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La rivista per la scuola e per la didattica
OPINIONI

Una scuola che sacrifica la letteratura per far spazio ad inutili progetti non è una scuola più moderna, ma una scuola più povera

Dalla distanza della pensione, guardo la scuola di oggi e mi chiedo cosa abbiamo acquisito e cosa stiamo perdendo: nel moltiplicarsi dei progetti, si riduce il tempo per leggere. Mi riferisco al “pensiero lento”, quello che si attiva quando uno studente legge con attenzione, riflette, torna indietro su un testo, si fa domande, collega idee, dubita e rielabora.

Quando invece il tempo è frammentato tra molti progetti, consegne rapide e obiettivi immediati, si privilegia un apprendimento più veloce e operativo: si fa, si produce, si consegna, ma spesso senza sostare davvero sui contenuti.

In altre parole, non è che gli studenti non pensino più, ma rischiano di non avere più lo spazio per pensare in profondità.

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E mentre il “fare” prende il sopravvento, mi domando se stiamo ancora insegnando a capire, o soltanto a eseguire.

A mio parere, quando la scuola è orientata alle sole competenze professionali, si corre il rischio di spostare il focus dall’apprendimento significativo alla semplice produzione di risultati pratici.

In altri termini, gli alunni possono imparare a “fare” qualcosa, diventando abili esecutori di elaborati, presentazioni o rielaborazioni creative, ma senza sviluppare una vera comprensione dei testi. Senza questo passaggio, tutto il resto perde spessore. Mi spiego: quando la scuola si concentra esclusivamente sulle competenze professionali, si rischia di privilegiare la mera produzione di risultati pratici a scapito di un apprendimento significativo. Lo studio della letteratura, a mio parere, non insegna solo a “fare”; non basta produrre elaborati, schemi o presentazioni: studiare letteratura significa entrare nei testi, interpretarli, metterli in discussione. Solo così si genera vera comprensione, curiosità e riflessione, andando ben oltre la semplice e andando oltre la mera esecuzione di compiti.

Nel corso del mio cammino di insegnante, in pratica, mi si è progressivamente presentata una costante sfida: ogni anno sembrava necessario ridurre il numero di autori, le unità di studio da proporre e, quindi, i temi da sviluppare; come se il tempo a disposizione imponesse una selezione dolorosa tra ciò che è essenziale e ciò che rischia di restare nell’ombra. Mi preme, però, sottolineare che non si tratta solo di una questione organizzativa, né di una scelta personale, piuttosto è qualcosa che riguarda l’impostazione stessa della scuola e, per quanto mi riguarda, il modo in cui viene concepito e trasmesso l’insegnamento della letteratura.

In quarant’anni di scuola ho visto cambiare molte cose: indicazioni ministeriali, metodologie, strumenti didattici, aspettative degli studenti e delle famiglie, e persino il ruolo dell’insegnante. Ma, soprattutto, ho visto modificare il tempo e mi riferisco in particolare a quei momenti preziosi a disposizione per leggere, per approfondire, per soffermarsi; ai momenti necessari per soffermarsi sui testi e lasciarli davvero parlare agli studenti. Oggi questo tempo sembra sempre più compresso, sacrificato sull’altare di altre priorità: progetti, competenze trasversali, attività laboratoriali che, pur avendo una loro utilità, finiscono spesso per ridurre lo spazio dedicato alla letteratura; il rischio è che la dimensione del “fare” prenda il sopravvento su quella del “leggere e comprendere un testo”.

