Free cookie consent management tool by TermsFeed Generator
La rivista per la scuola e per la didattica
EDUCAZIONE

La letteratura è già educazione all’affettività. Basta darle lo spazio che merita

Ti sei mai sentito travolto dalle emozioni, senza sapere dove dare loro voce affinché fossero ascoltate? Ci sono sentimenti che fanno rumore dentro, ma restano senza voce: è lì che le parole iniziano a curare.

Ed è proprio in questo spazio silenzioso che un libro, una poesia, una storia possono diventare il tuo luogo sicuro, uno spazio dove le sensazioni che proviamo trovano significato e dove puoi ascoltarle senza paura di essere giudicato. Quando leggi, non sei mai davvero solo: ogni termine può diventare un compagno silenzioso che ti aiuta a capire, accogliere e dare forma a ciò che provi; mi riferisco a parole che sanno ascoltare, comprendere e lenire ciò che senti, diventando compagnia, rifugio e luce oltre il buio del momento.

Per quanto mi riguarda, la lettura e la letteratura in genere hanno un potere straordinario, soprattutto per i giovani, poiché per loro confrontarsi con sensazioni intense non è mai semplice; non a caso, tutti siamo consapevoli del fatto che l’adolescenza è un periodo in cui ogni stato d’animo sembra amplificato: la gioia esplode senza confini, la rabbia scoppia senza vie di sfogo, la tristezza pesa come un macigno, l’ansia per il futuro diventa spesso opprimente e la paura di sentirsi soli sembra insormontabile… Stati d’animo che, se non vengono accolti ed elaborati, rischiano davvero di sopraffarci.

Anno scolastico 2025/26

Adotti un nuovo sussidiario?

Con i nuovi corsi del primo e secondo ciclo per la scuola primaria del Gruppo Editoriale ELi hai un vero e proprio Kit docente in esclusiva per te

kit docente 2024

dolore, perdita e solitudine in Foscolo, Montale e Ungaretti

Ed è proprio in questi momenti che la letteratura può offrire ascolto e vicinanza: pensiamo ad esempio a Foscolo che con i suoi Sepolcri trasforma il dolore della perdita in forza e memoria; oppure Montale e Ungaretti, che ci ricordano come solitudine e angoscia siano fili invisibili che legano generazioni diverse, rendendo le vibrazioni dell’animo condivise e più leggere da sopportare.

Dopo una vita trascorsa tra banchi e pagine, posso, quindi, dire con convinzione che la letteratura non insegna soltanto a leggere, ma a sentire col cuore; i testi aiutano i giovani a dare senso alle emozioni: la tristezza diventa ricordo, la paura si affronta, la rabbia si gestisce e la gioia si riconosce. Per concludere, leggere non è solo imparare: è capire, sentire e trasformare ciò che proviamo.

In pratica, la letteratura ci aiuta a scoprire che ciò che proviamo è stato vissuto da altri e ha un nome, una voce e un senso, il primo passo per non essere sopraffatti dai “brividi dell’anima”.

solitudine, crescita e ricerca di sé in Elsa Morante

A tal proposito, quando ero insegnante, ricordo un ragazzo seduto al banco con lo sguardo perso, come se il mondo fosse troppo grande per lui, dato che non sapeva spiegare la tristezza che sentiva dentro. Gli diedi un libro da leggere per compito, L’isola di Arturo di Elsa Morante, un romanzo breve e certamente avvincente che racconta la vita di un ragazzo su un’isola, tra natura, solitudine e scoperte. Successivamente mi confidò che quella storia parlava di lui, tanto da riconoscersi in molte vicende; così ebbi la conferma che la letteratura può dare voce a ciò che non sappiamo esprimere, ci permette di incontrare persone e vite diverse. In pratica, ragazzi e ragazze di luoghi e tempi lontani, ma che provano emozioni che possiamo riconoscere dentro di noi. Ne L’isola di Arturo, la solitudine del giovane protagonista e le sue emozioni complesse, dalla delusione all’amore, dall’insicurezza alla ricerca di sé, mostrano che crescere significa scegliere, sbagliare e imparare. Arturo ci insegna che ogni esperienza, anche dolorosa, è un passo verso la propria identità: “Ero solo, ma la solitudine mi faceva capire chi ero.”

Questo passo può far riflettere i ragazzi: quanto la solitudine, se capita e ascoltata, può diventare occasione di crescita e conoscenza di sé?

