“Fare il preside oggi è un lavoro con un carico amministrativo e burocratico allucinante”. Queste parole, pronunciate da Alessandra Francucci in un’intervista a Repubblica
, mostrano il profondo malessere vissuto oggi da chi lavora in ambito scolastico.
La dirigente ha deciso di lasciare la scuola con due anni di anticipo rispetto alle scadenze, ma non si tratta di una semplice scelta personale. Al contrario, è la denuncia di una preside nei confronti di un sistema che, nelle sue stesse parole, è “tale da comprimere la tua funzione didattica ed educativa”.
Un sistema che logora
Pur avendo una conclusione personale, ossia la scelta di abbandonare in anticipo la scuola, la riflessione di Alessandra Francucci assume da subito un carattere più ampio. La dirigente parla infatti di un sistema scolastico ormai logoro, in cui molti presidi si trovano sepolti da scadenze, adempimenti burocratici e infiniti moduli da compilare.
In un quadro del genere, le norme si susseguono senza coerenza o, ancora peggio, spesso vengono imposte senza una reale consultazione con chi lavora nelle scuole. Se un tempo si pensava all’autonomia scolastica come ad una necessaria innovazione, oggi anche la sua carica innovativa appare svuotata, sminuita da una giungla normativa che complica, non semplifica.
A ben vedere, si tratta di un problema che già da tempo gli insegnanti denunciano: c’è chi lamenta lo svuotamento della propria funzione educativa e chi si chiede se abbia ancora senso insegnare. E poi c’è anche il caso di una docente che ha deciso di abbandonare la scuola due anni prima della pensione: una storia che richiama direttamente questa.
Troppa burocrazia a scuola
Che ci sia troppa burocrazia a scuola non è certo un mistero: lo lamentano gli insegnanti da tantissimo tempo, ma è un problema che riguarda anche i dirigenti. Fra rendicontazioni e relazioni, documenti di sicurezza e richieste ministeriali, i presidi sono ormai molto più simili ad amministratori che a punti di riferimento per il ruolo educativo della scuola. Come sembra dire la parola stessa: dirigenti scolastici.
Il cuore della denuncia di Alessandra Francucci è proprio questo: la burocrazia scolastica sta divorando la scuola dall’interno, senza lasciare spazio alla sua funzione pedagogica. Non è possibile dedicare il giusto tempo al confronto con i docenti, all’ascolto degli studenti, alla progettazione di nuovi percorsi educativi, perché tempo non ce n’è.
Fagocitato da compiti tecnici, spesso ripetitivi e scollegati dalla realtà concreta della scuola, questo approccio svilisce l’impegno dei presidi. Inoltre, incide negativamente sulla qualità dell’offerta formativa.
una scuola che torni a fare scuola
Alessandra Francucci lascia quindi il suo incarico con due anni di anticipo, ma questa non è una resa. La preside vuole continuare a sensibilizzare il pubblico su questo stato di malessere della scuola anche da pensionata, nella speranza di contribuire ad un cambiamento duraturo.
Il sistema è logorante, sta implodendo: le norme che si susseguono sono poco condivisibili, spesso illogiche, l’autonomia è sempre più rarefatta. E io non ho più l’energia necessaria. Vorrei impegnare un po’ del mio nuovo tempo per fare emergere questo stato di malessere, lo devo al lavoro che ho amato
La lettura è chiara: un’istruzione che si vuole attenta al “merito” non può dimenticare né sminuire la funzione educativa della scuola. Serve, insomma, un ripensamento profondo di un modello ormai centrato sugli obblighi burocratici, che rinuncia alla libertà di educare a favore di una macchina amministrativa.
D’altronde, viviamo in un’epoca che richiede di rispondere a sfide complesse: dispersione scolastica, impatto delle nuove tecnologie, nuove dinamiche dell’inclusione, disagio dei giovani. Davvero vogliamo affrontarla con insegnanti e dirigenti obbligati a curare più il lato burocratico dell’istruzione, a scapito di quello educativo?









