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OPINIONI

Perché la scuola non considera Grazia Deledda?

C’è una domanda che mi accompagna da quando insegno e che, a mio parere, merita di essere posta con chiarezza: perché Grazia Deledda è ancora ai margini dei manuali di letteratura scolastica, se non, addirittura, non considerata? Una questione che trova riscontro nella realtà dei percorsi di letteratura della scuola secondaria, dove la presenza di alcuni autori appare consolidata, mentre altre figure restano sistematicamente escluse. Tra queste si colloca la stessa Deledda, la cui produzione continua a essere di gran lunga assente dalla pratica didattica, nonostante il riconoscimento del Premio Nobel per la Letteratura, il cui valore sembra non trovare una sua effettiva valorizzazione nella scuola.

Mi riferisco in particolare alla mia esperienza di insegnamento, svolta in contesti scolastici diversi, dove questa esclusione si è rivelata un dato costante: sono stata, di fatto, l’unica docente a proporla in classe.

Avendo altresì consultato diversi libri di testo che mi sono resa conto di qualcosa di fondamentale: non è la quantità di pagine dedicate a un’autrice a determinarne il valore, ma la capacità di quei testi di far emergere domande, emozioni e punti di vista nuovi negli studenti, di spingerli a guardare oltre ciò che appare subito, a cogliere significati e connessioni che spesso sfuggono a prima vista. Anche uno spazio limitato può diventare fertile, se concepito come un inizio e non come una conclusione: un varco attraverso cui gli studenti possano entrare, interrogare, collegare, mettere in discussione.

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È in questa prospettiva che la presenza di Grazia Deledda diventa davvero importante: non come qualcosa da leggere e basta, ma come un’occasione per coinvolgere gli studenti e stimolare la loro curiosità. Ne deriva che quando un testo riesce a far nascere domande, a collegare la storia, i personaggi e le emozioni, allora compie davvero la sua funzione educativa e formativa.

In didattica, quindi, il valore di un testo si misura dalla sua capacità di far partire percorsi di scoperta e di approfondimento negli studenti, in modo tale che ogni pagina, se ben valorizzata, può diventare l’inizio di un dialogo autentico con la letteratura.

Questo articolo nasce da tale constatazione e intende non solo richiamare l’attenzione su una scarsa rilevanza riservata all’autrice, a mio parere non giustificabile, ma anche suggerire possibili modalità di integrazione dell’opera di Deledda nei percorsi di studio, nella prospettiva di una più equilibrata rappresentazione del panorama letterario italiano tra Otto e Novecento. A partire dall’interrogativo iniziale, semplice e insieme scomodo, si sviluppa la mia esperienza; ed è proprio da qui che nasce anche un piccolo invito a rimettere in discussione ciò che, troppo spesso, diamo per scontato quando entriamo in classe.

Cosa accade, allora, quando si porta Deledda in aula? Le reazioni dei miei studenti si facevano via via più vive e partecipi, restituendomi la sensazione di aver compiuto una scelta efficace, sia sul piano didattico che su quello educativo.

A tal proposito, ho osservato che molti docenti rinunciano a proporre Grazia Deledda perché la ritengono un’autrice difficile, e quindi poco adatta a promuovere esperienze di lettura partecipata, capace di stimolare un dialogo autentico con il testo. Mi riferisco al fatto che nei suoi romanzi prevalgono ambientazioni rurali, un linguaggio talvolta distante e ritmi narrativi lenti; elementi che sembrano poco compatibili con la sensibilità degli studenti di oggi. Ma la mia esperienza mi ha portato a una conclusione diversa: la scrittrice non è “difficile”, è semplicemente presentata in maniera poco efficace. In altre parole, non è la sua scrittura a risultare davvero inaccessibile agli studenti, ma il fatto che spesso non venga “tradotta” didatticamente; manca cioè un lavoro di accompagnamento che aiuti a entrare nei testi. Nel caso di Grazia Deledda, questo è particolarmente evidente: i suoi brani richiedono di essere avvicinati, spiegati, collegati all’esperienza dei discenti, ma se questo passaggio viene saltato, il rischio è che restino percepiti come “difficili” solo perché non sono stati resi accessibili.

In conclusione, non è la difficoltà propria dei testi il problema, ma la mancanza di una mediazione didattica efficace.

Quando ho iniziato a proporre alcuni brani di Canne al vento, ho lasciato da parte le lunghe introduzioni teoriche e ho chiesto agli studenti di leggere e condividere le loro impressioni. Inizialmente esitanti, hanno presto cominciato a osservare dettagli significativi: il senso di colpa del personaggio, la sua apparente mancanza di libertà… Ogni intervento aggiungeva nuova profondità alla discussione.

In quel momento, la scrittrice si fece più vicina: accompagnava gli studenti durante la lettura, come se stesse spiegando di persona. I temi che attraversano la sua narrativa e cioè il rapporto tra individuo e comunità, il peso delle tradizioni, il senso di colpa, la ricerca di riscatto, non si percepiscono come concetti astratti, ma come esperienze concrete. Quando gli studenti vengono guidati a riconoscerli, la loro risposta cambia radicalmente: non si limitano a comprendere il testo, lo vivono e lo sentono. È qui che si gioca la vera sfida didattica: non nel semplificare l’autrice, ma nel creare le condizioni perché possa essere ascoltata. Spostare l’attenzione dalla forma alla profondità del contenuto, almeno in una prima fase, permette di attivare un coinvolgimento autentico. L’analisi può arrivare dopo, quando il testo ha già aperto una relazione.