Anche ne La storia di Elsa Morante, Ida affronta guerre, fame e ingiustizie, ma protegge la sua famiglia con forza e amore. Come scrive Morante: “Non c’è niente da fare contro la storia, se non sopravvivere.”

Leggere delle sue paure e dei suoi sacrifici aiuta a comprendere il dolore e la resilienza, mostrando ai ragazzi che affrontare le difficoltà è possibile.

Ne deriva una domanda fondamentale per i lettori: ti sei mai sentito come Arturo, solo ma in crescita, o come Ida, travolto dagli eventi ma pronto a sopravvivere? Quali libri o storie ti hanno aiutato a dare forma alle tue emozioni?

memoria, nostalgia e identità in Cesare Pavese

E poi voglio ricordare La luna e i falò di Cesare Pavese, in cui il protagonista torna al suo paese natale e ritrova luoghi e persone cambiati dal tempo; le sue riflessioni sui ricordi e sul passato aiutano i giovani a capire che guardare indietro non significa restare intrappolati in un sé lontano, ma dare senso alle proprie emozioni e scoprire chi siamo diventati: “La luna era alta, e io guardavo i falò che illuminavano i volti di chi restava.” “Tutto ciò che si è vissuto resta, anche se cambia la prospettiva.”

Convincere un giovane a leggere non significa obbligarlo, ma mostrargli che ogni opera è un incontro possibile, una voce che parla di ciò che proviamo e ci accompagna nei momenti difficili. La letteratura può davvero “salvare la vita”; non letteralmente, ma aiutandoci a non sentirci soli, a capire le emozioni e a trasformarle in forza, speranza e consapevolezza.

Nel corso della mia esperienza, ho visto studenti cambiare davanti a un romanzo, aprirsi grazie a una poesia, riconoscersi in una pagina letta quasi per caso. Questo accade perché la letteratura offre parole a ciò che spesso, soprattutto in adolescenza, resta confuso, indefinito, difficile da esprimere.

Gli adolescenti vivono immersi in un mondo emotivo intenso ma ancora poco strutturato. Rabbia, paura, amore, smarrimento: tutto si presenta con forza, ma raramente trova un linguaggio adeguato. È qui che interviene la letteratura.

Quando un ragazzo incontra un personaggio che prova ciò che lui stesso sente, avviene qualcosa di potente: l’emozione smette di essere solitaria. Ricordo studenti che, leggendo certi brani, alzavano lo sguardo come se qualcuno li avesse finalmente capiti. Dare un nome alle emozioni significa già, in parte, dominarle.

Quante volte, in classe, una discussione su un romanzo si è trasformata in una riflessione collettiva su temi profondamente personali? Senza esporsi direttamente, gli studenti riuscivano a dire molto di sé, senza sentirsi giudicati.

Leggere significa anche uscire da sé. In un’epoca in cui i giovani sono spesso accusati di chiusura o superficialità, ho invece osservato quanto la letteratura possa sviluppare empatia.

In altri termini, attraverso le storie, gli studenti entrano in vite lontane dalla propria: comprendono il dolore, la gioia, le scelte degli altri. Questo esercizio silenzioso è una forma profonda di educazione emotiva e civile. Non si tratta solo di capire un testo, ma di imparare a riconoscere l’umanità negli altri.

Se la letteratura ha questo potere, il compito dell’insegnante non può limitarsi all’analisi tecnica. Certo, è necessario fornire strumenti, contesti, chiavi di lettura. Ma è altrettanto importante lasciare spazio all’esperienza personale.

Negli anni ho imparato che le domande più efficaci non sono “Cosa significa questo testo?”, ma “Cosa ti fa sentire?” oppure “Ti è mai capitato qualcosa di simile?”. Non sempre gli studenti rispondono subito. Ma quando lo fanno, il dialogo diventa autentico.

A questo proposito, per rispondere in parte alla domanda dalla quale siamo partiti, non credo che la letteratura possa “guarire” nel senso medico del termine, ma sono convinta che possa prendersi cura della nostra anima.

In un mondo che chiede ai giovani di essere veloci, performanti, sempre connessi, la lettura rappresenta uno spazio diverso: lento, profondo, umano. È uno dei pochi luoghi in cui è ancora possibile fermarsi ad ascoltare ciò che accade dentro di sé.

E forse, in fondo, è proprio questo il dono più grande che la letteratura può fare: insegnare a riconoscere, accogliere e dare voce alle proprie emozioni.

