“Perché si possa parlare di un italiano del futuro bisogna fare qualcosa al più presto”. A pronunciare queste parole è Paolo D’Achille, presidente dell’Accademia della Crusca, in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università di Ferrara. Parole che restituiscono un’istantanea della nostra lingua ma, allo stesso tempo, lanciano un monito da non sottovalutare.
Come confermato dalla Crusca
, infatti, l’italiano rischia un progressivo ridimensionamento nel prossimo futuro. Se a causare questo fenomeno sono la diffusione dell’inglese e, soprattutto, le mutate abitudini linguistiche degli italiani, sorge spontanea una domanda: è possibile difendere la nostra lingua?
Il ridimensionamento dell’italiano
Nel suo intervento, D’Achille mostra come l’italiano di oggi stia andando incontro a una parabola discendente, fin troppo simile a quella del latino nel basso Impero. Quest’ultimo aveva infatti conosciuto una progressiva frammentazione in varianti locali prive di prestigio, l’abbandono nei livelli più alti dell’istruzione e, infine, la perdita di uno standard linguistico condiviso. Per l’italiano è ancora presto, è vero, ma:
Dobbiamo tutti essere consapevoli del fatto che, perché si possa parlare di un italiano del futuro, bisogna fare qualcosa al più presto. Altrimenti l’italiano finirà solo per soppiantare definitivamente i dialetti, almeno in certe zone: si ridurrà esso stesso a dialetto, usato nel parlato, nelle scritture informali, o magari nella letteratura.
Sarà utilizzato a scuola per la prima alfabetizzazione, continua il presidente dell’Accademia della Crusca, ma poi verrà progressivamente abbandonato anche perché privo di uno standard di riferimento. In modo molto simile, appunto, a quanto avvenuto con il latino del tardo Impero.
Inglese e italiano
Fra i principali responsabili di questo declino dell’italiano ci sono, come anticipato, l’uso e l’abuso della lingua inglese, oggi più diffusa che mai. Ovviamente Paolo D’Achille non mette in dubbio che la sua conoscenza sia un requisito imprescindibile nel mondo contemporaneo. Il problema riguarda piuttosto il rapporto con la nostra lingua, che mostra diversi livelli di erosione e sostituzione nell’uso comune, attraverso:
- anglismi superficiali, per esempio con termini come smart working o green pass, che più che anglismi sono pseudoanglismi, ma sostituiscono varianti italiane già esistenti;
- slittamenti semantici, per cui ci si ritrova con l’uso di “conferenza” al posto di “convegno” o di “cortesia” al posto di “concessione”, ricalcando i false friends inglesi;
- novità sintattiche, come “aiutare con i compiti”, che riprende l’inglese help with homework, e sigle, per esempio AI, che ha ormai soppiantato l’italiano IA.
Al netto di questi cambiamenti, il problema più profondo riguarda tuttavia l’uso dell’inglese nell’università e nella ricerca. Secondo D’Achille, il declino dell’italiano si concretizza proprio in un processo di internazionalizzazione forzata, che finisce per preparare i nostri giovani a costruire il proprio futuro all’estero. Una fuga di cervelli già dal punto di vista linguistico, insomma.
Come difendere la lingua italiana
Che l’italiano sia ormai una lingua in difficoltà e progressivamente impoverita non è certo un mistero. Ne ha parlato anche il linguista Gian Luigi Beccaria, indicando nella scuola lo strumento principale per invertire questa tendenza.
Ed è proprio così. Di fronte all’avanzata dell’inglese, l’italiano resiste meno rispetto a lingue come il tedesco, lo spagnolo o il francese. A spiegare questa differenza concorrono fattori storici, politici e culturali, ma soprattutto le scelte del presente. Oggi parlano inglese l’economia e l’informatica, la musica e la moda, l’arredamento e il cinema: un fenomeno che, per Paolo D’Achille, non è affatto casuale. Al contrario, la situazione attuale dimostra che preferiamo importare prodotti, concetti e idee dal mondo angloamericano piuttosto che crearli.
Non esiste una soluzione univoca, ma difendere la nostra lingua significa anzitutto essere consapevoli dello stato in cui versa e degli strumenti che abbiamo a disposizione. Da un lato bisogna ricordare che l’italiano è una lingua viva, che si arricchisce e si impoverisce attraverso l’uso. Dall’altro è fondamentale ripartire dalla scuola, che non è soltanto il luogo in cui si insegnano le basi dell’italiano, ma lo spazio nel quale la lingua viene coltivata, parlata e continuamente riportata in vita.









