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OPINIONI

Se nella scuola continuiamo a togliere senza mai aggiungere

Negli ultimi anni la scuola ha vissuto grandi cambiamenti che, tuttavia, si sono spesso rivelati contraddittori. Da un lato, ha cercato di diventare moderna e tecnologica, per rispondere alle esigenze delle nuove generazioni e di una società sempre più digitale. Dall’altro lato, però, poco a poco sono venuti meno gli strumenti a disposizione di insegnanti e studenti, creando una distanza sempre più evidente tra ciò che si promette e ciò che concretamente si realizza nelle classi.

Ne parla con toni molto critici Enrico Galiano che, in un approfondimento su Il Libraio link esterno, analizza il paradosso della scuola contemporanea. Tra ore di lezione, anni di studio e fondi per la formazione in meno, il docente e scrittore si chiede: “cosa succede se nella scuola si continua a togliere senza mai aggiungere?”, una domanda che non riguarda un singolo intervento ma una direzione complessiva.

Il declino della scuola italiana, sostiene Galiano, non avviene in modo esplicito o improvviso. Non c’è una rottura netta, un momento preciso in cui tutto cambia. Al contrario, si tratta della concretizzazione di una visione che lentamente prende corpo e, passo dopo passo, afferma un’idea di scuola sempre più distante da quella che dovrebbe essere. Una trasformazione graduale, quasi impercettibile, ma proprio per questo più difficile da riconoscere. Queste le sue parole:

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Togliamo un’ora di italiano nelle quinte degli istituti tecnici perché bisogna preparare i ragazzi al mondo del lavoro: e si sa che lì non serve a niente sapersi esprimere o comprendere un testo. Alleggeriamo un po’ la commissione alla maturità: via due commissari su sei. E poi la grande idea: cinque anni di superiori sono un po’ troppi, meglio toglierne uno ad alcuni istituti tecnici, per evitare di perdere tempo dietro ai libri.

Tutte modifiche che si sono verificate negli ultimi anni, ma che secondo lo scrittore compongono un disegno desolante, proprio perché non sono isolate ma si sommano tra loro. Per non parlare della carta del docente, un bonus destinato alla formazione che viene tagliato di 117 euro: “peraltro a una categoria che già di suo ha gli stipendi fra i più bassi in Europa”. Un segnale che pesa anche sul valore attribuito alla formazione degli insegnanti.

meno tempo, più fretta

Qualche ora in meno per l’insegnamento, qualche materia accorpata in più, una piccola diminuzione dei fondi, e così via. Tanti piccoli interventi che, continua Galiano, non sono tanto un’amputazione evidente quanto un lavoro di cesello, fatto di ritocchi progressivi. E il paradosso sta anche in questo: i cambiamenti vengono presentati come “innovazioni scintillanti”, quando in realtà si cerca soltanto di far stare tutto in una valigia più piccola, senza ridurre davvero il contenuto. Ma non è tutto qui:

Nel frattempo la scuola si riempie di attività collaterali. Orientamenti, percorsi, moduli, progetti, PCTO, PTOF e altre sigle che sembrano la password di un Wi-Fi. Tutte cose che sulla carta fanno molto futuro, ma fanno essere la tua classe meno presente sui banchi: e il tempo per fare lezione si assottiglia.

Condivisa anche da altre personalità pubbliche, come Nicola Gratteri, questa critica porta a una conseguenza chiara: stessi programmi, meno tempo, più fretta. Una sintesi che rende bene l’effetto complessivo di questi interventi. Da qui si genera una vera e propria cascata di effetti: diventa difficile approfondire le materie, si corre per finire il programma, gli studenti faticano a comprendere e quindi imparano meno, o in modo superficiale. Insomma, è davvero questa la scuola del futuro?

Una scuola fatta di ingranaggi

Arriva qui la domanda che Enrico Galiano si pone nel suo approfondimento: “cosa succede se nella scuola si continua a togliere senza mai aggiungere?”. Una domanda che non è soltanto retorica, ma che mette in discussione il senso stesso delle scelte fatte negli ultimi anni. Secondo il docente, sono tante le conseguenze di questo paradosso tutto italiano, ma soprattutto una, potenzialmente devastante:

Prende sempre più piede l’idea che studiare troppo sia una perdita di tempo. Che leggere bene, scrivere bene, pensare bene siano lussi di cui non si sa che farsene. Che la scuola serva soprattutto a produrre velocemente lavoratori. Non importa se poi il lavoratore non sa capire ciò che legge, o non sa difendersi dalle fake news.

Galiano non dà risposte costruttive, e forse è proprio questo il giudizio più amaro sullo stato attuale della scuola italiana. Il fatto che la critica si fermi alla diagnosi, senza una soluzione immediata, restituisce la complessità del problema.

I cambiamenti non sono di per sé negativi, soprattutto quelli che riguardano la digitalizzazione e le nuove tecnologie, ma la logica che sembra emergere è sempre quella della “coperta corta”: si aggiungono nuove richieste senza aumentare le risorse, o addirittura riducendole.

Con le stesse risorse, o con risorse inferiori, è possibile soltanto piegare l’istruzione a piccoli obiettivi, spesso dettati da esigenze immediate, senza una vera visione d’insieme. Nel frattempo, gli studenti passano meno tempo sui banchi e imparano meno, ma non a tutti sembra importare davvero.

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