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OPINIONI

“La scuola necessità dell’ora di severità”: la provocazione di un giornalista

Negli ultimi anni si parla sempre più spesso di violenza a scuola: episodi di bullismo e cyberbullismo, tensioni in classe, aggressioni fra studenti, e non solo. Non si tratta soltanto di episodi isolati che emergono sporadicamente nelle cronache locali, ma di un fenomeno che negli ultimi tempi è diventato sempre più visibile e discusso anche a livello nazionale. Con alcune scuole che hanno già iniziato a richiedere i metal detector all’ingresso, misura simbolicamente molto forte perché richiama contesti normalmente associati alla sicurezza pubblica più che all’educazione, è chiaro come la questione sia ormai entrata pienamente nel dibattito pubblico.

In un clima così descritto, i genitori chiedono maggiore disciplina e rigore nelle aule, cioè regole più chiare, sanzioni più nette e un maggiore controllo sui comportamenti degli studenti. Una strada che però apre il fianco ad un paradosso. Per anni infatti la scuola è stata criticata, contestata e delegittimata proprio da chi oggi la vorrebbe più rigida. In molti casi insegnanti e dirigenti sono stati messi in discussione nelle loro decisioni educative, nelle valutazioni e persino nei richiami disciplinari. Da qui parte la provocazione lanciata sulle pagine del Resto del Carlino link esterno: forse è arrivata l’ora che “a scuola torni l’ora di severità”.

Un conflitto permanente

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Il dibattito nasce dalla lettera inviata al quotidiano da un lettore che collega i recenti episodi di violenza nelle scuole a una richiesta condivisa di maggiore rigore. L’idea di fondo è che un clima educativo più severo possa contribuire a ridurre comportamenti aggressivi e atteggiamenti di indisciplina. Si tratta della linea delle istituzioni, con slogan come “chi rompe paga” e con la possibilità di richiedere i metal detector all’ingresso, cioè strumenti che vogliono trasmettere il messaggio che la scuola debba tornare ad essere un luogo in cui le regole vengono rispettate senza ambiguità. Tuttavia, continua la lettera:

Tra i maggiori detrattori della scuola ci sono le famiglie: basta leggere una qualunque chat dei genitori e censire il numero di querele, aggressioni verbali e fisiche ai docenti: ogni brutto voto è una discriminazione, ogni punizione un’onta.

Un voto basso diventa motivo di contestazione o peggio, come i tanti ricorsi contro le pagelle, fenomeno che negli ultimi anni è cresciuto e che porta sempre più spesso le decisioni educative della scuola a essere discusse persino nelle sedi legali. E una nota disciplinare, che dovrebbe essere semplicemente uno strumento educativo per segnalare un comportamento scorretto, viene vissuta come un’offesa personale o come un’ingiustizia da contestare. In un contesto del genere, i docenti finiscono per perdere autorevolezza e diventano parte in causa in un conflitto permanente con i genitori, invece di poter svolgere il proprio ruolo educativo con il necessario riconoscimento e con una collaborazione reciproca.

Ripensare la disciplina a scuola

A rispondere alla lettera è il giornalista Beppe Boni, secondo cui sarebbe sbagliato sottovalutare la violenza a scuola. Quest’ultima non è infatti una semplice emergenza momentanea bensì un problema profondo di cui bisogna occuparsi, perché riguarda il clima educativo complessivo in cui crescono gli studenti e il modo in cui la scuola riesce a gestire comportamenti problematici e relazioni difficili. E continua:

La violenza nelle scuole, intesa anche come atteggiamenti aggressivi, è purtroppo una realtà su cui bisogna interrogarsi seriamente. Turbolenze nelle classi ce ne sono sempre state, ma la percezione che oggi ci sia meno severità, anche nella didattica, rispetto al passato è ampiamente condivisa.

Si è passati da una situazione in cui c’erano più rigore e severità, e l’insegnante era considerato infallibile o comunque difficilmente contestabile, ad un atteggiamento completamente opposto in cui il suo operato viene spesso messo continuamente in discussione. Tanto che da più parti si invocano soluzioni concrete contro l’ingerenza dei genitori a scuola, proprio per ricostruire un equilibrio più chiaro fra il ruolo educativo della scuola e quello della famiglia.

“A scuola torni l’ora di severità”

La scuola di oggi riflette insomma un cambiamento culturale nel rapporto fra istituzioni, famiglie e studenti. Non è soltanto una questione di regole o di disciplina, ma del modo in cui queste tre componenti si percepiscono e collaborano tra loro nel percorso educativo. Da un lato, i genitori chiedono più rigore ogniqualvolta si verifica un episodio di violenza; dall’altro, però, veniamo da anni in cui si è demolita l’idea stessa di scuola come istituzione autorevole. Pezzo dopo pezzo. Queste le parole di Boni:

Arriva un brutto voto? Scatta la protesta. Oggi circa il 70% degli italiani ritiene però che la scuola moderna sia poco esigente, sia sul piano della preparazione che della condotta.

Secondo il giornalista, è fondamentale che i genitori sappiano individuare una sana via di mezzo che recuperi il rapporto con la scuola e con gli insegnanti, e di conseguenza anche con il concetto di educazione. Ciò significa riconoscere il ruolo educativo della scuola senza rinunciare al dialogo, ma evitando di trasformare ogni decisione didattica o disciplinare in uno scontro.

Al netto della provocazione del titolo, secondo cui a scuola debba tornare l’ora di severità, è necessario fare un passo in più. Di conseguenza, non servono rigore e disciplina in astratto, nella ricerca di un passato mitico come soluzione ad un presente deludente, ma un patto educativo più coerente e credibile, in cui famiglie, scuola e studenti condividano davvero responsabilità e obiettivi.

Ne gioverebbero tutti, nessuno escluso.

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