al netto del giudizio nel merito, è chiaro l’intento: va bene utilizzare la tecnologia a scuola, ma soltanto se l’approccio moderno non elimina quello tradizionale.
Con l’Europa che sembra voler andare nella stessa direzione.
Limitare la tecnologia (anche) a casa
È in questo quadro che si inserisce il consiglio di Alberto Pellai nella sua risposta alla lettera aperta. Ai genitori, lo psicoterapeuta consiglia di sollevare la questione con la scuola, magari in consiglio di classe, chiedendo apertamente e senza polemica se lo smartphone sia davvero indispensabile per l’apprendimento nella scuola primaria. L’appello ai docenti è invece diverso:
Consiglio a tutti i maestri che leggono questa rubrica e devono svolgere attività didattiche che prevedono l’uso di device elettronici di svolgerle in classe, insieme al docente. Mentre a casa, ancor di più se alla scuola primaria, nessuna attività dovrebbe prevedere l’utilizzo di strumenti digitali.
Insomma, meglio prediligere compiti che sappiano stimolare l’uso della carta e della penna, l’esercizio della lettura e della scrittura. Questa scelta permetterebbe alle famiglie di proteggere i più giovani da un’esposizione precoce ai dispositivi elettronici, che verrebbero introdotti più avanti, in modo più consapevole. D’altronde, limitare il digitale non significa tornare indietro, ma creare le giuste condizioni per andare avanti.










