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APPRENDIMENTO

Alla secondaria troppe lezioni frontali? L’invito: “I prof imparino la didattica aperta dalle maestre della primaria e dell’infanzia”

La lezione frontale è da sempre uno dei pilastri della didattica scolastica: è riconoscibile e rassicurante, persino familiare. Non sorprende quindi che il 70% dei docenti la utilizzi ancora come metodologia principale.

Allo stesso tempo, però, il contesto in cui si muove oggi la scuola è estremamente complesso e dinamico: la società cambia e con essa gli studenti, che necessitano di un apprendimento più interattivo e dinamico rispetto al passato.

Di fronte a questa esigenze, allora, la scuola deve trovare il modo di superare il modello della lezione frontale senza per questo rinunciare al suo ruolo. La sfida non è quindi abbandonare del tutto la didattica tradizionale, ma tornare a coinvolgere gli studenti mediante esperienza e cooperazione.

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I limiti della lezione frontale

Per lungo tempo lezione frontale è rimasta alla base dell’apprendimento, dalla scuola primaria all’università e oltre. E per delle ottime ragioni: si tratta di un approccio molto efficace quando è necessario organizzare i contenuti, introdurre nuovi concetti o approcciare materie complesse.

I limiti della lezione frontale nascono quando questo approccio diventa l’unico, senza variazioni o metodi alternativi che permettano di arricchire la didattica. In una società complessa in cui gli studenti sono sottoposti a tanti stimoli tutti diversi fra loro, anche le modalità dell’apprendimento diventano importanti.

Per quanto sia utile, allora, la lezione frontale non può essere utilizzata in modo esclusivo ma va superata e compensata con altre metodologie. Lo stesso Piero Angela si era espresso a favore di un cambiamento del genere, che fosse in grado di tornare a emozionare gli studenti e portare il mondo in classe.

E forse è arrivato il momento di andare in questa direzione.

Se vogliamo che la didattica frontale ceda il passo e conviva con tecnologie più attive bisogna investire nella formazione dei docenti. Il livello di istruzione gioca infatti un ruolo fondamentale nei confronti dell’utilizzo delle didattiche attive, ecco perché c’è bisogno di un investimento per essere degli innovatori a scuola

Dario Ianes e Benedetta Zagni al Corriere

esperienza e cooperazione

L’approccio della lezione frontale viene ribaltato dalla didattica attiva, secondo cui l’apprendimento nasce dall’esperienza e dalla rielaborazione personale. In un quadro del genere, la ricezione dei contenuti è soltanto il primo passo di un processo di cui lo studente è protagonista, sotto la guida attenta del docente.

Si tratta di una visione che si basa sulla pedagogia attiva di John Dewey del learning by doing, il concetto secondo cui si impara meglio facendo. E i benefici sono diversi, fra cui un maggiore coinvolgimento e una migliore collaborazione, una maggiore fiducia e una migliore creatività. Un discorso simile si può fare anche per l’apprendimento attivo di Lev Vygotskij e per il ruolo che l’esperienza ha nella costruzione delle conoscenze. Ma soltanto a patto di non limitarsi alla lezione frontale.

Insomma, una didattica attiva fa uso di laboratori, momenti di confronto collettivo, analisi di situazioni e problemi, discussioni, tutti approcci che permettono agli studenti di agire e confrontarsi, di attribuire senso a ciò che studiano. Mediante esperienza e cooperazione, gli studenti smettono quindi di essere riceventi passivi e diventano protagonisti del loro stesso apprendimento.

I docenti della scuola secondaria di secondo grado dovrebbero svolgere un anno sabbatico nella scuola dell’infanzia per apprendere i meccanismi dell’apprendimento e dell’educazione nella prima infanzia: sarebbe un vero e proprio bagno, non solo di umiltà, ma anche di competenza didattica ed educativa.

Dario Ianes al Corriere

una scuola più moderna

Decantare i meriti della didattica attiva a discapito della lezione frontale non vuol dire gettare via la seconda e tenere soltanto la prima. Né auspicare una rivoluzione che, dall’oggi al domani, stravolga completamente secoli di educazione e tradizione.

La scuola moderna non è restia alle innovazioni, se ben dosate e calate nel contesto dell’apprendimento. Si pensi al valore delle pause attive per l’attenzione degli studenti, all’uso dei videogiochi educativi in classe, all’adozione del metodo finlandese nelle scuole italiane.

Fra queste innovazioni, non può non esserci una graduale diversificazione della didattica frontale, anche con piccoli momenti di dialogo e piccoli gesti. Diventa inoltre necessario investire sulla formazione degli insegnanti, in modo da renderli parte attiva del cambiamento, e non mere vittime sacrificali.

Sono tante le critiche che oggi vengono mosse alla scuola e alla didattica più tradizionale, alcune delle quali tutt’altro che errate. Allo stesso tempo, è lecito aspettarsi che la scuola stessa sia in grado di leggere i cambiamenti della società e, quando necessario, saperli prevedere.

Adattandosi ad essi, senza perdere sé stessa.

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