Free cookie consent management tool by TermsFeed Generator
La rivista per la scuola e per la didattica
OPINIONI

Una scuola che sacrifica la letteratura per far spazio ad inutili progetti non è una scuola più moderna, ma una scuola più povera

Dalla distanza della pensione, guardo la scuola di oggi e mi chiedo cosa abbiamo acquisito e cosa stiamo perdendo: nel moltiplicarsi dei progetti, si riduce il tempo per leggere. Mi riferisco al “pensiero lento”, quello che si attiva quando uno studente legge con attenzione, riflette, torna indietro su un testo, si fa domande, collega idee, dubita e rielabora.

Quando invece il tempo è frammentato tra molti progetti, consegne rapide e obiettivi immediati, si privilegia un apprendimento più veloce e operativo: si fa, si produce, si consegna, ma spesso senza sostare davvero sui contenuti.

In altre parole, non è che gli studenti non pensino più, ma rischiano di non avere più lo spazio per pensare in profondità.

Anno scolastico 2025/26

Adotti un nuovo sussidiario?

Con i nuovi corsi del primo e secondo ciclo per la scuola primaria del Gruppo Editoriale ELi hai un vero e proprio Kit docente in esclusiva per te

kit docente 2024

E mentre il “fare” prende il sopravvento, mi domando se stiamo ancora insegnando a capire, o soltanto a eseguire.

A mio parere, quando la scuola è orientata alle sole competenze professionali, si corre il rischio di spostare il focus dall’apprendimento significativo alla semplice produzione di risultati pratici.

In altri termini, gli alunni possono imparare a “fare” qualcosa, diventando abili esecutori di elaborati, presentazioni o rielaborazioni creative, ma senza sviluppare una vera comprensione dei testi. Senza questo passaggio, tutto il resto perde spessore. Mi spiego: quando la scuola si concentra esclusivamente sulle competenze professionali, si rischia di privilegiare la mera produzione di risultati pratici a scapito di un apprendimento significativo. Lo studio della letteratura, a mio parere, non insegna solo a “fare”; non basta produrre elaborati, schemi o presentazioni: studiare letteratura significa entrare nei testi, interpretarli, metterli in discussione. Solo così si genera vera comprensione, curiosità e riflessione, andando ben oltre la semplice e andando oltre la mera esecuzione di compiti.

Nel corso del mio cammino di insegnante, in pratica, mi si è progressivamente presentata una costante sfida: ogni anno sembrava necessario ridurre il numero di autori, le unità di studio da proporre e, quindi, i temi da sviluppare; come se il tempo a disposizione imponesse una selezione dolorosa tra ciò che è essenziale e ciò che rischia di restare nell’ombra. Mi preme, però, sottolineare che non si tratta solo di una questione organizzativa, né di una scelta personale, piuttosto è qualcosa che riguarda l’impostazione stessa della scuola e, per quanto mi riguarda, il modo in cui viene concepito e trasmesso l’insegnamento della letteratura.

In quarant’anni di scuola ho visto cambiare molte cose: indicazioni ministeriali, metodologie, strumenti didattici, aspettative degli studenti e delle famiglie, e persino il ruolo dell’insegnante. Ma, soprattutto, ho visto modificare il tempo e mi riferisco in particolare a quei momenti preziosi a disposizione per leggere, per approfondire, per soffermarsi; Ai momenti necessari per soffermarsi sui testi e lasciarli davvero parlare agli studenti. Oggi questo tempo sembra sempre più compresso, sacrificato sull’altare di altre priorità: progetti, competenze trasversali, attività laboratoriali che, pur avendo una loro utilità, finiscono spesso per ridurre lo spazio dedicato alla letteratura; il rischio è che la dimensione del “fare” prenda il sopravvento su quella del “leggere e comprendere un testo”.

In altre parole, le attività, i progetti, le esercitazioni hanno senso solo se nascono da una comprensione reale dei testi; in caso contrario, rischiano di diventare esercizi formali, svuotati di significato. La vera didattica attiva, quella che funziona davvero, nasce dalla lettura e vi ritorna, arricchendola, ed è proprio nello studio dei testi letterari che si gioca, a mio avviso, una delle scelte più decisive della formazione. Amo la letteratura: l’ho amata come studentessa, l’ho coltivata come insegnante, e continuo a credere che sia uno degli strumenti più potenti per accendere la curiosità, stimolare il pensiero critico e nutrire il cuore dei ragazzi ; sono convinta, in particolare, del fatto che la stessa possa “illuminare la vita”, perché ci offre parole e mondi in cui rifugiarci, ci aiuta a comprendere noi stessi e gli altri, e ci insegna che anche nelle esperienze più difficili esiste sempre una possibilità di bellezza e significato. Inoltre, apre porte su mondi sconosciuti, ci accompagna nei momenti di solitudine, ci dona strumenti per leggere il dolore e trasformarlo in consapevolezza, insegnandoci a vivere con maggiore profondità. Ma perché questo accada, è necessario che il patrimonio letterario venga letto, ascoltato, vissuto: non è fatto per restare chiuso nei libri o ridotto a esercizi, ma per parlare, emozionare e trasformare chi lo incontra.

