Il legame fra la violenza giovanile e l’abuso dei social media non è certo una novità, ma negli ultimi tempi ha assunto una rilevanza crescente. E non si tratta soltanto del caso di Trescore Balneario, in cui uno studente ha accoltellato la sua docente, ma di un problema sistemico del quale la violenza rappresenta soltanto una delle manifestazioni più evidenti.
Ne parla Alessandro D’Avenia nella sua rubrica Ultimo Banco del Corriere della Sera
. Qui il docente e scrittore ripercorre la straordinaria diffusione della tecnologia nella vita degli adolescenti e all’interno dei contesti educativi nel corso degli ultimi decenni. Non sempre con effetti positivi e, anzi, secondo D’Avenia, contribuendo a modificare profondamente il modo di crescere e di relazionarsi delle nuove generazioni.
Vent’anni di smartphone hanno fatto male
Alessandro D’Avenia non è certo nuovo alle riflessioni che riguardano l’adolescenza e i processi di crescita, soprattutto per quanto concerne il rispetto delle fragilità e il ruolo della scuola. Non stupisce quindi la sua presa di posizione rispetto ai recenti episodi di violenza che hanno coinvolto studenti e insegnanti, né il collegamento che stabilisce tra questi fenomeni e l’uso incontrollato delle tecnologie digitali.
Secondo il docente, negli ultimi vent’anni lo smartphone ha prodotto una vera e propria “mutazione antropologica” delle nuove generazioni, determinando “l’adultizzazione e quindi l’adulterazione dell’infanzia”. E continua:
Ho studenti di 14 anni che conoscono cose che a quell’età mi sognavo, e per fortuna, perché non sarei stato pronto, così come loro non sono preparati a sostenerne il contenuto emotivo e di senso. Ripeto, è come regalare loro le chiavi della macchina o una cassa di vino.
Lo smartphone e, più in generale, l’uso non regolato della tecnologia digitale avrebbero così destrutturato una fase fondamentale dello sviluppo, con conseguenze che rischiano di accompagnare gli studenti anche nella vita adulta. È in atto, sostiene D’Avenia, una forma di esposizione precoce e continua a contenuti e stimoli per i quali molti minori non dispongono ancora degli strumenti emotivi e cognitivi necessari.
Un’Italia che vieta i social, o forse no
Non è un mistero che diversi Paesi stiano valutando o abbiano già introdotto misure per limitare l’accesso ai social media da parte dei minori. Lo ha fatto l’Australia, prima al mondo, e in Francia una normativa simile è in fase di approvazione, così come in Germania e in altri Paesi europei. E in Italia? Alessandro D’Avenia esprime una posizione molto chiara:
Pur essendoci mossi in anticipo con una proposta bipartisan la legge è rimasta in stallo, forse perché un provvedimento del genere non porta consenso, non è gradito alle big-tech o perché siamo impastoiati in un sistema che mette altre cose prima dell’educazione e della salute dei ragazzi.
Sui temi che riguardano la scuola, l’educazione e la crescita delle nuove generazioni, ossia il futuro stesso della società, la politica appare spesso lenta e poco incisiva. I disegni di legge si accumulano, ma al di là degli annunci e delle dichiarazioni di principio, le misure concrete tardano ad arrivare. Nel frattempo la tecnologia continua a evolversi rapidamente, senza attendere i tempi della politica o della burocrazia.
Verso una via d’uscita
Vent’anni di esposizione precoce a schermi, smartphone e social media hanno prodotto conseguenze significative sullo sviluppo cognitivo, emotivo e relazionale delle nuove generazioni. Secondo Alessandro D’Avenia, tra queste vi sono la dipendenza dopaminergica, di cui parla anche Roberta Bruzzone, la frammentazione dell’attenzione, l’indebolimento delle relazioni sociali e una crescente deprivazione del sonno.
Di conseguenza, molti giovani faticano a mantenere a lungo la concentrazione e finiscono per ricercare continuamente nuove gratificazioni digitali, alimentando il circuito della ricompensa. Una possibile risposta, secondo il docente e scrittore, consiste nel recupero di pratiche educative fondamentali come la scrittura manuale, la calligrafia, la lettura ad alta voce e l’ascolto attivo.
Già la Danimarca e la Norvegia hanno proposto interventi che vanno in questa direzione, cercando di riequilibrare il rapporto tra tecnologia e apprendimento. Qualcosa di simile, secondo D’Avenia, dovrebbe essere introdotto anche in Italia. La chiave non è tanto il proibizionismo quanto la costruzione di alternative educative condivise, capaci di coinvolgere scuole, famiglie e comunità educanti. Soltanto così sarà possibile intervenire sulle cause profonde di episodi drammatici come quello di Trescore Balneario, sul quale D’Avenia conclude:
Ma questo non è un caso isolato e nemmeno un caso. È la conseguenza di un processo di abuso continuo che avvelena le anime e i corpi dei ragazzi e contro cui non stiamo facendo abbastanza.









