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GESTIONE DELLA CLASSE

Se il prof dice «ti boccio» è reato

Nelle normali dinamiche di classe, un insegnante ha il diritto di richiamare uno studente quando il suo comportamento va oltre le regole del vivere civile, soprattutto quando compromette il diritto dei suoi compagni a seguire la lezione. Tuttavia, gli ultimi anni hanno visto un profondo cambiamento nella sensibilità, tanto da tracciare confini molto più netti riguardo alle modalità dei rimproveri da parte dei docenti.

Ne ha parlato di recente l’avvocato Enrico Mazzieri durante una puntata della trasmissione Forum link esterno, cercando di rispondere a una domanda apparentemente banale. Insomma, un docente può dire a un alunno “ti boccio” se si comporta male? La risposta non è così scontata, e in alcuni casi può anche configurare un reato.

la differenza fra richiamo e abuso

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Secondo l’analisi di Enrico Mazzieri, la questione non è puramente formale ma investe la natura stessa del ruolo del docente. Di fronte al comportamento esuberante, molesto o inopportuno di uno studente, non è raro che l’insegnante possa ricorrere alla frase “se non ti comporti bene, ti boccio”, utilizzandola come richiamo immediato.

Si tratta di una minaccia la cui funzione è chiara: ricordare all’alunno quali sono le conseguenze della propria condotta. Secondo l’avvocato, tuttavia, abusarne può essere problematico:

Attenzione perché minacciare uno studente dicendogli “ti boccio” è reato: nello specifico, reato di abuso di mezzi di correzione, aggravato e continuato.

Trasformare la bocciatura in un mezzo di pressione psicologica, e in special modo per motivi puramente comportamentali, può quindi avere conseguenze anche gravi per il docente. Mazzieri sottolinea infatti che la giurisprudenza è oggi molto vigile sulle questioni riguardanti l’educazione dei minori, e non soltanto per i tanti ricorsi che i genitori presentano al TAR, ma anche per l’uso improprio degli strumenti educativi.

I giudici e il criterio della proporzionalità

La funzione del docente è vista, in tal senso, come intrinsecamente educativa: ogni intervento disciplinare deve restare confinato entro binari precisi. In altri termini, il potere sanzionatorio non può mai diventare uno strumento di prevaricazione o vessazione, come confermato dai giudici. Continua l’avvocato:

Secondo i giudici, i metodi di correzione degli insegnanti devono essere proporzionati e consentiti. Non devono essere invece umilianti e svilenti per lo studente.

Al cuore della questione c’è quindi il principio della proporzionalità, a cui Mazzieri lega anche il fine del rimprovero. Un richiamo infatti non deve essere umiliante o svilente: non deve, cioè, smettere di sanzionare un errore e iniziare a colpire la persona, mettendola in difficoltà davanti agli altri.

Di conseguenza, se la minaccia di una bocciatura viene utilizzata per generare uno stato di ansia o per sottomettere la volontà dello studente attraverso la paura del fallimento, allora sì che il docente rischia l’integrazione del reato di abuso di mezzi di correzione, proprio perché il fine educativo viene meno.

Richiamare sì, ma con rispetto

In sintesi, l’avvocato Mazzieri chiarisce che dire a uno studente “ti boccio” può essere considerato un abuso se il metodo risulta sproporzionato o finalizzato a umiliare l’alunno davanti alla classe. Quella che molti insegnanti finiscono per considerare una “strategia di difesa” per mantenere il controllo del gruppo, la cosiddetta “minaccia della bocciatura”, non è sempre un rimprovero adatto alle circostanze. Dipende dal contesto e dalle modalità con cui viene utilizzata.

D’altronde, come dicevamo nell’introduzione, l’opera del docente deve oggi fare i conti con una mutata sensibilità su queste questioni. Non si tratta soltanto di temere un’azione legale da parte dei genitori, che si aggiunge alle tante interferenze nel contesto scolastico, ma di comprendere un contesto educativo che oggi è radicalmente cambiato e che continuerà a cambiare in futuro.

Se insegnare significa anche dare il buon esempio, non c’è miglior modo di farlo che partire dalle parole che si usano ogni giorno in classe. Ciò non vuol dire che ogni mancanza di rispetto debba essere tollerata, ma che, al contrario, serve rispetto anche nei richiami e nei rimproveri. Anche questa è educazione.

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