Che un numero maggiore di ore di lezione porti a risultati scolastici migliori non è certo un mistero. Il tempo trascorso sui banchi è in effetti uno degli indicatori che permettono di valutare l’efficacia di un sistema educativo. Eppure, siamo davvero sicuri che sia così?
A cercare di dare una risposta è il rapporto “Tempi di insegnamento annuali raccomandati nell’istruzione obbligatoria a tempo pieno in Europa 2024/2025”. Secondo l’indagine Eurydice
, condotta su 38 sistemi educativi, l’equazione fra tempo passato a scuola e apprendimento non è così scontata. Vediamo perché, analizzando più da vicino i dati disponibili.
Uno sguardo sui dati
Pur nella differenza tra i sistemi scolastici europei, c’è una tendenza che sembra avere alcuni tratti comuni. Da un lato la scuola primaria ha un carico orario più leggero, ma distribuito su più anni; dall’altro lato la scuola secondaria di primo grado dura meno, ma ha un volume di lezioni molto più concentrato, quindi più intenso nell’arco della settimana e dell’anno.
Un altro fattore che accomuna i sistemi educativi europei riguarda le discipline sulle quali si passa più tempo in classe. Da questo punto di vista, considerando le ore della scuola primaria, la classifica è dominata da:
- lettura, scrittura e letteratura, con circa 900 ore;
- matematica, con poco più di 600 ore;
- scienze, con quasi 300 ore.
Le discipline di base, italiano e matematica, sono quelle più insegnate anche considerando il primo ciclo, costituito da scuola primaria e scuola secondaria di primo grado. In quest’ultimo caso, tuttavia, pur rimanendo centrali, vedono un monte ore più basso, a favore di altre materie che trovano spazio con il crescere dell’età degli studenti e con l’ampliarsi del curricolo.
Più ore di lezione vuol dire migliori risultati?
Il rapporto Eurydice è molto cauto nel dare una risposta alla domanda del titolo, perché il rapporto fra ore di scuola e risultati degli studenti non è lineare come si potrebbe pensare. Per fare un esempio, se raddoppiare le ore di lezione non significa raddoppiare le competenze acquisite, è comunque vero che una relazione esiste, ma non è automatica né proporzionale.
Nello specifico, l’indagine europea evidenzia che l’aumento del tempo dedicato alla didattica può avere effetti positivi sull’apprendimento solo in presenza di alcune condizioni, cioè quando quel tempo è effettivamente utilizzato in modo efficace. Queste sono:
- la regolarità della frequenza, per cui ridurre assenze e dispersione ha un impatto maggiore rispetto ad aumentare le ore di lezione;
- la qualità della didattica, perché un conto è un’ora di lezione frontale passiva e un conto è una didattica più attiva e laboratoriale, che coinvolge gli studenti;
- il contesto socio-educativo, con effetti più evidenti per gli studenti che provengono da contesti più svantaggiati.
Di conseguenza, più ore di lezione non vuol dire automaticamente migliori risultati. Al contrario, la scuola deve bilanciare la quantità dell’offerta formativa con la sua qualità, adottando un approccio complessivo e non solo quantitativo, che tenga conto anche di come il tempo viene utilizzato.
Qualità e quantità dell’apprendimento
Andando al contesto italiano, ci ritroviamo in un Paese in cui ancora il 70% dei docenti pratica la lezione frontale. Diversi intellettuali puntano il dito contro la mancanza di politiche concrete, e d’altronde il successo dei modelli scolastici del Nord Europa si basa su approcci differenti, più centrati sull’attività dello studente.
Uno dei dati più interessanti, da questo punto di vista, riguarda le ore passate a svolgere i compiti per casa, che vede l’Italia in prima posizione in Europa. Eppure, non emergono correlazioni dirette fra tempo speso in queste attività e risultati scolastici: anche qui, il confronto con altri modelli educativi è significativo e invita a una riflessione più approfondita.
Da una parte, il tempo dedicato ai compiti per casa rischia di trasformarsi in un esercizio poco efficace ai fini dell’apprendimento, soprattutto quando si riduce a ripetizione meccanica. Dall’altra, una diversa organizzazione del tempo scolastico potrebbe migliorare sia lo studio in classe sia quello pomeridiano, se accompagnata da una visione didattica coerente e intenzionale.
La scuola, insomma, non deve limitarsi a riempire le ore degli studenti e lavarsi le mani del resto. Al contrario, deve considerare quel tempo come una risorsa preziosa: un “capitale” da investire nel modo più efficace possibile, perché è proprio nella qualità di quel tempo che si gioca una parte decisiva dell’apprendimento.