In altre parole, le attività, i progetti, le esercitazioni hanno senso solo se nascono da una comprensione reale dei testi; in caso contrario, rischiano di diventare esercizi formali, svuotati di significato. La vera didattica attiva, quella che funziona davvero, nasce dalla lettura e vi ritorna, arricchendola, ed è proprio nello studio dei testi letterari che si gioca, a mio avviso, una delle scelte più decisive della formazione. Amo la letteratura: l’ho amata come studentessa, l’ho coltivata come insegnante, e continuo a credere che sia uno degli strumenti più potenti per accendere la curiosità, stimolare il pensiero critico e nutrire il cuore dei ragazzi; sono convinta, in particolare, del fatto che la stessa possa “illuminare la vita”, perché ci offre parole e mondi in cui rifugiarci, ci aiuta a comprendere noi stessi e gli altri, e ci insegna che anche nelle esperienze più difficili esiste sempre una possibilità di bellezza e significato. Inoltre, apre porte su mondi sconosciuti, ci accompagna nei momenti di solitudine, ci dona strumenti per leggere il dolore e trasformarlo in consapevolezza, insegnandoci a vivere con maggiore profondità. Ma perché questo accada, è necessario che il patrimonio letterario venga letto, ascoltato, vissuto: non è fatto per restare chiuso nei libri o ridotto a esercizi, ma per parlare, emozionare e trasformare chi lo incontra.

Negli ultimi anni, invece, ho avuto spesso la sensazione che la didattica della letteratura stia perdendo centralità nella scuola; non perché non venga più insegnata, ma perché viene progressivamente ridimensionata. Si tende a “fare meno” autori, a scegliere percorsi più rapidi, più sintetici, più funzionali ad un determinato contesto. Tutto questo può avere una sua logica, ma comporta anche una conseguenza evidente: si riduce la possibilità di scoprire davvero i testi e di viverli.

Io credo, invece, che proprio questo incontro sia il cuore della pratica didattico-educativa: quando un ragazzo legge un brano e ne rimane colpito, quando si ferma su un verso e sente che parla anche a lui, lì accade qualcosa di importante; non solo apprende un contenuto, ma entra in relazione con un’esperienza ed è proprio questo che resta nel tempo.

In altre parole, attraverso il mio modo di insegnare ho sempre cercato di partire da qui: dalla lettura perché tutto parte da essa: condividere le parole, ascoltarle ad alta voce, lasciarle scorrere lentamente, fino a farle risuonare e agire dentro chi legge. Spesso bastava poco: una domanda, un verso isolato, un confronto in classe; e improvvisamente il testo si apriva, smetteva di essere qualcosa di lontano e diventava vicino, vivo. In quei momenti ho visto studenti partecipare davvero, senza forzature, senza bisogno di attività complesse.

Sinceramente, non ho mai pensato che la letteratura debba essere semplificata per essere compresa; al contrario, credo che la sua forza stia proprio nella sua ricchezza. A tal proposito, il compito dell’insegnante non è ridurre, ma accompagnare, non è togliere, ma guidare; per farlo serve tempo, pazienza, e soprattutto la convinzione che ciò che si sta insegnando abbia un valore profondo.

Alla luce di queste considerazioni, ritengo preoccupante la tendenza, sempre più diffusa, a ridurre la presenza dedicata alla letteratura, per fare spazio a modalità didattiche più operative, ritenute più facilmente spendibili sul piano progettuale. Non nego l’importanza di queste ultime, ma mi chiedo: quale priorità stiamo scegliendo? Se la scuola rinuncia progressivamente ai testi letterari, cosa stiamo davvero offrendo agli studenti? Solo abilità tecniche e pratiche, o lasciamo loro anche opportunità di pensare, interrogarsi e comprendere il mondo attraverso le parole? E questo, francamente, è un motivo di grande preoccupazione per chi crede nella loro formazione autentica e nella capacità di sviluppare giudizio e consapevolezza.

La scuola, per come la intendo io, non deve limitarsi a preparare al lavoro; questo è un obiettivo, certo, ma non può essere l’unico. La scuola deve educare. Deve formare persone capaci di pensare, di sentire, di interrogarsi sul mondo e su se stesse. E la letteratura, più di molte altre discipline, ha questa capacità.

