Da diverso tempo l’intelligenza artificiale è diventata una parte importante della vita quotidiana di studenti e insegnanti. Se quasi il 50% dei docenti usa ChatGPT a supporto della didattica, per il ministro Valditara l’IA migliora gli apprendimenti, quando viene implementata in modo corretto. Il problema è che non tutti i dati sembrano confermare questa prospettiva.
Secondo un sondaggio del sindacato britannico National Education Union, infatti, la maggior parte dei docenti ha riscontrato un peggioramento delle capacità di apprendimento degli studenti. In altri termini, la diffusione dell’intelligenza artificiale sta contribuendo a creare una generazione che rischia di delegare alla macchina non soltanto l’esecuzione dei compiti, ma il pensiero stesso.
l’allarme dei docenti
Come emerge dai dati pubblicati dal Guardian
, il sondaggio condotto dal NEU delinea una situazione ritenuta problematica. Quasi due terzi dei docenti hanno infatti osservato un netto calo delle capacità di pensiero critico fra gli studenti che utilizzano regolarmente l’intelligenza artificiale generativa. Ecco alcune delle testimonianze raccolte dal quotidiano britannico:
Gli studenti stanno perdendo le competenze fondamentali: pensare, scrivere, avere una conversazione. L’intelligenza artificiale sta distruggendo l’essenza dell’apprendimento: risoluzione dei problemi, pensiero critico e sforzo collaborativo.
Il problema non è l’uso dell’IA in sé, quanto la tendenza degli studenti a saltare la fase della riflessione autonoma per arrivare direttamente al risultato finale. Se uno strumento permette di ottenere una risposta senza dover ragionare, perché non utilizzarlo? In questo modo, però, l’intelligenza artificiale rende superfluo quel lavoro cognitivo che è alla base dell’apprendimento, finendo di fatto per sostituirsi allo studio vero e proprio.
I problemi dell’apprendimento
Quelle emerse nel paragrafo precedente sono soltanto alcune delle criticità legate all’intelligenza artificiale. Secondo il sondaggio del sindacato britannico, infatti, molti insegnanti denunciano anche un progressivo declino delle abilità manuali e ortografiche. In altri termini, scrivere sulla tastiera dello smartphone diventa sempre meno necessario perché basta dettare il prompt al microfono. Figurarsi la scrittura a mano, ormai relegata da molti a un retaggio del passato.
Se ortografia e sintassi diventano appannaggio del software che riconosce la voce, lo studente smette progressivamente di assimilare le strutture della propria lingua. Con conseguenze potenzialmente gravi sulla capacità di esprimersi e comunicare, già messa a dura prova dalla diffusione delle nuove tecnologie. Inoltre, affidarsi completamente all’IA significa anche perdere la capacità di riconoscere errori e cosiddette “allucinazioni” prodotte dal software.
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Puntare o no sull’intelligenza artificiale?
Pur mantenendo un certo scetticismo, in Italia come nel Regno Unito sempre più insegnanti utilizzano l’IA come supporto al proprio lavoro. Il sondaggio del NEU offre alcuni dati significativi: il 76% dei docenti ricorre all’intelligenza artificiale nelle attività quotidiane, soprattutto per preparare materiali e risorse didattiche.
Allo stesso tempo, circa la metà delle scuole non dispone ancora di politiche che regolino l’utilizzo di questi strumenti, mentre il 66% non ha definito alcuna linea guida specifica per gli studenti. Dal canto suo, il governo di Londra ha deciso di ampliare l’accesso alle risorse basate sull’IA, nell’ottica di una loro democratizzazione. Ma siamo davvero sicuri che questa sia la scelta migliore?
La domanda, in realtà, è un’altra: bisogna puntare sull’intelligenza artificiale oppure no? Da un lato, si tratta di strumenti destinati a diventare sempre più presenti nella vita quotidiana e professionale, che sarà quindi necessario imparare a conoscere e governare. Dall’altro, gli studenti già oggi utilizzano l’IA per aggirare il lavoro richiesto dai compiti, mentre molti docenti faticano a individuare strategie efficaci per gestire il fenomeno, una situazione comune tanto nel Regno Unito quanto in Italia. Secondo Valditara, l’intelligenza artificiale rende tutto più facile, ma allo stesso tempo i bambini dovrebbero sapere cos’è un algoritmo già dalla scuola primaria.
Insomma, trovare una risposta definitiva non è semplice, anche perché il mondo continua a muoversi in ordine sparso. In Cina e in Estonia l’IA entra ufficialmente nei programmi scolastici; in Australia e in Francia si vietano i social ai minori rispettivamente di 16 e 15 anni; in Danimarca e in Norvegia, invece, si cerca di limitare l’abuso della tecnologia durante il percorso di apprendimento.
Il messaggio che emerge è piuttosto chiaro: serve un approccio capace di integrare l’innovazione senza sostituire lo sforzo cognitivo richiesto dall’apprendimento. Una sintesi difficile da raggiungere, ammesso che ne esista davvero una.









