I social media sembrano strumenti semplici e intuitivi, ma dietro questa immediatezza si nascondono dinamiche complesse e spesso pericolose. Il rischio riguarda coloro che non hanno gli strumenti cognitivi ed emotivi per gestirle, in particolar modo gli adolescenti.
A lanciare l’allarme è la psicologa e criminologa Roberta Bruzzone, intervenuta alla Giornata nazionale sulle dipendenze tecnologiche e sul cyberbullismo. Secondo l’esperta, i social non sono uno spazio neutro ma dei veri e propri acceleratori di violenza, soprattutto quando entrano in gioco le dinamiche del branco.
I social come acceleratori di violenza
Nelle dinamiche che coinvolgono i social media e le nuove tecnologie, gli adolescenti sono spesso esposti a meccanismi che amplificanola fragilità, l’aggressività e il bisogno di riconoscimento. Senza gli strumenti per un approccio consapevole, sostiene Roberta Bruzzone nel suo intervento
, i rischi sono molto alti:
Ho il compito di affrontare un tema di cui mi occupo da molti anni: dal like all’odio, il lato oscuro del web. Indubbiamente, lo spazio digitale sempre più spesso si trasforma in una sorta di acceleratore di violenza, di devianza, di distruzione identitaria. E questo accade soprattutto tra i più giovani.
Il branco digitale diventa in questo scenario una cassa di risonanza, rafforzando comportamenti aggressivi e normalizzando le umiliazioni. Secondo la criminologa, i social media oggi si alimentano con il bisogno di conferme e di approvazione degli adolescenti.
Di conseguenza, generano molta più dipendenza rispetto al passato, tramite strumenti come i like, i commenti e le visualizzazioni. Lungi dal costituire semplici interazioni fra persone reali in uno spazio digitale, essi diventano indicatori del proprio valore personale. Con tutte le conseguenze del caso.
bullismo in evoluzione
Uno dei passaggi più critici riguarda la critica ai meccanismi del bullismo e del cyberbullismo, fenomeni molto diffusi ma più gravi di quanto si possa pensare. La misurazione dell’identità degli adolescenti attraverso parametri come follower e reaction, infatti, comporta un rischio maggiore di attacchi personali che hanno un impatto emotivo incalcolabile. Queste le parole di Roberta Bruzzone:
I bulli sono sempre esistiti, non li abbiamo scoperti in quest’epoca. Quello che abbiamo scoperto in quest’epoca è una modalità di aggressione identitaria che forse chiamare cyberbullismo è persino un po’ edulcorare il termine. Io non li chiamo più bulli da un pezzo: io li chiamo delinquenti, li chiamo predatori.
Una presa di posizione netta, a cui tuttavia la psicologa non è nuova e che trova conferma nei dati. Secondo il Rapporto ESPAD Italia, per esempio, il bullismo si origina alla scuola secondaria di primo grado e da lì in poi peggiora. Magari trasformandosi in qualcosa di ancora più grave, che non si limita agli spazi digitali ma entra nel mondo reale.
regolamentare l’uso dei social
A peggiorare il quadro delineato da Bruzzone è anche il funzionamento dei social media. Notifiche e doom scrolling producono piccoli rilasci costanti di dopamina, creando un meccanismo di gratificazione che favorisce la dipendenza. Si tratta di un fenomeno che può produrre effetti devastanti soprattutto durante l’età della crescita ma non solo, e che quindi porta alla necessità di introdurre una regolamentazione più stringente:
Sappiamo bene i danni che questo tipo di strumento può fare, soprattutto in un’epoca in cui la mente è particolarmente plastica e ha bisogno di nutrirsi in maniera adeguata. Nutrirsi di stimoli adeguati e soprattutto di realtà, di relazioni, di confronto.
Non si tratta quindi soltanto di vietare lo smartphone a scuola né di vietarlo al di sotto di una certa età, ma di predisporre un percorso ragionato di accesso a queste tecnologie. Un divieto da solo può far poco e, anzi, spesso produce proprio l’effetto opposto: serve, insomma, formazione adeguata e costante all’uso dei social media, che sappia insegnare le loro potenzialità. E mettere in guardia dai loro rischi.










