È un bene lasciare i compiti per le vacanze oppure no? La domanda arriva ogni estate e vede contrapposte due diverse posizioni: da una parte, c’è chi ne difende l’utilità mentre, dall’altra parte, c’è chi li considera uno strumento vecchio, anacronistico, da superare.
Fra questi ultimi, spicca la voce del pedagogista Daniele Novara, che propone un’alternativa concreta e attuale: i compiti per le vacanze non servono davvero, ma è più efficace un apprendimento basato su attività concrete come letture, esperienze reali e interazioni. Ma basta questo?
I compiti per le vacanze servono ancora?
La domanda è tutto fuorché nuova: i compiti per le vacanze servono ancora? Ci sono Paesi in cui non esiste più il concetto, in favore di un apprendimento diffuso, e soluzioni alternative che danno un nuovo senso a questo strumento educativo. Daniele Novara parte da una considerazione molto semplice:
Agli alunni che finiscono le scuole non servono compiti delle vacanze ma momenti che rafforzino la loro formazione senza trasformare la casa in un doposcuola. Far passare l’estate ai figli nella logica della ripetizione scolastica, riproducendo le attività dell’aula, è un tedio inutile e demenziale.
La questione riguarda proprio la differenza fra i due contesti: un conto è l’ambiente scolastico, in cui è anche necessario studiare con i compiti da fare a casa, un conto è invece l’ambiente domestico durante le vacanze. E, di certo, imparare non significa sempre confrontarsi con le attività lasciate dagli insegnanti, quando invece ci sono tantissime alternative, spesso più efficaci.
Come apprendere in vacanza
Se la scuola, sostiene Novara in un post sui social
, deve preparare i ragazzi a vivere, l’estate è il momento perfetto per farlo con esperienze di ben altra caratura, che vanno dalla lettura alle gite, dal volontariato alla musica. Un concetto che purtroppo, continua il pedagogista, non è semplice far passare:
I bambini e gli adolescenti hanno diritto a ben altro che a eserciziari e manuali di compiti per le vacanze buoni ad accendere le grigliate. Importanti sono invece esperienze di apprendimento nella natura, musicali, linguistiche, di volontariato e di lettura libera.
L’obiettivo non è quindi abolire l’apprendimento ma, al contrario, cambiare il modo in cui immaginiamo l’educazione scolastica al di fuori della scuola. Tutte le attività di cui parla Daniele Novara hanno proprio questo in comune: non richiedono di stare chini su di un manuale di compiti per casa ma comportano un apprendimento più diretto, più dinamico.
Oltre la scuola, la vita
Il messaggio è chiaro: educare non vuol dire soltanto istruire, e la vera educazione non si interrompe a giugno né ricomincia a settembre. E proprio per questo, in un vecchio cavallo di battaglia del pedagogista, non ha bisogno di voti che ne fissino le prestazioni.
Di fronte all’assenza dei tradizionali compiti per le vacanze, verrebbe da chiedersi, i ragazzi rischiano di perdere buona parte delle conoscenze accumulate fino a quel momento. Novara critica la domanda alla radice:
A chi si preoccupa del superamento di tre mesi senza nozionismo, dico che l’apprendimento è applicazione, non memoria. Piuttosto incentiviamo lettura di libri, esperienze reali, conoscenza del mondo e allargamento delle relazioni!
Un giudizio che non potrebbe essere più esplicito: qualche compito può anche rimanere, ma che sia pensato in modo da non costituire un obbligo bensì uno stimolo per gli studenti. Soltanto in questo modo l’estate può costituire un momento grazie al quale arricchire il proprio apprendimento e non un periodo in cui si è costretti a fare anche i compiti per le vacanze.
Come spesso accade, spesso a cambiare deve essere soltanto la prospettiva, o poco più.