LA SELVA E LA LUCE

Una letteratura concreta, plurale e vicina ai ragazzi: profilo riscritto, contesti più sintetici, strumenti potenziati (parafrasi, mappe in itinere, “capitoli a colpo d’occhio”). In più: life skills, collegamenti STEM, uso critico dell’IA e una grande palestra di scrittura, con una guida docente unica e operativa.

smarrimento, amore e desiderio in Dante – Paolo e Francesca

Nel corso della mia vita di insegnante ho visto generazioni di studenti attraversare testi lontani nel tempo e nello spazio e, nondimeno, riconoscersi in essi con una naturalezza sorprendente. Questo accade perché le grandi opere della tradizione non parlano soltanto del loro tempo, ma di ciò che nell’essere umano resta costante: il desiderio, la paura, la perdita, la speranza. I versi di Dante Alighieri, ad esempio, non sono solo un monumento della nostra lingua, ma un viaggio emotivo potentissimo. Quando gli studenti incontrano lo smarrimento della “selva oscura”, raramente lo percepiscono come qualcosa di lontano: in quella immagine riconoscono le proprie incertezze e i propri dubbi inizialmente senza nome.

Ma è soprattutto quando la narrazione prende vita nei personaggi che questo coinvolgimento diventa più intenso. L’incontro con Paolo e Francesca nel V canto dell’Inferno, ad esempio, suscita ogni volta una partecipazione immediata: l’amore vissuto come forza irresistibile, capace di travolgere ogni limite, parla direttamente alla sensibilità adolescenziale, così incline agli assoluti, cioè a vivere i sentimenti in modo totalizzante, senza sfumature o mediazioni. Per molti ragazzi, infatti, amare significa spesso percepire quell’emozione come unica, definitiva, qualcosa che avvolge completamente e che resiste a ogni valutazione razionale. In tale contesto, essi, infatti, restano colpiti non solo dalla vicenda, ma dal modo in cui essa è raccontata, da quella dolcezza struggente che rende il dolore ancora più vicino, quasi giustificato. E inevitabilmente nasce il confronto: è colpa? è destino? è fragilità umana?

L’episodio di Paolo e Francesca può diventare una chiave di lettura molto efficace per elaborare un distacco proprio perché mette in scena un amore che non si compie nella vita, ma resta sospeso, incompiuto, e per questo ancora più doloroso.

Nei ragazzi, un distacco, che sia la fine di una relazione, un’amicizia che cambia, o anche una perdita più ampia, è spesso vissuto come qualcosa di assoluto e definitivo, difficile da accettare. In Paolo e Francesca ritrovano proprio questa intensità: un legame che non riesce a trasformarsi, che non trova una via d’uscita, e che continua a vivere nella memoria e nel racconto.

Ciò che colpisce profondamente gli studenti non è solo la passione, ma il modo in cui i due personaggi restano “fermi” dentro quell’emozione, in quanto sono uniti per sempre, ma in una condizione di dolore. Ne deriva, allora, una riflessione importante: cosa succede quando non si riesce a lasciare andare? Quando si resta prigionieri di ciò che è stato?

A partire da qui, è possibile accompagnare i ragazzi a riconoscere che il dolore del distacco è legittimo, ma anche che esiste una differenza tra custodire un ricordo e restarne bloccati. Paolo e Francesca, in fondo, non evolvono: la loro storia si ripete eternamente uguale, ma può aiutare a far emergere, per contrasto, il valore del cambiamento, della possibilità di trasformare un’esperienza dolorosa in qualcosa che, col tempo, trova un nuovo equilibrio.

Ma c’è un’altra prospettiva potente: la lettura come mediazione. Paolo e Francesca si innamorano leggendo e rileggendo una storia, e allo stesso modo un libro può diventare una guida silenziosa per i ragazzi: aiuta a dare forma alle emozioni, a comprenderle e, quando serve, a prenderne distanza. In questo modo, leggere non è solo esperienza, ma un percorso di consapevolezza e trasformazione, capace di illuminare anche i momenti più difficili.

In classe, ho visto spesso studenti riconoscersi non tanto nel gesto estremo, quanto nella difficoltà di separarsi da un sentimento. E parlare di Paolo e Francesca consente loro di farlo indirettamente, senza esporsi troppo, ma con una partecipazione autentica.

