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OPINIONI

La scuola valorizza soprattutto un’unica forma di intelligenza, quella logico-matematica. Ma le intelligenze sono molte di più

“La scuola sviluppa un solo tipo di intelligenza, che è l’intelligenza logico-matematica”. Inizia così l’intervento di Umberto Galimberti, ospite alla Scuola di Politica ed Economia link esterno organizzata dalla Confartigianato Imprese di Vicenza. Si tratta di un giudizio che mostra in tutta la sua importanza una questione fondamentale.

Secondo il filosofo e psicanalista, infatti, già alla scuola primaria si inizia con un apprendimento basato su lettura, scrittura e calcolo. Competenze fondamentali, certo, che tuttavia non sono necessariamente rappresentative di tutte le potenzialità degli studenti. E che anzi ne sarebbero discriminati.

Non c’è un solo tipo di intelligenza

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Il punto centrale della riflessione di Umberto Galimberti è semplice e immediato, nella sua apparente banalità: non esiste una sola forma di intelligenza. Accanto a quella logico-matematica, ne esistono molte altre che la scuola fatica a riconoscere e valorizzare. Queste le sue parole:

La scuola sviluppa un solo tipo di intelligenza, che è l’intelligenza logico-matematica. A partire dalla prima elementare, dove si impara a leggere, scrivere e far di conto. Ma ci sono tante altre intelligenze: c’è l’intelligenza musicale, artistica, psicologica, linguistica. C’è persino l’intelligenza somatica.

Il problema emerge quando si dimentica che non tutti gli studenti possiedono esclusivamente un’intelligenza logico-matematica. Eppure, chi possiede un’intelligenza diversa è spesso costretto ad un percorso di adattamento forzato verso una forma di apprendimento che non è quella originaria.

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Un alunno che fatica non è quindi necessariamente “in ritardo”, ma si sta sforzando di adattarsi al tipo di intelligenza richiesto dal sistema scolastico. E certo, continua Galimberti, l’intelligenza logico-matematica è la più utile per il funzionamento della nostra società, ma non è l’unica né la più nobile.

Anzi, nella sua diffusione riflette una società a forte impronta “maschile”, che tende a privilegiare ciò che è misurabile, razionale, produttivo. Secondo il filosofo e psicanalista, quindi, storicamente si è affermata questa specifica modalità cognitiva, che pur non essendo l’unica esistente diventa a scuola l’unica insegnata.

Diverso è il caso di un’intelligenza a forte componente intuitiva e sentimentale, nel ragionamento di Galimberti più tipica delle donne. Si tratta di due dimensioni fondamentali per le interazioni fra individui, ma che la scuola tende a marginalizzare e che la società tende a svalutare.

Verso una maggiore complessità cognitiva

Da un quadro così delineato, non stupisce che le giovani generazioni vivano una fase di grande disagio, in cui il senso di colpa diventa senso di inadeguatezza. Allo stesso modo, non stupiscono neppure le difficoltà di una scuola che spesso si ritrova inadeguata alla società contemporanea, che istruisce ma non educa.

Umberto Galimberti conclude il suo ragionamento mostrando i limiti di una razionalità “maschile” che governa il nostro mondo e che, tuttavia, è carente in molti aspetti della nostra vita. Insomma, la complessità delle intelligenze mostrate dagli studenti non è un limite ma una risorsa. E il potere non riguarda soltanto l’individuo ma anche l’educazione, compresa quella che avviene a scuola.

Arriviamo quindi al punto del filosofo: la scuola ha un ruolo decisivo nei riconoscere e coltivare la pluralità delle intelligenze presenti nei suoi studenti, ma decide di limitarsi. Continuare a educare basandosi su un unico modello cognitivo significa produrre un mondo uniforme e povero di sfumature. Al contrario, aprirsi alla complessità vuol dire formare persone più complete, capaci di agire in società in modo più equilibrato.

E, soprattutto, consapevole.

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