Quando sentite parlare di matematica o, all’improvviso, vi viene sottoposto un problema da risolvere, che tipo di emozioni provate? Ansia da foglio bianco? Senso di frustrazione e noia? Oppure la situazione sfidante accende in voi la voglia di cimentarvi nella risoluzione del quesito? Nello studio e nell’esercizio della matematica, avrete sicuramente già fatto esperienza di un ventaglio di sensazioni che vanno dalla pura fobia alla piena soddisfazione intellettuale; converrete quindi con me che insegnare matematica a scuola non sia solo una questione di numeri e formule, ma significhi gestire delle vere e proprie “montagne russe” emotive sulle quali viaggiano i nostri alunni.
Come è noto, il termine matofobia deriva dalla fusione delle parole “matematica” e “fobia”; quindi il suo significato è proprio “paura della matematica”, antipatia per la disciplina, ma non solo. Si tratta di un vero e proprio blocco cognitivo e motivazionale che porta gli studenti ad avere atteggiamenti di evitamento e frustrazione in presenza di un compito, di un problema, di un quesito, di un esercizio.
Ma qual è la natura di questo timore così radicato? Alcuni matematici e pedagogisti affermano che tale fobia ha una natura sociale; ciò significa che non è innata, ma insorge a seguito di esperienze di apprendimento negative fatte durante gli anni di scuola. Come molti di voi avranno osservato, i bambini sin da piccoli mostrano un grande interesse nei confronti dei numeri: amano pronunciarli, contare, effettuare piccoli calcoli, porsi delle domande, risolvere indovinelli matematici. Non sanno che la matematica è “difficile”. Per loro è un modo per esplorare il mondo: contare i gradini o dividere le caramelle sono manifestazioni di una logica spontanea.
In questa fase l’amore per la matematica è alimentato da quello che potremmo definire “momento Eureka!”. In cosa consiste? La parola Eureka, che deriva dal greco antico ed è diventata leggendaria grazie ad Archimede di Siracusa, significa letteralmente “Ho trovato!”.
Alcuni studi mostrano che, quando si arriva a risolvere un enigma, quando si è travolti da un’improvvisa ondata di chiarezza, quando un puzzle si incastra perfettamente al suo posto o una risposta a lungo cercata si rivela, accade quello che viene definito “il momento Eureka!”, cioè quel fenomeno cognitivo improvviso in cui la soluzione di un problema difficile si palesa alla mente in modo chiaro, immediato e apparentemente senza sforzo. Si prova così un’ondata di gioia, sollievo e soddisfazione (la famosa scarica di dopamina).
I timori, dunque, non nascono spontaneamente, ma vengono indotti nell’allievo quando la soddisfazione iniziale lascia il posto al senso di inadeguatezza, ovvero quando l’errore, dall’essere uno stimolo a ritentare la sfida, diventa uno stigma, una macchia indelebile. La stratificazione di piccoli fallimenti non elaborati, che trasformano il numero e le espressioni matematiche in un segnale di minaccia per l’autostima, porta a una sorta di “rottura dell’incantesimo”, che avviene solitamente tra la fine della scuola primaria e l’inizio della scuola secondaria di primo grado.
Ma le emozioni coinvolte nell’apprendimento della matematica non sono solo quelle relative al successo o all’insuccesso, all’amore o al timore; ve ne sono altre, come la curiosità, cioè quella scintilla iniziale che può accendere l’interesse per il sapere e la conoscenza; lo stupore, che potrebbe derivare dallo scoprire che una formula semplicissima governa fenomeni enormi e diffusi in natura (come la sezione aurea); per non parlare della ricerca del bello, cioè quel senso di eleganza che da sempre spinge i matematici a scrivere le dimostrazioni in maniera breve, logica e “pulita”.

CHI HA PAURA DELLA MATEMATICA?
Un corso che porta la matematica nella vita vera: situazioni iniziali (“Succede che…”) attivano curiosità e senso, mentre “Impara dall’errore” trasforma lo sbaglio in strategia. Road Map, mappe e organizzatori supportano lo studio; ci sono percorsi per INVALSI e attività con Scratch/GeoGebra e spunti su IA. Inclusivo, motivante, concreto.
Come possiamo aiutare gli studenti a navigare in questa tempesta emotiva? La risposta sta nella metacognizione. Insegnare matematica non significa solo spiegare come risolvere un’equazione, ma guidare lo studente a chiedersi:
“Cosa provo mentre affronto questo problema?” “Quali strategie ho usato l’ultima volta che mi sono bloccato?” “Questo errore mi sta dicendo qualcosa sulla mia intelligenza o sul mio metodo?”
A tal scopo potrebbe essere utile creare un piccolo diario delle emozioni in matematica per tenere traccia del percorso di consapevolezza personale. Non serve a scrivere i calcoli, ma a registrare cosa succede mentre si svolgono.
Potrebbe riportare le seguenti voci:
Livello di energia: (da 1 a 10)
Stato d’animo iniziale: (esempio: ansia, noia, curiosità, stanchezza)
L’obiettivo del giorno: “Oggi voglio solo capire come si muove questa X, non importa se sbaglio i calcoli.”
Il muro: “Sono bloccato a metà espressione. Sento la mascella contratta. Mi viene voglia di chiudere il libro.”
Il bagliore: “Ho capito che devo spostare il termine a destra”
L’emozione finale: com’è cambiato il tuo umore?
Cosa ho imparato su di me: “Oggi ho scoperto che, se faccio una pausa di 5 minuti quando sento rabbia, poi il problema mi sembra più facile.”