In questo senso, la letteratura non elimina il dolore del distacco, ma lo rende pensabile. Gli dà parole, immagini, struttura; e quando un’emozione diventa pensabile, è già, in parte, più abitabile.

inquietudine, desiderio e limite in Dante – Ulisse

Diversa, ma altrettanto potente, è la reazione di fronte alla figura di Ulisse. In lui gli studenti colgono un’altra tensione fondamentale: il desiderio di andare oltre, di conoscere, di non accontentarsi. Il suo “folle volo” diventa allora simbolo di un impulso che essi stessi avvertono, quella spinta a superare i confini, a cercare qualcosa di più grande, che li aiuti a spiccare il volo e inseguire ciò che conta davvero. Ma insieme emerge anche il rischio, il limite, la possibilità di smarrirsi proprio nel momento in cui si tenta di affermare la propria libertà. In queste figure, così diverse e così vive, la letteratura offre ai giovani non modelli da imitare, ma esperienze emotive complesse, attraverso cui interrogare se stessi e le proprie scelte.

Il canto di Ulisse concede un terreno particolarmente fertile per elaborare un sentimento molto presente nei giovani, anche se non sempre immediatamente riconosciuto: l’inquietudine del desiderio, quella tensione continua verso “qualcosa di più” che spesso si accompagna a insoddisfazione, irrequietezza, bisogno di superare i limiti.

A differenza di Paolo e Francesca, che incarnano un’emozione che trattiene e imprigiona, Ulisse rappresenta un impulso che spinge in avanti. In altri termini, nei ragazzi questo si traduce in uno slancio a uscire dai confini, familiari, scolastici, di appartenenza, e a cercare una propria strada; si tratta di un sentimento ambivalente: da un lato entusiasmo, curiosità, desiderio di conoscenza; dall’altro, una sottile inquietudine, come se ciò che si ha non bastasse mai.

È a questo punto che il celebre invito a “seguir virtute e canoscenza” viene percepito come profondamente attuale: il bisogno di dare un senso alla propria vita, di non accontentarsi di ciò che è già noto. Ma accanto a questo emerge anche un nodo importante, forse ancora più formativo: il rapporto con il limite.

Ulisse, infatti, non si ferma. Non accetta confini, neppure quelli che dovrebbero proteggerlo. E qui si apre uno spazio di riflessione molto significativo: cosa succede quando il desiderio diventa assoluto? Quando il superamento del limite non è più crescita, ma rischio di smarrimento?

Questo permette di lavorare con i ragazzi su un sentimento complesso, che potremmo definire come “desiderio senza misura”; una percezione che, se non riconosciuta, può generare frustrazione, senso di vuoto, oppure comportamenti impulsivi. Attraverso Ulisse, invece, diventa visibile, pensabile, discutibile.

Ho notato che spesso gli studenti non giudicano subito Ulisse: lo ammirano, ne condividono la spinta, si sentono affascinati. Solo in un secondo momento iniziano a interrogarsi sulle conseguenze. Ed è proprio questo passaggio che ha valore educativo: non offrire risposte, ma accompagnare a riconoscerne la complessità.

Il canto di Ulisse si presta molto bene anche ad essere messo in relazione con quella che oggi definiamo, spesso con una punta di preoccupazione, la tendenza dei giovani a “volere tutto e subito”. In realtà, più che giudicare questo atteggiamento, la letteratura ci offre la possibilità di comprenderlo in profondità.

Ulisse, infatti, non accetta di fermarsi, non si accontenta di ciò che ha già vissuto, neppure degli affetti, neppure del ritorno a casa; egli vuole conoscere, subito, di più, vuole oltrepassare il limite, senza attendere, senza aiuti. È difficile non riconoscere, in questa tensione, qualcosa di molto vicino alla sensibilità contemporanea. I ragazzi di oggi vivono in un tempo che accelera continuamente i desideri: tutto è accessibile, immediato, a portata di mano, l’attesa è percepita come frustrazione, il limite come ostacolo da superare. In questo senso, Ulisse diventa una figura sorprendentemente attuale: incarna quella stessa urgenza, quel bisogno di non rimandare, di non accontentarsi.

Ma proprio qui il testo dantesco apre uno spazio critico prezioso. Perché Ulisse non è semplicemente un eroe della conoscenza: è anche un uomo che paga il prezzo della propria impazienza. Il suo “folle volo” non è solo slancio, è anche mancanza di misura. Non c’è tempo per la riflessione, per il ritorno, per il limite: tutto è proiettato in avanti, in un presente assoluto che vuole consumare l’esperienza fino in fondo.

Lavorare su questo aspetto con gli studenti permette di trasformare un giudizio — “vogliono tutto e subito” — in una domanda più profonda: che cosa significa desiderare? Che rapporto abbiamo con il tempo? È possibile conoscere davvero senza attraversare l’attesa, la fatica, il limite?

