In Italia, ormai da diverso tempo, il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha vietato l’uso dello smartphone a scuola, dalla scuola primaria alla scuola secondaria di secondo grado. Questa decisione si inserisce all’interno di una tendenza globale che vede numerosi Paesi limitare in modo sempre più deciso l’utilizzo degli smartphone nei contesti scolastici, nel tentativo di ridurre le distrazioni e favorire condizioni più favorevoli all’apprendimento.
Detto ciò, sebbene l’obiettivo comune sia quasi sempre la tutela del benessere psicofisico degli studenti e della qualità degli apprendimenti, in Europa si possono individuare tre diversi approcci alla questione. Ne parla un rapporto della Commissione Europea
, che mette a confronto le scelte adottate nei diversi Paesi e pone una domanda destinata a restare centrale nel dibattito educativo: “vietare lo smartphone a scuola serve davvero?”.
l’approccio restrittivo
A descrivere gli approcci europei è il rapporto ENESET 2026, che restituisce l’immagine di un continente caratterizzato da modelli differenti, nei quali convivono politiche molto restrittive e sistemi che lasciano maggiore autonomia agli istituti scolastici. Secondo l’indagine emerge innanzitutto una tendenza generale, alla quale abbiamo accennato nell’introduzione e che riguarda anche la governance delle scuole. La gestione affidata ai singoli istituti sta progressivamente lasciando spazio a normative nazionali, con regole sempre più uniformi sul territorio.
Da questo punto di vista, uno degli approcci più discussi è senza dubbio quello restrittivo, caratterizzato da armadietti di sicurezza, consegna dei dispositivi e controlli all’ingresso. Tra i Paesi che seguono questa linea troviamo:
- la Francia, che non ha soltanto vietato l’uso dei social ai minori di 15 anni, ma ha anche introdotto il divieto di utilizzare lo smartphone a scuola, lasciando comunque alcuni margini di autonomia organizzativa ai licei;
- l’Austria, dove il divieto è quasi totale fino all’ottava classe del percorso scolastico;
- l’Ungheria, che impone agli studenti di consegnare lo smartphone all’ingresso dell’istituto.
All’interno di questo gruppo rientra anche il nostro Paese, con un divieto esteso anche alla scuola secondaria di secondo grado e, in linea generale, anche agli utilizzi didattici dello smartphone. Naturalmente non sono vietati gli altri dispositivi digitali, che possono essere utilizzati sotto la supervisione dei docenti e all’interno di attività didattiche strutturate. Restano inoltre previste deroghe per gli studenti con disabilità, bisogni educativi speciali (BES) o altre esigenze specificamente documentate.
forti limitazioni e autonomia
Accanto alle restrizioni dell’approccio più rigoroso, esistono in Europa altri due modelli che cercano un equilibrio differente. Il loro obiettivo è preservare gli eventuali aspetti positivi che il telefono può avere in ambito educativo, senza perdere di vista una delle funzioni della scuola: aiutare gli studenti a gestire le distrazioni e a sviluppare un utilizzo consapevole della tecnologia.
Il primo è un modello intermedio, che prevede forti limitazioni all’uso dello smartphone durante le attività didattiche. Al contrario, la gestione nei momenti non direttamente collegati alle lezioni viene lasciata alle singole scuole, che possono consentirne l’utilizzo durante la ricreazione, negli spazi comuni o nei cambi d’ora.
Seguono questa impostazione Paesi come Finlandia, Paesi Bassi, Romania e Slovacchia, che concentrano le restrizioni soprattutto sul tempo scuola dedicato alle attività di insegnamento e apprendimento, durante il quale l’uso dello smartphone risulta generalmente vietato.
Il secondo è invece un modello più flessibile, privo di una regolamentazione nazionale particolarmente dettagliata, che lascia alle singole scuole o alle comunità educative la possibilità di vietare o consentire l’uso del telefono secondo le proprie esigenze organizzative ed educative. È il caso di Paesi come Germania e Spagna, mentre Estonia e Croazia preferiscono puntare soprattutto sulla promozione di un utilizzo responsabile delle tecnologie digitali.
Vietare il telefono in classe funziona?
La domanda è più che legittima e, osservando la varietà degli approcci presenti in Europa, non è semplice fornire una risposta definitiva. Quasi ovunque prevale una posizione intermedia: la tecnologia non deve essere demonizzata, ma il suo uso eccessivo o improprio viene considerato un problema, soprattutto quando riguarda uno strumento pervasivo come lo smartphone.
Molti Paesi prevedono eccezioni per attività didattiche svolte sotto la supervisione degli insegnanti, ma la pratica si scontra spesso con problemi organizzativi. Riporre i telefoni negli armadietti e recuperarli ogni volta che servono può risultare poco funzionale, motivo per cui molte scuole finiscono per limitare fortemente anche queste possibilità.
Al contrario, l’Italia ha scelto di vietare tout court l’uso dello smartphone, nel tentativo di favorire un rapporto più sano, equilibrato e consapevole con la tecnologia. Che questa sia la strada migliore è ancora presto per stabilirlo con certezza. Di sicuro, molti studenti riportano effetti positivi sia all’interno del contesto scolastico sia nelle relazioni quotidiane.
La verità, però, è probabilmente anche un’altra. Il divieto rappresenta soprattutto uno strumento regolativo, utile come primo passo ma insufficiente da solo. Perché il nodo centrale resta l’educazione all’uso consapevole delle tecnologie digitali e lo sviluppo di competenze critiche nell’utilizzo degli strumenti connessi. Senza questo passaggio, il divieto rischia di rimanere soltanto una proibizione. Con questo passaggio, invece, può trasformarsi in parte di un percorso educativo più ampio, capace di preparare davvero gli studenti alle sfide del futuro.









