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SCUOLA DIGITALE

Quasi il 10% dei bambini fra 8 e 9 anni usa già l’intelligenza artificiale. I dati di uno studio americano

Il rapporto fra giovani e intelligenza artificiale è molto più profondo di quanto spesso immaginiamo. Non si tratta soltanto di un uso sporadico legato alla curiosità tecnologica, ma di una presenza sempre più stabile nella vita quotidiana dei ragazzi. Oltre agli studenti che utilizzano ChatGPT per svolgere compiti e temi, molti si rivolgono all’IA anche quando sono tristi e hanno bisogno di un supporto che non li giudichi, proprio perché percepiscono il chatbot come un interlocutore sempre disponibile e privo di reazioni emotive.

Si tratta di un fenomeno che inizia presto nel percorso di crescita, cioè in una fase in cui i bambini stanno ancora costruendo il proprio rapporto con la tecnologia e con le relazioni sociali. Come conferma uno studio condotto negli Stati Uniti, il contatto con strumenti di intelligenza artificiale avviene ormai già nei primi anni della vita digitale dei minori. Secondo la ricerca, che ha coinvolto oltre 6000 minori, l’uso dell’intelligenza artificiale è già diffuso fra i bambini della scuola primaria. Ma i problemi non finiscono qui.

Bambini e intelligenza artificiale

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Secondo lo studio, pubblicato su JAMA Network Open link esterno, un terzo dei minori con età compresa fra 4 e 17 anni usa l’intelligenza artificiale sui propri dispositivi personali. Questo significa che l’interazione con chatbot e assistenti digitali avviene direttamente su smartphone, tablet o computer utilizzati dai ragazzi nella vita quotidiana. Questo il dato principale che emerge dalla ricerca, che da solo mostra soltanto un quadro parziale della situazione. Come ci si può aspettare, infatti, le percentuali di utilizzo dell’IA variano a seconda delle fasce d’età, con percentuali che si avvicinano:

  • al 50% per gli adolescenti fra 15 e 17 anni;
  • al 40% per i ragazzi fra 13 e 14 anni;
  • al 20% per chi ha un’età fra 10 e 12 anni.

Eppure, a colpire sono i dati che riguardano i bambini fra gli 8 e 9 anni e quelli con età compresa fra 4 e 7 anni: nel primo caso la percentuale di utilizzo supera il 9%, nel secondo caso supera il 5%. Nulla a che vedere con i risultati per gli adolescenti, certo, ma il contesto è completamente diverso: parliamo di bambini che frequentano la scuola primaria o addirittura l’asilo, quindi di una fascia d’età che fino a pochi anni fa non aveva praticamente alcun contatto diretto con sistemi di intelligenza artificiale.

Come i giovani usano l’IA

I dati dello studio americano mostrano, insomma, come l’uso dell’IA sia un fenomeno non solo adolescenziale, ma che interessa anche l’infanzia. Questo significa che l’intelligenza artificiale non entra nella vita dei ragazzi solo durante l’adolescenza, quando l’autonomia digitale cresce, ma spesso molto prima. In aggiunta, è interessante andare a vedere il tempo trascorso a parlare con i chatbot su smartphone e tablet: la media è di circa due minuti e mezzo al giorno, piuttosto contenuta, ma ci sono picchi che non andrebbero sottovalutati.

Un piccolo gruppo di giovani usa l’IA per oltre 40 minuti al giorno, con casi ancora più estremi che arrivano a quasi tre ore. Si tratta di situazioni minoritarie ma significative, perché mostrano come per alcuni ragazzi l’interazione con i chatbot possa diventare una presenza costante nella giornata. Per quanto riguarda la distribuzione oraria, questi i risultati:

  • il 25% usa l’intelligenza artificiale nel pomeriggio;
  • un giovane su cinque lo fa durante l’orario scolastico;
  • il 12,5% invece usa l’IA nelle ore notturne.

Un’indagine italiana ha rilevato che un genitore su due trova i figli al cellulare fino a tarda notte, un segno di come le abitudini digitali dei più giovani siano cambiate molto negli ultimi anni. Lo smartphone è ormai presente anche nelle ore che un tempo erano dedicate esclusivamente al riposo. E l’intelligenza artificiale di certo non aiuta ma, al contrario, diventa protagonista di un nuovo tipo di legame emotivo sempre più diffuso.

Oltre il legame emotivo

Fra le applicazioni più utilizzate, spicca ChatGPT con quasi l’80% degli utenti: un dato che non sorprende, considerando quanto questa piattaforma sia ormai diffusa e facilmente accessibile. Allo stesso tempo, non sorprende che l’intelligenza artificiale venga utilizzata non solo per curiosità ma anche per compiti e ricerche, cioè come strumento di supporto nello studio. A preoccupare è però la dimensione relazionale dell’IA.

Dopo aver analizzato i chatbot più popolari, i ricercatori hanno notato come una buona parte sia realizzata per essere personale, affidabile e coinvolgente. Insomma: l’intelligenza artificiale è progettata per diventare un compagno fidato, a prescindere dall’esattezza dei suoi risultati. Questo significa che molti sistemi sono costruiti per simulare empatia e vicinanza emotiva, in modo da rendere l’interazione più naturale e prolungata. Come ricorda Giorgio Parisi, l’IA tende a compiacerci confermando le sue affermazioni anche quando sono sbagliate.

Un conto è però chiedere un calcolo matematico, un conto è parlare con l’intelligenza artificiale come se fosse un interlocutore in carne e ossa. Il rischio di un attaccamento emotivo diventa altissimo, tanto da rischiare di sfociare nella dipendenza socio-emotiva. Per questa ragione, l’educazione digitale diventa fondamentale. Non basta vietare o limitare, ma serve un percorso condiviso fra scuole e famiglie che insegni ai bambini a usare la tecnologia in modo consapevole, partendo da un semplice assunto: l’IA non scomparirà dalla vita dei più giovani. È più utile accompagnarli all’uso dell’intelligenza artificiale in modo consapevole e guidato, aiutandoli a comprenderne limiti e potenzialità, piuttosto che piangerne le conseguenze.

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