Ho visto spesso ragazzi riconoscersi in Ulisse e questa presa di coscienza è un punto di partenza fondamentale, poiché non si tratta di condannare quel desiderio, ma di aiutarli a interrogarsi su di esso: quando è una forza che apre possibilità, e quando invece rischia di diventare una spinta cieca?

introspezione, oscillazione interiore e consapevolezza in Petrarca

Allo stesso modo, nelle pagine di Francesco Petrarca, ho visto emergere un’immediata vicinanza. Il suo oscillare tra slancio e ripiegamento, tra desiderio e disillusione, è profondamente familiare agli adolescenti, che vivono quotidianamente questa tensione. La lingua raffinata del Canzoniere non costituisce una barriera, come spesso si teme, ma diventa piuttosto un’occasione per scoprire che anche le emozioni più confuse possono trovare una forma limpida, dicibile.

Se Ulisse incarna il desiderio che corre in avanti, impaziente e senza limiti, Petrarca rappresenta invece il desiderio che si ferma, si osserva, si interroga.

Nei suoi testi, e in particolare nel Canzoniere, i giovani incontrano un’esperienza emotiva molto diversa da quella dantesca: non l’azione, ma l’analisi interiore; non la corsa verso l’oltre, ma il continuo tornare su se stessi. Petrarca non vuole “tutto e subito”: vuole capire ciò che prova. E questo è un passaggio fondamentale.

Proprio per questo, da insegnante di lettere ho spesso percepito quanto la sua voce possa parlare ancora ai ragazzi di oggi, abituati a vivere le emozioni di slancio, senza il tempo, o forse l’abitudine, di fermarsi a comprenderle davvero. Nei suoi versi riconosco un continuo oscillare tra desiderio e pentimento, tra impulso e consapevolezza; lo stesso che vedevo, ogni giorno, nei miei studenti. E allora Petrarca diventa una voce vicina: mostra che ciò che si prova non è mai semplice né lineare, ma complesso e non sempre definibile; soprattutto insegna una cosa preziosa: che le emozioni non vanno solo vissute, ma anche pensate, ascoltate, capite. In questo senso, dove Ulisse agisce, Petrarca si ferma, dove Ulisse oltrepassa il limite, Petrarca lo osserva e lo mette in discussione; in altre parole, nei suoi versi il tempo è dilatato nella memoria e nell’introspezione.

Dalla mia esperienza, posso affermare che questo si traduce in qualcosa di molto concreto: Petrarca non offre risposte pronte e non dice ai ragazzi cosa provare, ma mostra come stare dentro ciò che provano. Ed è proprio qui che la sua poesia cura: non perché risolva, ma perché aiuta a comprendere, e quindi, almeno in parte, a dare sollievo.

In questo modo, Petrarca diventa uno strumento prezioso per lavorare sul rapporto tra emozione e tempo, dimostrando che la letteratura può offrire ai giovani una vera educazione emotiva: non spegnere il desiderio, ma imparare ad accoglierlo con maggiore consapevolezza.

nostalgia, perdita, memoria e bisogno di radici in Ugo Foscolo

E che dire di Ugo Foscolo, con il suo bisogno di radici e di memoria? Nei Sepolcri, nelle Ultime lettere di Jacopo Ortis oppure nei sonetti, i ragazzi incontrano il tema della perdita, dell’esilio, della ricerca di un senso. Ricordo studenti che, pur senza dichiararlo apertamente, trovavano in quelle pagine un modo per avvicinarsi alle proprie inquietudini più profonde. La letteratura, in questi casi, non offre risposte, ma rende possibile la domanda.

Dopo tanti anni in classe, ho smesso di pensare che la letteratura “serva” a qualcosa in modo immediato. Non è una medicina che fa passare il dolore. Però cura, sì — e lo fa in un modo tutto suo.

Cura perché riconosce. Quando un ragazzo incontra un verso come “né mai più toccherò le sacre sponde, Zacinto mia”, può succedere che pensi: allora non sono l’unico a sentirmi così. È un passaggio piccolo, ma fondamentale. Dare un nome a quello che si prova significa già alleggerirlo un po’.

In altre parole, essa cura perché non obbliga; la letteratura lavora di lato: parla di Foscolo, e intanto permette ai ragazzi di avvicinarsi alle proprie emozioni senza esporsi. È una forma di protezione preziosa, soprattutto per chi fa più fatica a parlare.

