Dopo Australia e Francia, anche la Germania vuole introdurre restrizioni all’uso dei social media da parte dei minori di 16 anni. Si tratta di una tendenza ormai sempre più diffusa che ha l’obiettivo di rimettere al centro la salute mentale, lo sviluppo cognitivo e il rendimento scolastico dei più giovani.
A parlarne è stato il cancelliere tedesco Friedrich Merz che, durante il podcast Machtwechsel
, si è espresso positivamente nei confronti di una regolamentazione più severa. Se però in Europa e nel mondo si discute sempre di più di vietare i social ai minori, in Italia la situazione è quantomeno paradossale.
Vietare i social ai minori di 16 anni
Quando si parla di smartphone e giovani, si pensa di solito al divieto di esporre i bambini agli schermi oppure ai divieti che hanno coinvolto la scuola. Da mesi diversi Paesi stanno adottando un approccio ancora più radicale, che intende vietare l’uso dei social media ai minori di 15 o 16 anni. Di recente, anche Friedrich Merz si è detto favorevole a una stretta che va in questa direzione, e la ragione è semplice:
Se oggi i bambini di 14 anni passano fino a 5 ore e più al giorno davanti a uno schermo, se l’intera socializzazione avviene solo attraverso questo mezzo, allora non dobbiamo stupirci dei deficit di personalità e dei problemi nel comportamento sociale dei giovani.
Il cancelliere tedesco parla dell’impatto che piattaforme come TikTok e Instagram hanno sulla salute dei bambini e degli adolescenti. Non si tratta di un mistero, e le conseguenze di un abuso dei social media si vedono nelle modalità di socializzazione e nel rischio di sviluppare una dipendenza.
Proteggere i bambini dal digitale
Friedrich Merz ha confermato che si discuterà del nuovo divieto in seno alla maggioranza di governo, e quindi potremo presto vedere una norma ad hoc. Come dicevamo in introduzione, mentre Paesi come la Danimarca stanno ripensando il ruolo del digitale nella crescita di bambini e adolescenti, la linea tedesca si ispira a quella australiana e a quella francese.
Che sia necessaria una stretta non è certo una novità, sia in Europa sia nel resto del mondo. E se, come anche Emmanuel Macron ha dichiarato, l’obiettivo è quello di “proteggere i bambini in un’età in cui devono avere il tempo di giocare, imparare e concentrarsi a scuola”, il punto non è demonizzare la tecnologia.
Al contrario, bisogna evitare che essa diventi l’unico ambiente che concorre alla crescita dei bambini. Diventa necessario, quindi, trovare un equilibrio che possa soddisfare più esigenze allo stesso tempo, non ultima quella di educare i giovani all’uso consapevole della tecnologia, a scuola e non.
La (paradossale) situazione in Italia
E in Italia? Qui il dibattito è già nel vivo da diversi anni, ma come al solito rischia di trasformarsi in farsa o, quantomeno, in paradosso.
Di recente la Lega ha presentato una proposta di legge dal titolo “Disposizioni per la tutela dello sviluppo psicofisico dei minori attraverso la regolamentazione dell’accesso ai servizi di social network online”. In pratica, il divieto di usare i social per i minori di 15 anni.
Peccato che in Parlamento giaccia una proposta bipartisan presentata da PD e Fratelli d’Italia che si propone gli stessi obiettivi, ma che di fatto è bloccata da tempo.
A complicare ulteriormente il quadro, come ricorda un approfondimento di Agenda Digitale
, in Italia una norma esiste già, ed è la Legge n. 132 del 2025
, secondo cui:
- i minori di 14 anni non possono utilizzare i servizi digitali senza consenso dei genitori;
- i minori fra 14 e 18 anni possono esprimere un consenso, ma a patto che siano chiare e comprensibili le informazioni sui rischi da parte delle piattaforme.
Insomma, in Italia c’è una legge che non si applica e si inseguono due leggi che sono bloccate in Parlamento o appena presentate. Nel frattempo si promettono misure restrittive su un fenomeno di cui pochi hanno saputo prevedere la portata e che, se non affrontato in modo efficace, rischia di sfuggire di mano.
La questione riguarda le abitudini degli studenti, ma anche quelle dei genitori e degli insegnanti, mentre la salute mentale dei più giovani resta spesso sullo sfondo. Lasciata da parte come l’ultima delle priorità.