Negli ultimi anni, invece, ho avuto spesso la sensazione che la didattica della letteratura stia perdendo centralità nella scuola; non perché non venga più insegnata, ma perché viene progressivamente ridimensionata. Si tende a “fare meno” autori, a scegliere percorsi più rapidi, più sintetici, più funzionali ad un determinato contesto. Tutto questo può avere una sua logica, ma comporta anche una conseguenza evidente: si riduce la possibilità di scoprire davvero i testi e di viverli.

Io credo, invece, che proprio questo incontro sia il cuore della pratica didattico-educativa: quando un ragazzo legge un brano e ne rimane colpito, quando si ferma su un verso e sente che parla anche a lui, lì accade qualcosa di importante; non solo apprende un contenuto, ma entra in relazione con un’esperienza ed è proprio questo che resta nel tempo.

In altre parole, attraverso il mio modo di insegnare ho sempre cercato di partire da qui: dalla lettura perchè tutto parte da essa: condividere le parole, ascoltarle ad alta voce, lasciarle scorrere lentamente, fino a farle risuonare e agire dentro chi legge. Spesso bastava poco: una domanda, un verso isolato, un confronto in classe; e improvvisamente il testo si apriva, smetteva di essere qualcosa di lontano e diventava vicino, vivo. In quei momenti ho visto studenti partecipare davvero, senza forzature, senza bisogno di attività complesse.

Sinceramente, non ho mai pensato che la letteratura debba essere semplificata per essere compresa; al contrario, credo che la sua forza stia proprio nella sua ricchezza. A tal proposito, il compito dell’insegnante non è ridurre, ma accompagnare, non è togliere, ma guidare; per farlo serve tempo, pazienza, e soprattutto la convinzione che ciò che si sta insegnando abbia un valore profondo.

Alla luce di queste considerazioni, ritengo preoccupante la tendenza, sempre più diffusa, a ridurre presenza dedicata alla letteratura, per fare spazio a modalità didattiche più operative, ritenute più facilmente spendibili sul piano progettuale. Non nego l’importanza di queste ultime, ma mi chiedo: quale priorità stiamo scegliendo? Se la scuola rinuncia progressivamente ai testi letterari, cosa stiamo davvero offrendo agli studenti? Solo abilità tecniche e pratiche, o lasciamo loro anche opportunità di pensare, interrogarsi e comprendere il mondo attraverso le parole? E questo, francamente, è un motivo di grande preoccupazione per chi crede nella loro formazione autentica e nella capacità di sviluppare giudizio e consapevolezza.

La scuola, per come la intendo io, non deve limitarsi a preparare al lavoro; questo è un obiettivo, certo, ma non può essere l’unico. La scuola deve educare. Deve formare persone capaci di pensare, di sentire, di interrogarsi sul mondo e su se stesse. E la letteratura, più di molte altre discipline, ha questa capacità.

Un testo letterario non insegna solo a leggere meglio, ma a vivere meglio; non nel senso di fornire risposte, ma di aprire domande, di mettere in discussione certezze e di mostrare la complessità dell’esperienza umana. Quando uno studente incontra davvero un autore, quando si riconosce in un personaggio o in un’immagine, sta facendo un’esperienza formativa che va ben oltre la disciplina.

LEGGI ANCHE
La scuola non è un’azienda, il suo obiettivo non è produrre ma formare

Ridurre gli autori, accorciare i percorsi, semplificare i contenuti può forse rendere più “gestibile” l’itinerario didattico, ma rischia di impoverire profondamente l’esperienza educativa. Perché ogni autore in meno è un’occasione in meno di incontro, di dialogo, di scoperta e di crescita.

Nel corso degli anni ho imparato che gli studenti sono molto più disponibili all’ascolto di quanto si pensi; non rifiutano la letteratura, ma respingono un certo modo di insegnarla. Se, invece, percepiscono che ciò che leggono ha un senso, che riguarda anche loro, allora si coinvolgono; non serve, allora, forzare la partecipazione, basta creare le condizioni perché possa nascere.

