Oggi fare l’insegnante non significa più soltanto spiegare una materia, trasmettere la passione per un argomento o gestire una classe di adolescenti. Si tratta di un mestiere che si è fatto sempre più complesso, e non soltanto per ciò che riguarda la didattica ma per burocrazia, precarietà e instabilità. Spesso, insomma, a spingere i docenti verso il burnout non è tanto il rapporto con gli studenti quanto ciò che sta “intorno”.
Lo conferma la storia di Fabio Cammarota, insegnante precario di francese, che anni fa ha lasciato una carriera solida nel settore privato, tra logistica e commerciale internazionale, con esperienze in multinazionali e competenze linguistiche avanzate, per inseguire la vocazione e la passione per l’insegnamento. Una scelta che, come spesso accade, sembrava quella giusta nel momento in cui è stata presa, ma che col tempo ha mostrato un peso diverso. In un sistema che non rende stabili, e nell’impossibilità di tornare indietro, è naturale chiedersi se ne sia valsa la pena.
Il sogno di insegnare
Il percorso di Fabio Cammarota, racconta il docente a Repubblica
, inizia quando lui ha già un lavoro stabile e soddisfacente. Tutto nasce quasi per caso, con alcune lezioni private di francese fatte inizialmente per hobby, fino alla scoperta di qualcosa di più profondo. Da lì il passaggio alla messa a disposizione e alle prime supplenze, spesso affiancate ancora al lavoro in azienda.
“Nei primi anni non vedevo l’ora di andare a scuola”, afferma Cammarota. L’ingresso in classe rappresenta una svolta, un’esperienza autentica che dà senso a una scelta radicale. Ma ben presto la precarietà è diventata l’unico orizzonte di riferimento. Dopo concorsi affrontati e anche superati negli anni, ma sempre senza una vera stabilizzazione, è arrivata la consapevolezza:
Il sistema te lo smonta pezzo per pezzo, senza che te ne accorga subito. Le supplenze in province lontane del nord, la chiamata con le 48 ore di tempo per accettare o perdere il posto. Fai le valigie di fretta e furia, cerchi una stanza, e scopri che senza un contratto a tempo indeterminato i proprietari non ti affittano niente.
Altri colleghi, continua il docente, finiscono a vivere in B&B o negli ostelli, di fatto pagando per lavorare in quello che rappresenta “un sistema barbaro, a dir poco”. Insegnare diventa necessario per ottenere punteggio e sperare nel salto definitivo verso il ruolo, ma anche quando si accumulano anni di esperienza e risultati nei concorsi, la stabilità resta lontana, quasi casuale.
La matematica del precariato
Nel suo racconto, Fabio parla anche dei numeri, che appaiono sin da subito molto simili a quelli di migliaia di suoi colleghi che vivono una situazione simile. Lo stipendio si aggira intorno ai 1600 euro al mese, una cifra che sembra dignitosa ma che deve tenere conto anche delle spese e del contesto, soprattutto in aree come l’hinterland milanese.
Una stanza a San Donato Milanese, infatti, costa anche 600 euro, a cui vanno aggiunti circa 200 euro al mese per l’auto tra carburante e manutenzione, oltre alle spese quotidiane, mediche e a quelle legate alle certificazioni richieste dal sistema. Perché nel frattempo ai docenti viene chiesto di aggiornarsi continuamente, spesso a proprie spese, con titoli e abilitazioni che possono cambiare valore nel giro di poco tempo, obbligando a rifarli in tempi stretti. E il margine di sopravvivenza si fa sempre più piccolo.
L’ultimo anno in particolare è stato il più difficile, dal punto di vista sia fisico che mentale:
Ho la scuola di mattina a 24 chilometri di casa, tre quarti d’ora di macchina considerando il traffico. Insegno al mattino e alla sera: nove ore di mattina, nove di sera in un’altra sede. […] A novembre, all’una e un quarto di notte, mi trovavo al pronto soccorso di un ospedale lombardo. Il referto diceva: paziente giunge per agitazione a seguito di violenza verbale a scuola serale, periodo di stress da orari lavorativi diurni e serali.
A questo si aggiungono i concorsi, affrontati più volte senza esito definitivo, nonostante risultati positivi. Un meccanismo che logora ulteriormente, perché richiede energie che spesso non ci sono più, trasformando ogni tentativo in una scommessa.
Fabio Cammarota delinea un quadro desolante, che di fatto azzoppa ogni passione e condanna ad una vita precaria in cui è difficile anche solo sopravvivere. Men che meno essere soddisfatti.
insegnare diventa una prigione
Di fronte al precariato della scuola, è naturale voler tornare nel settore privato. Ma anche questa strada, racconta Fabio, non sembra al momento aperta: “Il sistema scolastico non mi stabilizza, e il sistema privato nel frattempo ha quasi chiuso la porta”. A 42 anni, con anni fuori dal mercato aziendale, quella scelta viene letta come un vuoto più che come un’esperienza, nonostante le competenze e il percorso precedente.
Una condizione che pesa anche sul piano personale, tra difficoltà a costruire una stabilità economica, pensare a una casa o progettare una famiglia. Ed è proprio questo intreccio tra lavoro e vita privata a rendere la situazione ancora più fragile.
Insomma, il caso di Fabio Cammarota non è un’eccezione ma un sintomo, che mostra il paradosso vissuto dai docenti italiani. Da un lato, sono fra i lavoratori più importanti per il futuro della società; dall’altro, il loro ruolo viene continuamente sminuito con stipendi fra i più bassi in Europa, carichi burocratici, precarietà diffusa.
Ci sono docenti che, alla domanda “ma chi te lo fa fare di insegnare”, riescono a trovare un modo per andare avanti, e ci sono storie che invece raccontano un altro percorso ma hanno la stessa importanza. E forse la considerazione più amara la fa proprio Fabio, quando ammette: “Se avessi saputo che le cose sarebbero diventate così, a malincuore avrei scelto un’altra strada”.









