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Daniela Lucangeli: «Ecco perché i social creano dipendenza negli adolescenti»

Da anni si parla dei rischi legati all’uso eccessivo di dispositivi elettronici come smartphone e tablet. Non è un tema nuovo, ma negli ultimi tempi è diventato sempre più centrale nel dibattito pubblico, soprattutto quando si parla di giovani e benessere psicologico. Sempre più famiglie, insegnanti ed esperti si chiedono quale sia il confine tra uso normale della tecnologia e utilizzo eccessivo, capace di influenzare attenzione, relazioni e sviluppo emotivo.

Il tema è tornato al centro della discussione anche per i vari divieti che hanno coinvolto l’Italia e altri Paesi nel mondo, come Francia e Australia. Tuttavia, limitarsi a vietare o regolamentare l’uso degli smartphone non basta: per capire davvero il fenomeno bisogna chiedersi cosa succede dentro il cervello di bambini e adolescenti quando utilizzano questi strumenti ogni giorno.

Proprio su questo aspetto si concentra Daniela Lucangeli, docente di psicologia dello sviluppo all’Università di Padova, che in un intervento per Rai Scuola link esterno ha spiegato in modo chiaro i meccanismi neurologici alla base della dipendenza dai social negli adolescenti.

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Smartphone e campi elettromagnetici

Nel suo intervento, Daniela Lucangeli richiama l’attenzione sulle prime ricerche scientifiche dedicate al nostro rapporto con i dispositivi elettronici, in particolare sugli effetti dei campi elettromagnetici sul cervello in fase di sviluppo. Un tema molto discusso alcuni anni fa e che oggi sembra essere passato in secondo piano nel dibattito pubblico.

Ma che di fatto oggi è sparita dal dibattito pubblico.

Secondo la docente, utilizzare uno smartphone a diretto contatto con l’orecchio comporta un’interferenza sul cranio e sulla plasticità cerebrale, cioè sulla capacità del cervello di modificarsi e adattarsi durante la crescita. Questa plasticità è particolarmente elevata nei primi anni di vita, quando il cervello è più sensibile agli stimoli esterni. Durante l’adolescenza l’effetto tende a ridursi, e diminuisce ulteriormente nell’età adulta, quando lo sviluppo neurologico è più stabile.

Negli ultimi anni l’attenzione si è spostata soprattutto su altri aspetti: problemi di concentrazione, aumento della violenza, funzionamento degli algoritmi dei social media e difficoltà nello sviluppo comunicativo. Tuttavia, secondo Lucangeli, sarebbe importante tornare a considerare anche l’impatto neurologico complessivo delle nuove tecnologie. E non è tutto qui.

La ricompensa della dopamina

Al centro dell’intervento di Daniela Lucangeli c’è il concetto di dopamina e del cosiddetto circuito della ricompensa, un sistema biologico molto antico che guida i nostri comportamenti attraverso i neurotrasmettitori, sostanze chimiche che permettono ai neuroni di comunicare tra loro. La dopamina è una delle più importanti.

In condizioni normali, il cervello rilascia dopamina quando viviamo esperienze positive: relazioni autentiche, autonomia, soddisfazione personale, obiettivi raggiunti con impegno. Questo meccanismo serve a motivarci e a farci ripetere comportamenti utili alla crescita.

Il problema nasce quando la stessa sensazione di gratificazione arriva da stimoli artificiali e immediati. Notifiche, like, visualizzazioni e il continuo scorrere dei video — il cosiddetto doom scrolling — attivano lo stesso circuito, ma senza richiedere sforzo reale.

Da qui la conseguenza evidenziata dalla docente: quando il cervello si abitua a ricevere ricompense rapide e continue, tende a preferire ciò che richiede meno fatica. Attività più lente e complesse, come studiare, leggere o costruire relazioni profonde, diventano meno attraenti. In altri termini, i social creano dipendenza perché sfruttano un meccanismo naturale del cervello amplificandolo artificialmente.

Come uscire dalla dipendenza

Nel caso degli smartphone e dei social media, la dipendenza nasce quando il cervello riceve artificialmente ciò che dovrebbe ottenere dalla realtà: attenzione, riconoscimento, appartenenza. Un adolescente che si sente poco visto o poco ascoltato può trovare nei social e persino nell’intelligenza artificiale una risposta immediata ai propri bisogni emotivi.

Il problema è che questo sollievo rapido tende a ripetersi sempre più spesso, creando un circolo difficile da interrompere. Non a caso, un genitore su due trova i figli al cellulare fino a tarda notte, segnale di un rapporto con la tecnologia che spesso supera il semplice intrattenimento.

Per spiegare la differenza tra gratificazione reale e digitale, Lucangeli utilizza la metafora del neon:

Non è la luce del sole, posso accontentarmi del neon perché in questo momento il sole non c’è, ma se il neon sostituisce la luce del sole comincerò a manifestare segnali infiammatori.

L’immagine è semplice ma efficace: la tecnologia può essere un supporto temporaneo, ma diventa problematica quando sostituisce completamente esperienze reali, relazioni e crescita personale.

Uscire da questa dipendenza è possibile, ma richiede strumenti educativi adeguati. Tra questi, un ruolo centrale spetta alla scuola, chiamata a recuperare la propria funzione educativa oltre che didattica, e a un sano rapporto fra insegnanti e genitori, capace di offrire ai ragazzi messaggi coerenti.

Diventano fondamentali anche le competenze non cognitive, cioè quelle abilità legate alla gestione delle emozioni, alla collaborazione, all’autocontrollo e alla consapevolezza di sé. Proprio su questi temi Daniela Lucangeli interverrà a Educability 2026 link esterno, affrontando il rapporto tra didattica cooperativa e intelligenza artificiale.

Il punto finale è chiaro: la tecnologia non è il nemico. Diventa un problema solo quando sostituisce la libertà di scegliere, di relazionarsi e di crescere attraverso esperienze reali. Un equilibrio delicato che riguarda soprattutto i più giovani, ma che coinvolge ormai tutti.

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