A qualcuno di voi sarà capitato di entrare in una classe di scuola secondaria di primo grado e di proporre agli studenti una sfida di “grammatica”, per esempio una gara di velocità per indovinare le forme verbali. Quasi sicuramente, a siffatta proposta qualche studente avrà reagito mostrando una certa dose di entusiasmo; probabilmente la maggior parte di loro sarà intervenuta in maniera annoiata, ma, tra uno sbadiglio e un altro, la piena partecipazione dell’intera classe sarà stata assicurata.
Ma cosa succederebbe se doveste entrare nella stessa ipotetica classe ed esclamare: “Oggi facciamo una sfida a sorpresa sulle equazioni”? C’è da attendersi che molti di voi vedrebbero sui volti segnali evidenti di timore e di preoccupazione, pallori improvvisi, confusione e incertezza negli sguardi.
Perché la matematica fa così paura? E soprattutto, perché la matematica sembra essere l’unica materia in cui tanta gente, a prescindere dall’età e dal livello di istruzione, avverte una sensazione di inadeguatezza, di ansia, di spaesamento, dichiarando inattitudine, ovvero mancanza di capacità e di talento specifico nei confronti della disciplina?
A questi e ad altri interrogativi proverò a rispondere, in una serie di articoli dedicati, trattando temi che riguardano il complesso rapporto tra gli aspetti emotivi e quelli cognitivi legati al processo di insegnamento-apprendimento della Matematica.
Parto da una definizione: quella di “Matofobia”. Il termine, utilizzato anche dal matematico, informatico e pedagogista Seymour Papert, è la fusione di due parole, “matematica” e “fobia”, e sta a indicare non solo una semplice antipatia per i numeri o una sorta di timore nei confronti della matematica, ma una vera e propria fobia nell’apprendimento, causata molto spesso dal modo traumatico in cui la matematica viene insegnata a scuola e che si manifesta con un forte stato d’ansia legato ai concetti e all’uso della matematica.
Prima di Papert, altri matematici e fisici avevano, nelle loro pubblicazioni, fatto riferimento alla “mathemaphobia” (Mary Fides Gough, 1954), descrivendo reazioni emotive paralizzanti degli studenti di fronte ai problemi matematici che si traducevano in veri e propri “blocchi” cognitivi e motivazionali.
Possiamo pertanto ritenere che, a meno di situazioni specifiche, l’ansia in matematica non sia un capriccio, né tantomeno un atteggiamento degli studenti derivante da svogliatezza, negligenza o mancanza di preparazione; anzi, se andiamo a leggere i risultati di un importante studio di neuroscienze pubblicato sulla rivista scientifica Plos One, condotto dai ricercatori Ian Lyons e Sian Beilock, scopriamo che l’ansia matematica attiva le stesse aree del cervello deputate al dolore fisico.
Ma il risultato più interessante è che quella risposta cerebrale simile al dolore fisico non avviene mentre si risolve il problema matematico, ma nel momento in cui si anticipa il compito, quando cioè gli studenti sono messi a conoscenza del fatto che stanno per affrontare la prova, ovvero per confrontarsi con un problema o un esercizio matematico.
L’ansia agisce dunque come un invisibile “rumore di fondo” e va a occupare la memoria di lavoro, cioè quel magazzino mentale che rappresenta lo spazio deputato a ospitare temporaneamente i dati (numeri, risultati parziali, informazioni) mentre si eseguono i calcoli o si orientano i ragionamenti. Se quel magazzino è occupato dalla paura di sbagliare, non c’è più spazio per il lavoro, così come sostengono Ashcraft e Kirk nell’articolo “The relationships among working memory, math anxiety, and performance”.
Lo studio di Ashcraft e Kirk dimostra che l’ansia non è solo un “sentimento” o uno stato d’animo, ma un processo cognitivo che occupa spazio e che, quando subentra, impegna il cervello in pensieri intrusivi del tipo “Non ce la farò mai”, “Prenderò un brutto voto”, ecc.
In sintesi, quando una persona matofobica si trova davanti a un esercizio, il suo cervello reagisce come se fosse davanti a un pericolo fisico, scatenando sintomi come battito accelerato, sudorazione, nodo allo stomaco o mal di testa e un blocco cognitivo. In pratica, il cervello è così impegnato a gestire la paura che non ha più spazio per eseguire i calcoli, anche i più semplici.
Cosa fare dunque in classe? Pur ritenendo fondamentale che il docente di matematica debba utilizzare, con i suoi studenti, una forma di comunicazione empatica e rassicurante, credo che, per abbassare la tensione e smontare la matofobia, occorra innanzitutto demolire il mito del “genio”, cioè quell’idea sbagliata per cui, se non si nasce portati per la matematica, non si potrà mai impararla.
Proverò a suggerire strategie e strumenti su come passare dalla “matofobia” alla “matofilia”, così da rendere l’apprendimento della matematica un’esperienza più serena e consapevole; intanto vi lascio con questa riflessione: e se anche noi docenti soffrissimo di una forma lieve di matofobia (senza saperlo), che ci porta a insegnare la materia in modo rigido proprio per “paura” di esplorare percorsi didattici meno standard?