Cura perché crea uno spazio condiviso, perché non dà risposte semplici. Non dice “andrà tutto bene”, non semplifica, ma mostra che emozioni difficili come la nostalgia, la perdita, il sentirsi divisi, fanno parte dell’esperienza umana. Proprio per questo non c’è nulla di sbagliato nel provarle, dato che qualcuno, prima di noi, le ha già sentite e dette.

Leggere Foscolo in classe diventa allora un’esperienza viva di questa cura: per gli studenti che ho avuto, costretti a vivere lontano dalla loro terra e da ciò che amano, i suoi versi mostrano che la lontananza e la nostalgia non devono essere subite in solitudine, perché la poesia offre uno spazio in cui riconoscere il proprio dolore, sostarvi e viverlo fino in fondo.

È proprio da qui che si può partire per leggere anche I Sepolcri di Ugo Foscolo: non solo come una poesia sui morti o sulle tombe, ma come un testo che parla molto di più ai giovani di quanto possa sembrare a prima vista, tanto che in realtà aiuta a capire e a gestire emozioni che tutti provano, soprattutto durante l’adolescenza.

In primo luogo, Foscolo affronta il tema della perdita. Quando qualcuno ci lascia, un nonno, un amico, oppure anche solo un rapporto importante, spesso non sappiamo come reagire; così in questa vulnerabilità I Sepolcri offrono una prospettiva inattesa: la tomba non è qualcosa di freddo o inutile, ma un modo per mantenere un legame, per continuare a sentire una presenza dentro l’assenza, per offrire una “corrispondenza d’amorosi sensi”. Da questo bisogno silenzioso dei ragazzi nasce un collegamento naturale con Foscolo: conservare foto nel telefono, riguardare vecchie chat, ritrovare angoli che custodiscono tracce di chi è stato importante.

Inoltre, il carme aiuta a dare senso alle emozioni forti, in quanto l’essere umano ha bisogno di lasciare un segno, di non essere dimenticato. Realtà molto vicina al motivo per cui oggi si pubblica sui social, si cerca approvazione, si vuole “restare” nella memoria degli altri; non è superficialità, è un bisogno umano che il poeta aveva già capito.

Un altro aspetto importante da rilevare è il valore della memoria. Nei Sepolcri, ricordare non significa restare intrappolati nel passato, ma trovare forza per affrontare il presente e guardare avanti. Si può vedere questo nei momenti in cui un ragazzo si ispira a qualcuno che ammira, un familiare, un insegnante, persino un personaggio pubblico, e usa quel ricordo come motivazione per andare avanti. Foscolo sostiene che il ricordo dei grandi uomini e degli affetti può rendere migliori, nutrire il cuore nei momenti difficili; ed è così che la tristezza, invece di opprimerci, può diventare seme di coraggio e piccolo faro di speranza nella nostra vita quotidiana.

La poesia, allora, non è solo lettura: è un balsamo per l’anima, uno spazio in cui le emozioni possono essere accolte, comprese e, in un certo senso, curate.

Concretamente, quando leggo il verso “La poesia vince di mille secoli il silenzio” nei Sepolcri di Foscolo, sento subito quanto questa frase possa parlare ai ragazzi di oggi, in quanto lo ritengo un messaggio potente su come le emozioni, i ricordi e i sentimenti più profondi non vadano mai davvero perduti. Il “silenzio” rappresenta ciò che apparentemente la vita porta via, le persone che non ci sono più, i momenti che svaniscono. Ma la poesia, e più in generale le parole, la memoria, ciò che scegliamo di esprimere, ha il potere di vincere quel silenzio.

È come se lo scrittore ci lasciasse questo messaggio: scrivi, parla, condividi: la tua rabbia, la tua tristezza, i tuoi ricordi non scompaiono; oggi può essere un messaggio su un diario, un post, una canzone… domani potrebbe ispirare qualcun altro. La tua voce conta. Non lasciare che il silenzio vinca.

Infine vorrei ricordare il verso che comprende “corrispondenza d’amorosi sensi”, il quale parla di uno scambio profondo di affetto e di sentimenti tra due persone; indica quei momenti speciali in cui due cuori, due emozioni, si riconoscono e si comprendono senza bisogno di parole. È quell’intesa silenziosa, chiara e reciproca, che fa sentire vicini anche quando le parole sembrano insufficienti.

infinito, solitudine e desiderio inappagato in Giacomo Leopardi

Forse è però con Giacomo Leopardi che questa risonanza diventa ancora più evidente. Leopardi entra nelle classi con la sua fama di poeta “triste”, ma ne esce spesso come uno degli autori più capaci di parlare ai giovani. La sua riflessione sull’infinito, sul desiderio inappagato, sulla solitudine, intercetta corde sensibilissime. E quando un ragazzo si accorge che qualcuno, due secoli prima, ha saputo dire ciò che lui stesso fatica a esprimere, accade qualcosa di prezioso: l’emozione si chiarisce, prende forma, diventa condivisibile.

