La Generazione Z potrebbe essere la prima a ottenere risultati scolastici inferiori rispetto a quelli dei genitori. A sostenerlo è il neuroscienziato Jared Cooney Horvath, come riporta il New York Post
, durante un intervento al Congresso degli Stati Uniti. Si tratta di un dato che apre interrogativi profondi non solo sulla didattica, ma anche sul modo in cui oggi crescono e apprendono le nuove generazioni.
Secondo Horvath, i ragazzi appartenenti alla Generazione Z, cioè i giovani nati tra il 1997 e il 2012, sarebbero infatti la prima generazione della storia moderna a ottenere risultati peggiori nei test scolastici standardizzati rispetto alla generazione precedente. Un fenomeno che interromperebbe una tendenza storica durata oltre un secolo.
Per decenni, infatti, i dati sull’apprendimento hanno mostrato un miglioramento progressivo delle competenze cognitive da una generazione all’altra. Ogni generazione, in media, otteneva risultati migliori di quella precedente. Secondo Horvath, questo trend si sarebbe fermato proprio con la Generazione Z.
Alla base del fenomeno, secondo il neuroscienziato, ci sarebbero soprattutto l’uso massiccio degli schermi e la presenza sempre più pervasiva dei social media nella vita quotidiana e nello studio. Un cambiamento profondo nelle abitudini cognitive che potrebbe avere effetti diretti sull’apprendimento.
Giovani “più stupidi” dei genitori?
Che l’abuso della tecnologia possa avere conseguenze negative sulla crescita dei bambini e dei ragazzi non è certo un mistero. Tuttavia, se per decenni gli esperti hanno osservato un progressivo incremento delle competenze cognitive da una generazione all’altra, il quadro oggi appare profondamente cambiato.
Secondo Horvath, gli appartenenti alla Generazione Z registrano punteggi inferiori rispetto ai Millennial in praticamente tutti gli indicatori cognitivi. Tra questi rientrano l’attenzione di base, la memoria, l’alfabetizzazione, le competenze matematiche, le funzioni esecutive e persino il quoziente intellettivo medio.
Il neuroscienziato evidenzia inoltre un aspetto particolarmente curioso: nonostante risultati mediamente inferiori nei test cognitivi, molti giovani si mostrano estremamente sicuri delle proprie capacità. Un fenomeno che alcuni studiosi collegano a una forma di eccessiva fiducia in sé stessi, che può trasformarsi in un ostacolo al miglioramento personale proprio perché riduce la consapevolezza dei propri limiti.
Colpa degli schermi e dei social media
Secondo Horvath, una delle cause principali del calo dei risultati scolastici della Gen Z è l’uso eccessivo di schermi e dispositivi elettronici. Smartphone, tablet e social network occupano ormai una parte enorme della giornata degli adolescenti, tanto che in alcuni casi si parla apertamente di vera e propria dipendenza digitale.
Secondo il neuroscienziato, un adolescente trascorre oltre la metà del tempo in cui è sveglio davanti a uno schermo. Un cambiamento radicale rispetto alle generazioni precedenti, che potrebbe avere effetti importanti sui processi cognitivi.
Gli esseri umani sono programmati biologicamente per imparare da altri esseri umani e da uno studio profondo, non scorrendo schermi o leggendo riassunti superficiali
ha spiegato Horvath
Secondo lo studioso, lo studio attraverso schermi e contenuti digitali rischia di trasformare gli studenti in semplici “lettori superficiali”, abituati a scorrere rapidamente le informazioni senza soffermarsi davvero sui contenuti. Un approccio che può rendere più difficile sviluppare capacità di comprensione profonda.
Per lungo tempo si è pensato che l’introduzione del digitale nella didattica potesse avere ricadute positive sul processo di apprendimento. Tuttavia, secondo Horvath, i dati disponibili suggeriscono che la relazione tra tecnologia e apprendimento sia più complessa di quanto si pensasse.
Così però pare non essere, tanto che alcuni Paesi stanno rivalutando le proprie scelte educative e provano a recuperare pratiche più tradizionali: è il caso della Danimarca, che negli anni passati aveva investito molto sulla digitalizzazione della scuola.
Secondo Horvath, il fenomeno non riguarda solo gli Stati Uniti. Analizzando i dati raccolti nei test scolastici standardizzati, il neuroscienziato sostiene che lo stesso andamento si osservi in numerosi Paesi.
In circa 80 Paesi, quando la tecnologia digitale viene adottata in modo esteso nelle scuole, le prestazioni tendono a diminuire in modo significativo
Non si tratterebbe quindi di un fenomeno locale, ma di una tendenza più ampia che coinvolge diversi sistemi educativi.
Una tendenza da invertire
Secondo il neuroscienziato, il problema non è la tecnologia in sé. Horvath sottolinea infatti di non essere contrario agli strumenti digitali, che possono risultare utili in molti contesti educativi.
Il vero nodo riguarda piuttosto il livello di rigore nello studio. L’apprendimento richiede tempo, concentrazione prolungata e impegno cognitivo. Senza questo “sforzo mentale”, anche le menti più brillanti rischiano di non svilupparsi pienamente.
L’obiettivo, quindi, non sarebbe eliminare il digitale dalla scuola, ma trovare un equilibrio più efficace tra tecnologia e studio approfondito. In questa prospettiva, scuola e famiglia possono svolgere un ruolo fondamentale e complementare.
Se la scuola resta il luogo dell’apprendimento strutturato, la famiglia contribuisce a costruire abitudini quotidiane sane e consapevoli. La tecnologia può certamente far parte di questo equilibrio, ma senza sostituire l’impegno richiesto dallo studio profondo.









