Nel corso di una recente intervista rilasciata al quotidiano Il Messaggero
, Emanuela Fanelli ha condiviso con i lettori ricordi personali e riflessioni sul presente che stiamo vivendo. Si tratta di parole che colpiscono perché arrivano da un’attrice e comica amatissima dal pubblico, ma che affondano le radici in un’esperienza concreta, spesso poco conosciuta: quella da insegnante nella scuola dell’infanzia.
Fanelli ha infatti raccontato il periodo in cui lavorava come maestra, soffermandosi sull’importanza decisiva dei primi anni di vita per la crescita emotiva e relazionale dei bambini. Nonché sul valore dell’insegnamento.
La maestra Emanuela Fanelli
Prima di essere conosciuta come attrice e comica, Emanuela Fanelli ha svolto molti lavori, fra cui anche quello di maestra. Questa esperienza, durata ben dieci anni, è rimasta un punto centrale nel suo percorso di persona e artista, come conferma nel corso dell’intervista:
Mi chiamavano Mela, senza maestra: sei Mela tutti i giorni. […] Erano bimbi della materna e quello, ho capito, è un tempo determinante per la vita: quei bimbi dai 2 ai 6 anni sono esseri umani in purezza. Sei te, un te molto giovane ma purissimo.
In quegli anni, continua Fanelli, i bambini accumulano e conservano esperienze, relazioni ed emozioni che ritroveranno più avanti nella loro vita. Da qui la grande importanza dei buoni maestri, quelli che Vincenzo Schettini definirebbe “maestri di vita”, capaci di vedere nei più giovani le loro potenzialità e aiutarli a realizzarle.
Da insegnante, ricorda l’attrice, grande attenzione veniva riservata alla gestione dei conflitti fra bambini, riguardanti per esempio il rispetto del corpo e del pensiero dell’altro, il dialogo, la ricerca di soluzioni condivise. Un approccio oggi più attuale che mai.
Il presente e la tecnologia
Nei confronto del presente, Emanuela Fanelli assume un atteggiamento critico e consapevole, soprattutto quando affronta uno dei temi più discussi quando si parla di scuola e adolescenza: il rapporto con la tecnologia. Il problema, sostiene, non sono tanti i giovani quanto proprio gli adulti che dovrebbero dare il buon esempio, e invece sono i primi a sbagliare:
Parliamo tanto dei social, ma io toglierei i telefonini agli adulti, viste le cose che leggo. In generale, gli adolescenti stanno più attenti a quello che postano: sanno cos’è il bullismo, che noi subivamo e non sapevamo che si chiamasse così. È un tempo delicato, in cui conta molto quello che gli altri pensano di te.
In un momento storico in cui è facile criticare le abitudini degli adolescenti, per esempio c’è chi vuole vietare i social sotto i 16 anni, Fanelli richiama all’attenzione le responsabilità degli adulti. E non soltanto i genitori, spesso additati come esagerati in un senso o nell’altro, ma anche gli insegnanti.
Il valore dell’insegnamento
Proprio perché l’età della crescita è un momento delicato per i giovani, è assolutamente importante poter contare su un’educazione efficace, già a partire dall’infanzia. Tanto che Emanuela Fanelli non ha mai smesso di considerare l’insegnamento come una possibilità concreta: non un ripiego o un momento che fa parte del passato, bensì un percorso persino auspicabile.
A confermare la passione per questo mestiere arrivano anche le sue parole durante l’intervista, quando dice “non sono diversa da com’ero quando facevo la maestra coi bambini in una scuola di Roma”. Eppure, oggi la scuola è un luogo complesso, con tantissimi docenti che si ritrovano da soli contro le difficoltà del loro ruolo e finiscono per contare soltanto sulla loro passione. O su poco altro.
Fra carichi burocratici e difficoltà nella gestione della classe, gli insegnanti di oggi affrontano sfide molto complesse. Un altro attore e comico, Antonio Albanese, li definisce gladiatori per evidenziare la fatica continua a fronte di una retribuzione bassissima e di un riconoscimento ai minimi storici.
D’altronde, insegnare significa soltanto trasmettere contenuti: al tempo stesso, vuol dire sentirsi bene nel farlo, per un ruolo che sulla carta è uno dei più importanti della nostra società. E che dovrebbe esserlo davvero.