Oggi, da insegnante in pensione, guardo alla scuola con affetto, ma anche con una sottile inquietudine. Vedo molte energie, molte idee, molte iniziative. Ma noto anche, talvolta, una perdita di direzione. E mi chiedo se non sia il momento di fermarsi a riflettere su ciò che davvero conta.

Forse la domanda da cui partire non è quanti autori si devono fare, ma perché li facciamo. E, soprattutto, cosa vogliamo che resti ai nostri studenti.

Se vogliamo che la letteratura continui a vivere nella scuola, dobbiamo darle spazio, tempo e centralità. Soprattutto dobbiamo avere il coraggio di difenderla, anche quando questo significa andare controcorrente.

In questo contesto, ho sempre cercato di mantenere centrale il libro di testo, convinta che sia lì che si gioca la vera didattica. Gli obiettivi didattici che si pongono i manuali più apprezzati come “La selva e la luce” link esterno di Novella Gazich, rappresentano per me un riferimento significativo. Non perché offrano scorciatoie, ma perché permettono di costruire percorsi in cui il tempo della lettura non viene sacrificato, ma valorizzato.

In queste pagine, infatti, la centralità è data ai testi e alla loro capacità di generare domande, non a una presentazione frettolosa degli autori o a una loro riduzione in schemi semplificati. Questo approccio è, a mio avviso, fondamentale: restituisce agli studenti la possibilità di entrare in contatto diretto con la letteratura, senza mediazioni eccessive, ma con una guida che accompagna senza sostituirsi al testo.

Il valore dei manuali con questa impostazione sta proprio in questo: nel non cedere alla logica della semplificazione a tutti i costi, ma nel proporre un percorso che rispetta i tempi della comprensione. In sostanza, non si tratta di fare meno, ma di fare meglio, di scegliere con attenzione ciò che è davvero essenziale, e di dargli il tempo necessario per essere interiorizzato.

Ridurre il tempo della lettura, al contrario, significa rischiare di trasformare la letteratura in un insieme di contenuti da acquisire rapidamente, perdendo così la sua dimensione più profonda; è un rischio che vedo crescere sempre di più, e che mi lascia alquanto perplessa, perché incide direttamente sulla qualità dell’apprendimento.

E allora bisogna dirlo con chiarezza: una scuola che riduce la letteratura per privilegiare il moltiplicarsi delle esperienze progettuali non è una scuola più moderna, ma una scuola più povera.

La domanda finale, allora, è inevitabile: vogliamo una scuola che prepari solo al lavoro o una scuola che formi persone?

Perché nel primo caso, forse, possiamo anche fare a meno della letteratura.

Ma nel secondo… per me, che ho passato una vita tra banchi e libri, la letteratura non è mai stata una necessità secondaria: è stata sempre il cuore pulsante di ciò che significa imparare a pensare, a sentire, a vivere. Senza di essa, temo che la scuola perda ciò che rende la conoscenza davvero umana.

CONDIVIDI L'ARTICOLO

ARGOMENTO

SI È PARLATO DI


Se nella scuola continuiamo a togliere senza mai aggiungere

scuola continuiamo a togliere

Negli ultimi anni la scuola ha vissuto grandi cambiamenti che, tuttavia, si sono spesso rivelati contraddittori. Da un lato, ha cercato di diventare moderna e tecnologica, per rispondere alle esigenze delle nuove generazioni e di una società sempre più digitale. Dall’altro lato, però, poco a poco sono venuti meno gli strumenti a disposizione di insegnanti e studenti, creando una distanza sempre più evidente tra ciò che si promette e ciò…

Il Ministero dell’Istruzione ha deciso di spendere 100 milioni di euro per formare gli insegnanti sull’intelligenza artificiale

formare gli insegnanti sull'intelligenza artificiale

Quando viene gestita in modo corretto, l’intelligenza artificiale può essere un utile strumento per l’educazione e l’apprendimento. Già molti insegnanti la utilizzano per la didattica, ma a mancare è spesso una formazione a monte, che sappia insegnare ai docenti un uso consapevole dell’IA sin dall’inizio, cioè prima ancora che diventi uno strumento utilizzato quotidianamente in classe. Vuole rispondere a questa esigenza il progetto di Giuseppe Valditara, da sempre a favore…