LA SELVA E LA LUCE

Una letteratura concreta, plurale e vicina ai ragazzi: profilo riscritto, contesti più sintetici, strumenti potenziati (parafrasi, mappe in itinere, “capitoli a colpo d’occhio”). In più: life skills, collegamenti STEM, uso critico dell’IA e una grande palestra di scrittura, con una guida docente unica e operativa.

In questo processo, ho compreso col tempo quanto sia importante il modo in cui noi insegnanti ci poniamo di fronte ai testi. In altri termini, all’inizio della mia carriera ero più attenta all’analisi, alla correttezza dell’interpretazione, alla completezza delle informazioni; col passare degli anni, senza rinunciare al rigore, ho imparato a lasciare spazio all’ascolto. Le domande che si sono rivelate più feconde non erano quelle che chiedevano di spiegare, ma quelle che invitavano a sentire: “Cosa ti colpisce?”, “Cosa ti resta?”, “Ti riconosci in queste parole?”.

A distanza di anni, ciò che resta più vivo nella mia memoria non sono tanto le “spiegazioni riuscite” o i percorsi didattici completati, ma quei momenti in cui un testo ha acceso qualcosa: uno sguardo diverso, una parola detta con esitazione, un silenzio carico di significato. Sono segni discreti, ma profondi, di un lavoro che non si esaurisce nell’immediato.

Si potrebbero menzionare ancora molti nomi, tuttavia concludo con il pensiero che non credo che la letteratura possa guarire nel senso pieno del termine, né che spetti alla scuola assumere un ruolo terapeutico. Ma sono sempre più convinta che le parole, quando sono autentiche, possano “prendersi cura” dei giovani nel riconoscere ciò che provano, per non sentirsi soli, per dare forma a ciò che altrimenti resterebbe nel silenzio. A coronamento di queste osservazioni desidero sottolineare che, in un tempo che sollecita continuamente velocità e semplificazione, l’incontro con i grandi autori può diventare un’occasione rara e preziosa.

Perché, mentre crediamo di insegnare letteratura, forse stiamo facendo qualcosa di più essenziale: stiamo offrendo ai ragazzi la possibilità di incontrare, attraverso le parole degli altri, la verità ancora incerta delle proprie emozioni.

CONDIVIDI L'ARTICOLO

ARGOMENTO

SI È PARLATO DI


Un conto è vietare i social a scuola, un conto è vietarli a casa, gli adulti dovrebbero tornare a fare di nuovo i genitori

vietare i social a scuola

Sempre più spesso si discute di vietare i social ai bambini e agli adolescenti, per mitigare o evitare del tutto gli effetti negativi che l’abuso delle nuove tecnologie ha sulla crescita. Se in Australia il divieto riguarda i minori di 16 anni e in Francia quelli di 15, l’Italia sembra muoversi in ordine sparso, fra disegni di legge bloccati in Parlamento e iniziative locali destinate a far discutere. Il riferimento…

La Storia di Elsa Morante è un libro che, quando entra in classe, cambia l’aria perché non si limita a essere letto, ma chiama in causa chi legge

elsa morante

«Por el analfabeto a quien escribo», ovvero “per l’analfabeta a cui scrivo”. Riprendendo un verso del poeta peruviano César Vallejo, Elsa Morante non dedica soltanto un romanzo: dichiara un destinatario. E forse una sfida. A chi scrive davvero La Storia? E chi è, oggi, “l’analfabeta” a cui quel libro continua a parlare? Non a caso, nell’edizione originale l’autrice volle che già in copertina, sotto una fotografia scattata da Robert Capa…

Ogni aggressione a scuola inizia molto prima dell’aggressione

aggressione a scuola

Negli ultimi anni sono diventate sempre più frequenti le aggressioni degli studenti ai danni degli insegnanti. Lungi dal trattarsi di semplici intemperanze giovanili o di episodi riconducibili esclusivamente a problemi disciplinari, parliamo di veri e propri atti di violenza che vedono protagonisti minorenni e che, in alcuni casi, producono conseguenze gravissime. L’ultimo episodio è avvenuto a Trescore Balneario, in provincia di Bergamo: uno studente ha ferito la sua insegnante di…

