Da anni ormai si parla dell’esposizione precoce dei bambini a schermi e dispositivi elettronici quali smartphone e tablet. Paesi come la Francia hanno già adottato misure restrittive per proteggere i più piccoli e, sebbene in Italia non esistano ancora provvedimenti specifici, il dibattito è oggi più acceso che mai.
A richiamare ancora una volta l’attenzione sui possibili effetti di un’esposizione precoce agli schermi è anche lo psichiatra e tossicologo Luigi Gallimberti, secondo cui dare un tablet a un bambino equivale, dal punto di vista del cervello, a somministrargli della morfina. L’effetto, sostiene l’esperto, sarebbe sorprendentemente simile e, proprio per questo, l’unica strategia realmente efficace è intervenire all’origine del problema, evitando che l’abitudine si instauri.
I danni degli schermi sulla crescita
Probabilmente tutti abbiamo assistito almeno una volta alla scena di un genitore che, per calmare il proprio figlio piccolo, lo mette davanti a un tablet o a uno smartphone. Il dispositivo si trasforma così in una sorta di “baby-sitter” tecnologica, utilizzata per intrattenere il bambino senza particolari preoccupazioni, nella convinzione che possa offrire soltanto vantaggi. Eppure, secondo un numero sempre maggiore di studi scientifici, la realtà è molto più complessa:
- innanzitutto, uno studio canadese, condotto su 3.000 bambini, ha evidenziato una correlazione diretta tra l’eccessivo tempo trascorso davanti ai dispositivi elettronici e un peggioramento del rendimento scolastico;
- in secondo luogo, un altro studio ha mostrato come l’abuso della tecnologia possa compromettere anche il corretto sviluppo delle capacità espressive e linguistiche;
- infine, è stato osservato anche un aumento dei ricoveri in neuropsichiatria infantile, con un incremento del 180% associato all’uso precoce di tablet e smartphone.
Alla luce di questi dati, alcune abitudini apparentemente innocue possono avere, secondo Luigi Gallimberti, ripercussioni potenzialmente molto gravi sullo sviluppo cognitivo, emotivo e relazionale dei bambini. E non soltanto durante l’infanzia, ma anche negli anni successivi della crescita.
I tablet anestetizzano i bambini
In un reel pubblicato sul suo profilo Instagram
, Gallimberti affronta direttamente il tema dell’esposizione precoce dei bambini agli schermi di tablet e smartphone. Osservando il problema dal punto di vista di un cervello ancora in pieno sviluppo, lo psichiatra e tossicologo ricorre a un paragone volutamente forte, destinato a far discutere:
Facciamo una precisazione: dare un tablet a un bambino di un anno è come dargli un po’ di morfina. È la stessa cosa dal punto di vista del cervello, cioè lo si anestetizza. Quindi non va dato, e basta.
Potrebbe sembrare un’esagerazione, ma Gallimberti ribadisce con decisione la propria posizione: l’interazione di un bambino molto piccolo con dispositivi digitali caratterizzati da un’elevata quantità di stimoli produce un effetto che definisce anestetizzante. Più precisamente, parla di una sorta di anestesia sensoriale e cognitiva che può iniziare già nel primo anno di vita e influenzare profondamente il successivo sviluppo del cervello.
Le continue scariche di dopamina, il circuito dopaminergico di cui si discute sempre più spesso quando si parla di social network e dipendenze digitali, finiscono per bombardare il cervello dei più piccoli, riducendo progressivamente la capacità di esplorare, osservare e interagire con il mondo reale. Secondo Gallimberti, su questo punto non dovrebbero esistere compromessi: la questione va affrontata all’origine, prima che determinate abitudini diventino parte della quotidianità familiare.
Evitare gli schermi durante l’infanzia
Quando si parla di esposizione precoce a schermi e dispositivi elettronici, Luigi Gallimberti non lascia spazio a interpretazioni. Secondo lo psichiatra e tossicologo, almeno nei primissimi anni di vita non dovrebbe esistere alcuna via di mezzo:
Fino a tre anni non dovrebbero esistere tutti questi strumenti, per cui non ha senso parlare di cosa succede dandoglieli. Succedono dei disastri, punto.
Il messaggio è netto. Nei primi tre anni di vita, infatti, il cervello attraversa una fase di straordinaria plasticità, durante la quale ogni esperienza contribuisce a costruire le basi dello sviluppo cognitivo, linguistico, emotivo e relazionale. Proprio per questo motivo, un’iperstimolazione continua e incontrollata potrebbe interferire con processi fondamentali della crescita, le cui conseguenze rischiano di accompagnare il bambino anche negli anni successivi.
Per Gallimberti, quindi, non basta limitarsi alle raccomandazioni degli specialisti. Serve una maggiore consapevolezza da parte delle famiglie, ma anche iniziative concrete da parte delle istituzioni, del sistema sanitario e della scuola, affinché i genitori possano essere informati sui possibili effetti di un’esposizione troppo precoce agli schermi. L’obiettivo non è demonizzare la tecnologia, bensì utilizzarla nel momento giusto e con modalità adeguate allo sviluppo del bambino.
Dare un tablet a un bambino molto piccolo rappresenta, in fondo, una soluzione semplice e immediata per ottenere qualche minuto di tranquillità. Tuttavia, quella che appare come una scorciatoia educativa rischia di trasformarsi in una scelta con conseguenze ben più profonde nel medio e nel lungo periodo. Vale davvero la pena anestetizzare, anche solo temporaneamente, la curiosità e la naturale capacità di esplorazione dei nostri figli, quando è proprio attraverso queste esperienze che il loro cervello costruisce le basi dello sviluppo futuro?









