Siamo nel secondo quarto del XXI secolo e oggi più che mai abbiamo bisogno dei libri di testo per contribuire attivamente allo sviluppo critico del pensiero di studentesse e studenti. Per anni, il cosiddetto manuale è stato percepito come un nemico, un vero e proprio bersaglio simbolico contro cui indirizzare una critica più ampia alla scuola, considerata ferma, rigida, autoritaria e incapace di rinnovarsi.
L’immagine che sintetizza questa stagione culturale è una scena ormai entrata nell’immaginario collettivo, quella dell’insegnante John Keating – interpretato da Robin Williams – che nel film L’attimo fuggente invita gli studenti a strappare le pagine introduttive di un manuale di letteratura, compiendo un gesto simbolico e liberatorio che esprime l’idea di una didattica desiderosa di emanciparsi da ogni forma di canone imposto e da qualsiasi mediazione ritenuta soffocante. Si trattava della scuola di fine anni ’50, quindi di un altro tempo, segnato da esigenze diverse e da un contesto culturale in cui la contestazione dei modelli tradizionali appariva legittima, anzi necessaria per aprire spazi di libertà e di espressione personale.
A quella fase è seguita una stagione meno spettacolare, ma altrettanto incisiva nelle pratiche didattiche, durante la quale si è affermata l’idea che il contatto diretto con i testi integrali rappresentasse la forma più autentica di apprendimento, mentre il ricorso all’antologia, nell’insegnamento dell’italiano e più ampiamente delle materie umanistiche, era progressivamente guardato con sospetto, poiché la selezione di brani veniva interpretata come una semplificazione eccessiva, il segno di una didattica incapace di sostenere la complessità delle opere nella loro interezza. “Abbasso le antologie, viva le letture integrali!” è stato il mantra degli anni Duemila, e chi non era di questo partito sembrava voler svolgere il suo mestiere in maniera meccanica, spassionata, computistica. Si è così consolidata la convinzione per cui il docente più preparato e più consapevole potesse fare a meno del libro di testo, oppure potesse utilizzarlo in modo marginale, quasi prendendone le distanze per non essere identificato con una trasmissione del sapere ritenuta riduttiva.
Negli ultimi anni, la contestazione legata ai costi che i manuali comportano per le famiglie ha contribuito a rafforzare l’idea del libro di testo come elemento da sostituire o aggirare attraverso piattaforme digitali, materiali autoprodotti e dispense condivise, in un processo che ha progressivamente eroso il ruolo del manuale senza interrogarsi fino in fondo sulle conseguenze di questa trasformazione.
Nel frattempo, il contesto nel quale la scuola opera è mutato: gli studenti sono immersi in un flusso continuo di informazioni e di contenuti a cui attingono quotidianamente in forme molteplici e frammentarie leggendo, ascoltando, scrollando e osservando, senza che a questa esposizione corrisponda sempre una reale capacità di selezione e di interpretazione. Si tratta di una generazione che si confronta con una quantità potenzialmente illimitata di materiali, e che proprio per questo fatica a distinguere tra fonti autorevoli e opinioni improvvisate, tra documenti fondati e narrazioni costruite, tra dati verificabili e contenuti che appartengono al mondo delle fake news, in un contesto nel quale la sovrabbondanza informativa – che ha un nome da piaga biblica, infodemìa – rende più difficili il discrimine, la selezione, l’orientamento. In una situazione tale, spesso il libro di testo finisce con l’essere messo in disparte quando c’è da studiare, superato da lezioni interattive e coloratissime mappe prodotte dalla AI a cui si può attingere a piene mani nel corso del pomeriggio, o sintesi di docenti influencer che online paiono così più efficaci dei propri, più sintetici, più chiari, più tutto. Che disastro!
Le fonti attendibili si mescolano indistinte tra ciò che ha fondamento scientifico, ciò che deriva da una ricerca pressapochistica, ciò che è fatto per l’intrattenimento, ciò che è troppo specifico, ciò che è confuso o propriamente falso fino al punto in cui è impossibile capire cosa sia vero e cosa no. E se questo è il metodo che sta acquisendo chi è sui banchi alle prese con le guerre puniche da studiare per l’indomani, domani questi stessi studenti applicheranno un analogo disordine per informarsi su politica, economia, salute.
Che fare? Non è facile, non è immediato: certamente la scuola può – e deve! – rimettere ordine, indicare che cosa significhi ricercare esattezza e attendibilità, selezionando le fonti senza esserne travolti. Ecco che in questo quadro il libro di testo tanto svilito riassume un ruolo decisivo e diviene un’àncora necessaria in un flusso indistinto di nozioni (lezioni, pareri, strategie, dritte metodologiche…), offrendo una selezione ragionata dei contenuti, un’organizzazione gerarchica e una struttura che consente di riconoscere relazioni e connessioni.
“Dove posso trovare una sintesi delle guerre puniche?; “Che cosa significa imperialismo?; “Chi è Amilcare?” “Non ho capito chi vince a Zama!”. Il manuale deve essere il primo luogo – e non l’ultimo! – su cui ricercare risposte, oltre agli appunti della lezione: è sul manuale che si ritrova ciò che è essenziale, ciò che è complementare e il modo in cui i diversi saperi possono essere messi in relazione. E tutto questo è presentato con un linguaggio misurato, esatto, non frammentario, auspicabilmente sempre coerente in ogni capitolo e capace di far crescere il lettore nella cura dell’esposizione. Chi insegna sa quanto sia difficile costruire questa triplice coerenza – tematica, sintattica, lessicale – anche in condizioni favorevoli, figurarsi se sia possibile farlo partendo da materiali eterogenei, spesso estemporanei, e si badi bene, anche quando questi risultino validi presi singolarmente: la loro fruizione caotica e frammentaria nel momento dello studio individuale rischia di produrre sessioni di lavoro dispersive, disorganizzate e poco chiare, certamente poco efficaci.
Il libro di testo al tempo dell’infodemia offre quindi un porto sicuro, e lo fa senza impedire al docente di integrare, modificare, ampliare o problematizzare i contenuti proposti, dal momento che la sua funzione non consiste nel sostituire l’insegnamento – come invece potrebbero ambire a fare altri supporti digitali! – ma nel sostenerlo, completandone l’azione. Il libro di testo offre un metodo, un assetto, un lessico, un sistema: se c’è, sarà un’alternativa valida a cui ogni studente potrà ricorrere, se invitato e allenato a farlo. Se non c’è, al suo posto ci sarà l’output di un algoritmo. Auguri.