Pellai: “Abbiamo cresciuto bambini incapaci di guardare l’orizzonte. L’abuso degli schermi ha generato una miopia che colpisce il 35% di loro”

L’abuso dei dispositivi elettronici e l’esposizione eccessiva agli schermi stanno cambiando le nuove generazioni in modo profondo. Non si tratta soltanto di problemi sociali e relazionali, ma anche di conseguenze neurologiche e fisiche che riguardano i circuiti della ricompensa dopaminergica e la salute visiva. A parlarne è Alberto Pellai durante un convegno organizzato da Assopto Milano Acofis . Nel suo intervento, lo psicoterapeuta traccia un quadro lucido e per certi…

7 docenti su 10 sono stati aggrediti, almeno una volta, da un genitore o da un alunno

aggrediti almeno una volta

Negli ultimi anni abbiamo assistito a un aumento delle aggressioni fisiche e verbali dei genitori ai danni degli insegnanti. Che si tratti di un voto ritenuto troppo basso, di un semplice rimprovero o di una nota disciplinare sul registro elettronico, la risposta di alcuni adulti non è il dialogo ma un atteggiamento aggressivo e conflittuale. Gli episodi più recenti sono due, avvenuti in Sicilia e in Campania: in entrambi i…

Le tre strade che l’Europa ha scelto contro le distrazioni da smartphone

distrazioni da smartphone

In Italia, ormai da diverso tempo, il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha vietato l’uso dello smartphone a scuola, dalla scuola primaria alla scuola secondaria di secondo grado. Questa decisione si inserisce all’interno di una tendenza globale che vede numerosi Paesi limitare in modo sempre più deciso l’utilizzo degli smartphone nei contesti scolastici, nel tentativo di ridurre le distrazioni e favorire condizioni più favorevoli all’apprendimento. Detto ciò, sebbene l’obiettivo comune…

Nessun laureato amante della cultura sognerebbe mai di insegnare in cambio di insulti e minacce da parte di genitori convinti di saperne più dei docenti

amante della cultura

Il caso di Trescore Balneario, in cui uno studente tredicenne ha accoltellato la sua insegnante di francese, ha comprensibilmente scosso la comunità scolastica. Oltre all’atto in sé, colpiscono i contorni lucidi della vicenda: la pianificazione, la diretta e la diffusione in tempo reale, la lettera scritta prima di agire. Appare normale, soprattutto dopo episodi del genere, che i docenti si sentano in pericolo: non si tratta più soltanto di insegnare…

Violenza a scuola, uno studente su due non si sente al sicuro tra le mura scolastiche

violenza a scuola

La maggioranza degli studenti non si sente sicura a scuola e si dichiara favorevole alle misure restrittive introdotte dal ministro Giuseppe Valditara. Questi, in sintesi, i risultati di un instant poll condotto dal portale Skuola.net in seguito all’accoltellamento di una docente di francese da parte di uno studente tredicenne. In effetti, questa ennesima aggressione ha riacceso il dibattito su alcune questioni fondamentali: la violenza a scuola, il rapporto fra docenti…

D’Avenia: “Vent’anni di smartphone hanno trasformato in peggio gli studenti”

smartphone hanno trasformato in peggio gli studenti

Il legame fra la violenza giovanile e l’abuso dei social media non è certo una novità, ma negli ultimi tempi ha assunto una rilevanza crescente. E non si tratta soltanto del caso di Trescore Balneario, in cui uno studente ha accoltellato la sua docente, ma di un problema sistemico del quale la violenza rappresenta soltanto una delle manifestazioni più evidenti. Ne parla Alessandro D’Avenia nella sua rubrica Ultimo Banco del…

Troppi giovani non capiscono un testo, la Norvegia fa marcia indietro sulla tecnologia a scuola

Norvegia da marcia indietro

Per anni la scuola ha perseguito un modello educativo orientato all’integrazione della tecnologia nella didattica, spesso considerata un obiettivo prioritario. Un traguardo ambizioso da raggiungere nel minor tempo possibile, per non rimanere indietro rispetto ai Paesi del Nord Europa, e che in molti contesti è ancora in fase di realizzazione. Tuttavia, negli ultimi tempi stiamo assistendo a una sorta di movimento inverso che, pur riconoscendo l’importanza della tecnologia, spinge verso…

Quaderni operativi di Geronimo Stilton

X