Il libro di testo è ancora un’àncora (e dovremmo smetterla di combatterlo)

libro di testo

Siamo nel secondo quarto del XXI secolo e oggi più che mai abbiamo bisogno dei libri di testo per contribuire attivamente allo sviluppo critico del pensiero di studentesse e studenti. Per anni, il cosiddetto manuale è stato percepito come un nemico, un vero e proprio bersaglio simbolico contro cui indirizzare una critica più ampia alla scuola, considerata ferma, rigida, autoritaria e incapace di rinnovarsi. L’immagine che sintetizza questa stagione culturale…

I motivi per cui un docente dovrebbe partecipare a EducAbility, anche in streaming

partecipare a educability

Al centro del convegno “Didattica cooperativa e intelligenza digitale: la dimensione affettiva e tecnologica dell’apprendimento” c’è una delle questioni più urgenti per la scuola di oggi: come tenere insieme trasformazioni in atto, emozioni e apprendimento dentro la pratica quotidiana della classe. Il 16 aprile 2026 a Bari e online, il convegno nazionale del Gruppo Editoriale ELi, nell’ambito del progetto EducAbility , si propone come uno spazio di lavoro pensato per chi ogni giorno si confronta…

Lascia il lavoro per seguire il sogno di insegnare ma si pente dopo pochi anni: “La scuola mi ha consumato”

Oggi fare l’insegnante non significa più soltanto spiegare una materia, trasmettere la passione per un argomento o gestire una classe di adolescenti. Si tratta di un mestiere che si è fatto sempre più complesso, e non soltanto per ciò che riguarda la didattica ma per burocrazia, precarietà e instabilità. Spesso, insomma, a spingere i docenti verso il burnout non è tanto il rapporto con gli studenti quanto ciò che sta…

Stiamo rischiando seriamente di ritornare in Dad a causa della crisi energetica. La reazione di Valditara

La tregua fra Stati Uniti e Iran ha permesso un allentamento delle tensioni dovute alla guerra, ma resta alta l’allerta per una crisi energetica tutt’altro che scongiurata. Oltre all’aumento dei prezzi del carburante e del costo dell’energia, il Governo si sta preparando a possibili misure di contenimento che, almeno secondo alcune ipotesi circolate nei giorni scorsi, potrebbero coinvolgere anche la scuola. Negli ultimi giorni, infatti, diverse voci hanno suggerito un…

Didattica, intelligenza artificiale ed emozioni: cosa serve davvero oggi in classe

intelligenza artificiale ed emozioni

La scuola oggi sta attraversando una trasformazione che riguarda contemporaneamente tecnologia, aspetti emotivi e modalità di apprendimento. Un cambiamento che gli insegnanti percepiscono ogni giorno in classe e che richiede una formazione in grado di intercettare i nuovi scenari, affinché le tecnologie non generino distanze, ma diventino strumenti di cooperazione e di crescita. È in questo contesto che si inserisce il convegno nazionale promosso dal Gruppo Editoriale ELi, in programma il 16…

Forse è arrivato il momento di accettare che la scuola dovrebbe iniziare più tardi

scuola dovrebbe iniziare più tardi

La giornata di bambini e adolescenti comincia più o meno nello stesso modo: ci si sveglia (o ci si fa svegliare), ci si prepara e si va a scuola. E, visti gli orari in cui si entra in classe, non è raro vedere espressioni ancora addormentate, mancanza di energia e difficoltà a mettersi davvero in moto nelle prime ore della mattina. Se è vero che durante l’adolescenza l’orologio interno si…

I bambini non hanno bisogno di un’illusione malefica di perfezione, ma di chiacchierare, ridere, piangere, nascondersi e giocare

illusione malefica di perfezione

Gli ultimi anni hanno visto un rapporto sempre più pervasivo fra bambini e nuove tecnologie, un fenomeno difficile da affrontare ma anche complesso da comprendere. Ne ha parlato di recente Paolo Crepet, nel corso di un incontro al Teatro dell’Osservanza di Imola, in dialogo con la giornalista Marianna Aprile. Il sociologo e psichiatra ha delineato un collegamento profondo tra progresso tecnologico e regresso emotivo, insieme a una consapevolezza amara. Secondo…

Si smette di imparare la matematica quando si ha paura di sbagliare

imparare la matematica

Se sei un docente di Matematica nella scuola secondaria di primo grado, saprai molto bene come la didattica della matematica sia chiamata ad affrontare sfide sempre più complesse. Insegnare matematica attualmente significa, da una parte, confrontarsi con le comuni difficoltà degli studenti, cioè quelle che derivano da un normale processo di insegnamento-apprendimento; dall’altra, vuol dire affrontare e superare quotidianamente una serie di ostacoli. Ma da cosa è costituito quel muro…

Quaderni operativi di Geronimo Stilton

X