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OPINIONI

Il senso di colpa è diventato senso di inadeguatezza, come la velocità dei social ha cambiato la depressione nei giovani

Umberto Galimberti torna a parlare della crisi che attraversa le nuove generazioni, un disagio profondo che non nasce più soltanto dal complicato rapporto con il mondo adulto ma da un contesto dominato dalla tecnica.

In un recente intervento per Feltrinelli Editore link esterno, il filosofo e psicanalista ha spiegato come il tradizionale senso di colpa alla base della depressione si stia trasformando in senso di inadeguatezza. Soprattutto nei giovani che, immersi nel mondo della tecnologia, finiscono per vivere inseguendo la performance e il risultato, di fatto rinunciando alla ricerca della verità.

Dal senso di colpa all’inadeguatezza

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Galimberti non è certamente nuovo a commenti sulla società contemporanea, in particolar modo sul rapporto fra le nuove generazioni, i genitori e l’istruzione. Anche nell’intervento in Feltrinelli, lo psicanalista ha toccato uno dei temi più importanti della contemporaneità, ossia la questione della depressione nell’era della tecnica. In un mondo sempre più veloce, continua, anche la depressione cambia natura:

Oggi non è più il senso di colpa a determinare la depressione, ma il senso di inadeguatezza. Ce la faccio o non ce la faccio a raggiungere gli obiettivi che mi propone l’apparato? Ce la faccio o non ce la faccio ad essere all’altezza delle sue richieste?

Questo senso di inadeguatezza fa sì che l’individuo sia portato ad esprimere una performance che magari va anche oltre le proprie possibilità. La velocità imposta dalla tecnologia e dai suoi strumenti, insomma, è più veloce della capacità umana di adeguarsi e controllarla.

Di conseguenza, funzionalità ed efficienza diventano valori assoluti, anche e soprattutto a scuola. Qui crescono generazioni di studenti con un unico mantra in mente: il successo di un voto che si esprime sulla base di una performance. Con aspettative spesso irrealistiche da parte dei genitori.

ricercare il senso della vita

La conseguenza, continua Galimberti, è che se un tempo chi andava dallo psicanalista cercava di risolvere problemi affettivi, oggi la domanda principale è “che senso ha la mia vita?”. L’interrogativo emerge quando si vive in un sistema governato dalla logica della tecnica, in cui ogni obiettivo non è mai un punto di arrivo, ma il trampolino verso un obiettivo ulteriore. E così via, in una catena senza pausa né direzione.

Se, come dicevamo, a scuola questo atteggiamento si traduce nello studio per il voto, in casa i genitori parlano male degli insegnanti fomentando una logica della competizione. Con tutte le conseguenze del caso, incluso l’abuso di smartphone e social media, strumenti che sono espressione della nuova era:

I valori della tecnica li conosciamo: sono funzionalità, efficacia, produttività, velocizzazione del tempo. Questa è la dimensione più tremenda perché la velocità del tempo imposta dalla tecnica ha già superato la nostra capacità temporale.

Serve allora un cambio di rotta, tanto nell’educazione quanto nei rapporti sociali al di fuori della scuola, che parta non più dalla ricerca del senso ma dalla ricerca della verità.

Dalla ricerca alla verità

In un’epoca dominata dalla rappresentazione, ricercare e dire il vero è diventato un gesto sovversivo. Se nel passato la verità veniva disvelata, con la scienza essa diventava sinonimo di esattezza, ma oggi non va più così. Oggi, al contrario, la verità è vista come efficacia, come ciò che funziona e produce risultati misurabili.

Le conseguenze di questo approccio hanno tratti potenzialmente catastrofici, soprattutto in un ambito come quello scolastico che si riduce a istruire, più raramente a educare.

Per invertire la rotta, scuola e famiglia devono tornare ad essere luoghi in cui si impara a stare nel mondo, non solo a performare. E certo, perché ciò sia possibile è anche necessario limitare l’abuso di dispositivi elettronici senza scadere nella crociata moralistica o nei divieti tout court. Con la sua riflessione, insomma, Umberto Galimberti invita a guardare oltre l’emergenza e a fare uno sforzo attivo di ricerca della verità. Verità in cui trovare un senso che oggi appare più che mai sfuggente.

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