Un testo letterario non insegna solo a leggere meglio, ma a vivere meglio; non nel senso di fornire risposte, ma di aprire domande, di mettere in discussione certezze e di mostrare la complessità dell’esperienza umana. Quando uno studente incontra davvero un autore, quando si riconosce in un personaggio o in un’immagine, sta facendo un’esperienza formativa che va ben oltre la disciplina.

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Ridurre gli autori, accorciare i percorsi, semplificare i contenuti può forse rendere più “gestibile” l’itinerario didattico, ma rischia di impoverire profondamente l’esperienza educativa. Perché ogni autore in meno è un’occasione in meno di incontro, di dialogo, di scoperta e di crescita.

Nel corso degli anni ho imparato che gli studenti sono molto più disponibili all’ascolto di quanto si pensi; non rifiutano la letteratura, ma respingono un certo modo di insegnarla. Se, invece, percepiscono che ciò che leggono ha un senso, che riguarda anche loro, allora si coinvolgono; non serve, allora, forzare la partecipazione, basta creare le condizioni perché possa nascere.

Oggi, da insegnante in pensione, guardo alla scuola con affetto, ma anche con una sottile inquietudine. Vedo molte energie, molte idee, molte iniziative. Ma noto anche, talvolta, una perdita di direzione. E mi chiedo se non sia il momento di fermarsi a riflettere su ciò che davvero conta.

Forse la domanda da cui partire non è quanti autori si devono fare, ma perché li facciamo. E, soprattutto, cosa vogliamo che resti ai nostri studenti.

Se vogliamo che la letteratura continui a vivere nella scuola, dobbiamo darle spazio, tempo e centralità. Soprattutto dobbiamo avere il coraggio di difenderla, anche quando questo significa andare controcorrente.

In questo contesto, ho sempre cercato di mantenere centrale il libro di testo, convinta che sia lì che si gioca la vera didattica. Gli obiettivi didattici che si pongono i manuali più apprezzati come “La selva e la luce” link esterno di Novella Gazich, rappresentano per me un riferimento significativo. Non perché offrano scorciatoie, ma perché permettono di costruire percorsi in cui il tempo della lettura non viene sacrificato, ma valorizzato.

In queste pagine, infatti, la centralità è data ai testi e alla loro capacità di generare domande, non a una presentazione frettolosa degli autori o a una loro riduzione in schemi semplificati. Questo approccio è, a mio avviso, fondamentale: restituisce agli studenti la possibilità di entrare in contatto diretto con la letteratura, senza mediazioni eccessive, ma con una guida che accompagna senza sostituirsi al testo.

Il valore dei manuali con questa impostazione sta proprio in questo: nel non cedere alla logica della semplificazione a tutti i costi, ma nel proporre un percorso che rispetta i tempi della comprensione. In sostanza, non si tratta di fare meno, ma di fare meglio, di scegliere con attenzione ciò che è davvero essenziale, e di dargli il tempo necessario per essere interiorizzato.

Ridurre il tempo della lettura, al contrario, significa rischiare di trasformare la letteratura in un insieme di contenuti da acquisire rapidamente, perdendo così la sua dimensione più profonda; è un rischio che vedo crescere sempre di più, e che mi lascia alquanto perplessa, perché incide direttamente sulla qualità dell’apprendimento.

E allora bisogna dirlo con chiarezza: una scuola che riduce la letteratura per privilegiare il moltiplicarsi delle esperienze progettuali non è una scuola più moderna, ma una scuola più povera.

La domanda finale, allora, è inevitabile: vogliamo una scuola che prepari solo al lavoro o una scuola che formi persone?

Perché nel primo caso, forse, possiamo anche fare a meno della letteratura.

Ma nel secondo… per me, che ho passato una vita tra banchi e libri, la letteratura non è mai stata una necessità secondaria: è stata sempre il cuore pulsante di ciò che significa imparare a pensare, a sentire, a vivere. Senza di essa, temo che la scuola perda ciò che rende la conoscenza davvero umana.

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