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OPINIONI

La lingua italiana si sta impoverendo, troppo inglese e troppe parole orribili. È tutto in mano ai prof, ma hanno troppa burocrazia e poco tempo per la didattica

La lingua italiana di oggi è molto diversa da com’era anche soltanto qualche decennio fa. È normale che un linguaggio naturale si trasformi, adattandosi ai cambiamenti sociali e culturali, ma non tutte le trasformazioni sono necessariamente positive. In un mondo sempre più globalizzato, il rischio è che l’evoluzione porti a impoverimento, perdita di precisione, rinuncia alla complessità.

A sostenere questa posizione è Gian Luigi Beccaria, uno dei più autorevoli linguisti italiani, che in un’intervista a Repubblica link esterno offre una riflessione lucida e amara sullo stato della lingua italiana. Al centro del suo discorso ci sono due temi fra loro collegati: l’invasione degli anglicismi e l’importanza della scuola.

QUANDO L’ITALIANO ERA LETTERATURA

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Diversamente da altri Paesi europei, in Italia la lingua ha costruito una vera e propria identità nazionale ben prima dell’Unità. Beccaria ricorda come sia stata la letteratura, molto più della politica, a unificare culturalmente l’Italia. Queste le sue parole:

Nessuna letteratura è nata gigante quanto la nostra: Dante, Boccaccio e Petrarca. Avevamo già una nazione, anche se non lo eravamo. E nessuno ha i nostri colossi dell’Ottocento: Verdi, Leopardi, Manzoni. Chi può vantare un capolavoro come I Promessi Sposi? […] Lì dentro c’è tutto l’universo: l’ironia, la tragedia, il terribile senso della storia, l’umana debolezza, la profondità della vera fede, il ritmo e la musica dei dialoghi.

Ancora oggi alla letteratura è riconosciuto un ruolo fondamentale, nella crescita personale come nella lotta al bullismo, ma la lingua italiana ha preso un’altra via. E Gian Luigi Beccaria ne è consapevole ma, a ben vedere, per nulla contento.

TROPPO INGLESE, TROPPE PAROLE ORRIBILI

La ricchezza della lingua italiana, sta infatti attraversando una fase di forte impoverimento. L’italiano rimane ad oggi ancora vivo e carico di sfumature, riconosce Beccaria, ma ad essere cambiato è il contesto:

Troppo inglese, troppe parole orribili: attenzionare, monitorare. Che tragedia. Tutto è “scenario”, “innovazione”, “iconico”, tutto è “narrazione”. Difendiamo gli animali, com’è giusto che sia, e non le parole […]. In Spagna stanno molto più attenti: pensi che invece di dire “phon”, l’asciugacapelli lo chiamano secador de pelo.

L’impoverimento della lingua italiana non riguarda soltanto un ridotto uso di parole complesse, o un ricorso sempre più massiccio agli anglicismi. In aggiunta, vuol dire anche abuso di etichette passepartout che vogliono dire tutto e, di conseguenza, niente. Impoverimento significa quindi barattare precisione per immediatezza, immaginazione per superficialità, pensiero critico per controllo.

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DIFENDERERE L’ITALIANO A SCUOLA

Da qui il ragionamento del linguista arriva alla scuola. Per Beccaria, infatti, la difesa della lingua italiana dovrebbe essere una priorità dell’educazione, mentre al contrario oggi manca una vera strategia in tal senso.

Da una parte c’è un linguaggio naturale ricco e meraviglioso, ma che si impoverisce sempre di più; dall’altra parte ci sono gli insegnanti che, schiacciati dalla burocrazia, sono costretti a dedicarsi a tutto tranne che alla didattica. Con conseguenze potenzialmente catastrofiche.

A un primo sguardo, rispondono a questo allarme alcune delle ultime iniziative di Giuseppe Valditara: ritorno del latino alla secondaria di primo grado, volontà di tornare a carta e penna, divieto di usare il telefono sembrano andare nella giusta direzione. Eppure non basta. Per difendere la lingua italiana servono investimenti concreti e una visione a lungo termine, senza i quali tutti gli sforzi sono destinati a rimanere annunci vuoti. In fondo, ha proprio ragione Gian Luigi Beccaria che, rispondendo al giornalista, dice che “Tutto è in mano alla scuola, ai professori”. E non c’è nulla da aggiungere.

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