A diversi anni dall’omicidio di Willy Monteiro Duarte, ucciso a Colleferro nel settembre 2020, continuano a far discutere le modalità in cui questa vicenda è stata raccontata. Ne parla Christian Raimo, insegnante e scrittore, in un approfondimento pubblicato negli Appunti di Stefano Feltri
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Secondo Raimo, intorno a Willy si è costruito un racconto fatto di simboli e risposte facili, dichiarazioni solenni e iniziative superficiali. Se a mancare è un’analisi seria delle responsabilità collettive, lo scrittore e docente chiede invece di tornare all’inizio a cambiare prospettiva. Con alcune parole destinate a far discutere: “Intitolate a Willy una nuova scuola, non un Daspo o una Giornata del rispetto”.
rischio di strumentalizzazione
Nel suo approfondimento, Christian Raimo critica con forza tutta la narrazione costruita sull’omicidio di Willy Monteiro Duarte, dai giornali ma non solo.
Piuttosto che interrogarsi sulle fratture sociali di un territorio fragile e sulle dinamiche di una maschilità violenta e prevaricatrice, sostiene lo scrittore, istituzioni e media hanno scelto la strada più semplice. Il Daspo Willy e la Giornata del rispetto rappresentano, in quest’ottica, provvedimenti superficiali. E continua:
Queste iniziative non solo non onorano la memoria di un ragazzo di vent’anni ma rappresentano una schifezza retorica, un alibi per istituzioni che latitano dove dovrebbero invece educare e proteggere. Il primo passo di questa strumentalizzazione è stata la deformazione della realtà attraverso i media.
E gli esempi, secondo Raimo, sono sotto gli occhi di tutti: sogni mai avuti attribuiti a Willy, origini inventate, una lettera falsa attribuita alla madre, e così via. Tutti sacrifici sull’altare della narrazione strappalacrime, utile a commuovere ma incapace di spiegare.
desertificazione del territorio
Allo stesso tempo, continua il docente, non c’è stata una vera riflessione sulla violenza dei fratelli Bianchi e degli altri imputati. Nessuna domanda sul contesto da cui ha avuto origine, sulle dinamiche che l’hanno alimentata, sul territorio sul quale è cresciuta. Al suo posto, ha trovato ampio spazio una narrazione che li ha resi mostri, irredimibili e inafferrabili:
Questo ha impedito di analizzare il contesto: il ruolo della mascolinità egemone, il culto della forza fisica e l’abitudine a una violenza a chiamata […]. Quale educazione hanno avuto gli assassini? Dove si sono formati per essere dei violenti? La risposta è semplice: in una comunità dove hanno tolto le scuole.
Secondo Christian Raimo non è soltanto impossibile scindere gli assassini da un tessuto sociale frastagliato e desertificato, ma è anche ingiusto per le vittime.
Per questa ragione, misure come il Daspo Willy e la Giornata del Ricordo appaiono carenti, a dir poco: non sono frutto di una riflessione, ma di una spettacolarizzazione.
“Intitolate a Willy una nuova scuola”
Ha i presupposti che abbiamo appena visto l’esortazione finale di Christian Raimo: “Intitolate a Willy una nuova scuola, non un Daspo o una Giornata del rispetto”. Una scuola, insomma, che diventi un porto sicuro come lo è stata negli anni per Willy e i suoi amici.
A cosa servono daspo e giornate commemorative, si chiede lo scrittore, quando ci sono poche prospettive per il futuro nella Valle del Sacco? Cosa può offrire questo territorio desertificato e ignorato oltre a disoccupazione e sfruttamento, a pendolarismo ed emigrazione? Dovrebbero essere queste le domande da porsi.
E forse, a margine delle considerazioni di Raimo, è possibile intendere il suo invito anche in un modo diverso. “Intitolate a Willy una nuova scuola” costituisce infatti un’esortazione reale e concreta, certo, ma potrebbe anche voler essere un invito a creare una scuola diversa.
Una scuola intesa in senso più ampio e generale, come istituzione, e che pertanto riguarda tutti noi.









