Le competenze socio-emotive dei giovani italiani mostrano segni sempre più profondi di fragilità. Fiducia in se stessi e ottimismo, senso di appartenenza alla scuola e capacità di gestire le emozioni sono più deboli, soprattutto fra gli studenti dai 10 ai 15 anni. A dirlo sono i dati emersi da un approfondimento INVALSI
basato sull’indagine internazionale OCSE Social and Emotional Skills.
Il quadro che ne emerge, soprattutto in riferimento all’Italia, mostra una situazione preoccupante che può avere conseguenze sul benessere psicologico, sui risultati scolastici e persino sulle relazioni interpersonali degli studenti. Capire cosa sta succedendo e qual è il ruolo della scuola diventa quindi essenziale.
L’importanza delle competenze socio-emotive
Le competenze socio-emotive non rappresentano una mera aggiunta opzionale al percorso educativo degli studenti. Come avviene per le competenze non cognitive e trasversali, di cui costituiscono una parte rilevante, anche in questo caso l’apprendimento è una parte fondamentale del percorso di crescita dei più giovani.
Abilità come empatia e resilienza, curiosità e autocontrollo, fiducia e ottimismo influenzano il modo in cui gli studenti affrontano le difficoltà e costruiscono relazioni. Ciò è vero sia nel contesto della scuola sia al di fuori, anche dopo il diploma e all’interno del mondo lavorativo.
Si tratta di competenze importantissime per l’individuo collegate sia al benessere individuale sia ai risultati scolastici. Quando presenti, contribuiscono all’aumento della motivazione e alla diminuzione dell’ansia, eppure sono in calo negli studenti fra i 10 e i 15 anni. Cosa è successo?
Un calo negli studenti fra i 10 e i 15 anni
I dati dell’indagine SSES e dell’analisi INVALSI evidenziano il peso delle disuguaglianze fra i giovani italiani già dalla situazione di partenza. Gli studenti che provengono da contesti socioeconomici svantaggiati registrano punteggi più bassi in quasi tutte le dimensioni considerate dalla ricerca.
Alcune competenze sembrano avere una divisione più marcata per genere: da una parte, le ragazze tendono a mostrare più empatia e cooperazione; dall’altra parte, i ragazzi riportano più fiducia in se stessi e autocontrollo. Al contrario, altre risultano legate alla visione del futuro e alle aspirazioni professionali: è il caso della curiosità e dell’ottimismo, la cui carenza aumenta insicurezza e disorientamento.
Il dato più critico, dicevamo, riguarda tuttavia gli studenti con età compresa fra i 10 e i 15 anni, con trascurabili differenze di genere e di contesto socioeconomico. In questo caso si osserva un calo più diffuso: nel passaggio dalla scuola primaria alla scuola secondaria, infatti, i ragazzi perdono fiducia, creatività e senso di appartenenza alla scuola. In particolare, l’ambiente scolastico perde man mano la sua capacità di generare coinvolgimento ed emozioni positive. Cosa fare allora?
Il ruolo della scuola
La scuola non rappresenta l’unico luogo deputato all’educazione dei giovani, ma senza dubbio rimane ancora oggi uno spazio privilegiato per lo sviluppo delle competenze socio-emotive. Le soft skills permettono di approcciare in modo più consapevole le relazioni interpersonali, l’apprendimento e il rapporto con il mondo.
Non è un caso che ci sia una legge sulle competenze non cognitive e trasversali a scuola, ma serve anche un approccio più concreto. Da questo punto di vista, INVALSI propone alcune linee di intervento, come:
- offrire feedback costruttivi capaci di andare oltre gli errori e stimolare un processo di crescita;
- creare occasioni di apprendimento diverse dalla lezione frontale e verso la didattica laboratoriale;
- investire nella formazione degli insegnanti nel senso di una didattica più moderna.
Insomma, il calo delle competenze socio-emotive fra gli studenti dai 10 ai 15 anni non è soltanto un dato statistico, ma una fotografia della scuola di oggi, nonché della società di domani. Intervenire significa quindi ripensare l’educazione come forma di investimento nel futuro degli studenti. E non solo del loro.