In questo percorso, “Canne al vento” si rivela particolarmente efficace. Non è necessario affrontarlo integralmente: bastano alcuni brani chiave per lavorare su temi centrali significativi che offrono spunti immediati per la riflessione e il dibattito in classe.

La figura di Efix, così come appare in Canne al vento, mi ha sempre colpito per la sua lotta tra dovere e desiderio personale perché offre uno spazio immediato per riflettere sulla responsabilità individuale e sul peso delle scelte rispetto al passato, cioè come le decisioni dei personaggi siano influenzate da ciò che è successo prima e dalle abitudini della loro famiglia o comunità. In pratica, le dinamiche familiari della famiglia Pintor permettono di riflettere sul ruolo delle donne in una società chiusa e tradizionale, mostrando così le tensioni tra vincoli sociali e aspirazioni personali. Inoltre, il contrasto tra immobilità e cambiamento, evidente nella lenta trasformazione dei personaggi, solleva interrogativi ancora oggi attuali. In classe, ad esempio, si può chiedere agli studenti di immaginare come avrebbero agito al posto di Efix o di un altro personaggio, oppure di confrontare le scelte dei protagonisti con eventi della loro vita quotidiana: così la letteratura diventa uno strumento concreto per riflettere su se stessi e sul mondo che li circonda.

In questo contesto, una delle attività che ha funzionato meglio nelle mie classi è stata la riscrittura in chiave contemporanea, che ha permesso agli studenti di collegare i temi del romanzo alla loro vita e alla realtà di oggi; in pratica ho chiesto loro di trasporre una scena nel presente, mantenendo intatto il conflitto ma cambiando contesto. Il risultato è stato sorprendente: non solo creatività, ma comprensione profonda. Per riscrivere, infatti, bisogna aver capito davvero.

Anche confrontare Deledda con altri autori può essere utile, a patto che serva come strumento di riflessione e non come schema da seguire pedissequamente. A tal proposito, collocare Deledda accanto a Verga o a Pirandello può offrire agli studenti un punto di riferimento, ma ciò che conta davvero è invitarli a leggere i testi come spazi vivi, dove emergono domande aperte ed interpretazioni possibili, piuttosto che come contenitori di regole da memorizzare.

C’è poi un aspetto molto concreto, che spesso orienta le nostre scelte: l’Esame Maturità. Inserire Deledda nell’ultimo anno di scuola secondaria di secondo grado offre agli studenti un vantaggio reale, dato che i suoi testi si prestano all’analisi, ma soprattutto permettono di costruire collegamenti originali, ad esempio con Educazione Civica. In tal senso, letteratura e questione femminile, individuo e società, tradizione e modernità sono tutti nodi centrali anche nelle prove scritte e nell’orale.

In un contesto in cui l’originalità è sempre più valorizzata, uscire dai percorsi più prevedibili può fare la differenza. E Deledda, da questo punto di vista, è una risorsa ancora poco sfruttata.

Ma forse la questione più importante va oltre la didattica in senso stretto e riguarda il messaggio che trasmettiamo attraverso le nostre scelte; pertanto, portare Grazia Deledda in classe significa dire agli studenti che la letteratura italiana non è fatta solo di nomi consolidati da anni, ma di voci diverse, alcune delle quali sono state a lungo trascurate. Significa ampliare lo sguardo, rendere l’insieme delle voci letterarie più rappresentativo, offrire strumenti più ricchi per leggere il mondo.

Non è un’aggiunta. È un riequilibrio.

La mia esperienza, pur nel suo piccolo, mi ha insegnato questo: gli studenti sono molto più disponibili all’ascolto di quanto immaginiamo, se percepiscono che ciò che leggono ha qualcosa da dire alla loro vita. Deledda, oggi, può ancora dirlo.

Un esempio significativo in questa direzione è offerto dal libro di testo L’Amorosa Inchiesta link esterno dell’editore Principato, che dimostra come anche una trattazione non estesa possa trasformarsi in un efficace punto di partenza per esplorare i molteplici aspetti dell’opera deleddiana. Nell’unità didattica la sintesi non limita l’apprendimento, ma lo stimola: incoraggia gli studenti a esplorare i brani più a fondo, a sviluppare un pensiero critico sui contenuti e a scoprire nuovi modi di interpretarli e farli propri.

L’AMOROSA INCHIESTA

Una nuova storia della letteratura appassionante e coinvolgente, dedicata a ragazze e ragazzi per esplorare i grandi interrogativi dell’umanità attraverso i secoli.

In questo modo, L’Amorosa Inchiesta non diventa un semplice libro da leggere, ma un vero e proprio strumento attraverso cui gli studenti possono dialogare con la letteratura, scoprire nuove prospettive e vivere l’opera di Deledda come un’esperienza concreta. Portare Grazia Deledda in aula significa riconoscerle il posto che merita, offrendo agli studenti l’opportunità di confrontarsi con una voce letteraria potente e ancora oggi attuale.

Ecco quindi la vera sfida e la vera opportunità: non si tratta solo di leggere un testo, ma di creare uno spazio in cui le parole della scrittrice possano accendere curiosità, stimolare riflessioni e aprire percorsi di scoperta che restino con gli studenti ben oltre la lezione.

Forse, allora, la vera domanda non è se ci sia spazio per lei nella didattica, ma se abbiamo il coraggio di fermarci davvero, di accoglierla con pazienza e rispetto, di farle sentire che il suo posto è qui, con noi.

Nel momento in cui ho scelto di portare Deledda in classe, senza aspettare che fosse “prevista”, ho capito che insegnare significa anche assumersi la responsabilità di queste decisioni consapevoli.

E, a volte, basta una voce fuori dal coro per aprire un dibattito.

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