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Un genitore su due trova i figli al cellulare fino a tarda notte

Smartphone in mano, presenza costante sui social media, intelligenza artificiale onnipresente: sono questi alcuni fra i più importanti elementi della vita sociale degli adolescenti italiani. Ne parla una ricerca realizzata da SWG per la Fondazione Barbara Berlusconi, che al centro ha il rapporto fra giovani, nuove tecnologie e forme di apprendimento.

Fra adolescenti sempre più esposti ai rischi online e genitori che si sentono impreparati, emerge una difficoltà diffusa nel gestire la modernità. Non si tratta di demonizzare la tecnologia e i dispositivi digitali, ma di capire come accompagnare i ragazzi verso un uso più consapevole.

Ai genitori mancano gli strumenti

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Come riporta il Corriere della Sera link esterno, l’indagine condotta da SWG ha coinvolto oltre 500 genitori con figli tra i 6 e i 17 anni. Dall’indagine emerge una situazione complessa, soprattutto per quanto riguarda l’accesso al digitale. Se chiedersi quale sia l’età giusta per lo smartphone è comune, la realtà offre un quadro diverso:

  • dai 6 ai 10 anni, oltre la metà dei bambini possiede già un dispositivo per navigare online;
  • dagli 11 anni in poi, invece, a non averne almeno uno è una sparuta minoranza.

D’altro canto, meno di un genitore su quattro si sente davvero pronto a spiegare ai figli i rischi delle nuove tecnologie, per non parlare della gestione di situazioni critiche legate all’abuso dei social media. In generale, i genitori si sentono soli e disorientati in questo compito: due su tre sentono il bisogno di un supporto.

Le preoccupazioni delle famiglie non sono peraltro del tutto infondate: già in età preadolescenziale si parla di fenomeni come dipendenza da smartphone e cyberbullismo. Un sintomo che la rete non è più uno strumento neutro, se mai lo è stata, ma uno spazio che richiede strumenti adeguati.

Abuso dei social e conseguenze

Il fenomeno che più di tutti mostra la potenziale dipendenza degli adolescenti dalla tecnologia è l’uso intensivo dei social media. Anche in questo caso, l’indagine SWG mostra un quadro desolante: il 54% dei genitori ha scoperto i figli connessi ai social fino a tarda notte. Allo stesso modo, dopo gli 11 anni diventano frequenti le discussioni sul tempo trascorso online.

I social media considerati più rischiosi sono Instagram e TikTok, ossia quelli più utilizzati dagli adolescenti. Diverso è il caso di app di messaggistica WhatsApp e piattaforme di fruizione video come Youtube: in entrambi i casi si tratta di strumenti ritenuti più gestibili o anche utili.

Qui emerge anche uno dei punti della ricerca: non tutti i social media vengono visti come “nemici”. Non si tratta quindi di un “chi” ma di un “come”: come avviene la fruizione delle piattaforme, e come aiutare i ragazzi a rendere più consapevole l’uso della tecnologia.

Insomma: davvero la soluzione è vietare il cellulare ai più giovani come già è stato fatto a scuola?

Dall’intelligenza artificiale all’educazione

Un dato interessante è quello che riguarda l’intelligenza artificiale, ritenuta un utile strumento per studio e accesso alla conoscenza. A parlarne in questi termini sono i genitori che hanno una buona alfabetizzazione digitale, ma che spesso non tiene conto dei fattori di rischio dell’IA.

Contenuti non verificati, dati inventati dall’algoritmo, perdita del pensiero critico sono le principali criticità: da una parte, c’è chi mette in guardia contro i pericoli di ChatGPT; dall’altra parte, ci sono scuole in cui l’intelligenza artificiale verrà insegnata in classe.

Sulla questione c’è ancora molta confusione, e anche questo è un dato interessante. Sono i genitori stessi, in larga parte e a gran voce, a chiedere una maggiore formazione sulle tematiche digitali e dei percorsi condivisi che sappiano accompagnare i loro figli in un processo di crescita più sano e consapevole.

Per gli adolescenti, non c’è approccio peggiore che utilizzare smartphone e social media senza davvero conoscerne i rischi. Per i genitori, non c’è approccio peggiore che non sapere come comunicarlo ai figli. Per la scuola, non c’è approccio peggiore che rinunciare al suo ruolo. Anche quando è più difficile.

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