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OPINIONI

Vogliamo chiamarla generazione opossum?

Negli ultimi anni si parla sempre più spesso di disagio, ansia e stress fra i giovani, dentro e fuori la scuola. Le nuove generazioni vivono un malessere diffuso che può manifestarsi in modi diversi: difficoltà a concentrarsi, paura di essere giudicati, senso di inadeguatezza di fronte alle sfide del quotidiano.

Si tratta di segnali che, come rileva un’indagine condotta dagli psicologi del Centro Ulisse di Torino, possono essere descritti con una singola espressione: effetto opossum. Dopo due anni di mentoring in diverse scuole, emerge un quadro lucido e preoccupante dello stato emotivo di tanti adolescenti italiani.

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Alla base della scelta terminologica c’è un meccanismo di difesa, molto diffuso oggi, che spinge i giovani a rendersi invisibili. Proprio come un opossum, infatti, molti studenti scelgono di non farsi notare in classe, di mimetizzarsi nel gruppo fino a scomparire. E il punto di partenza, spiega la psicologa Marianna Sbardellotto nell’approfondimento del Corriere di Torino link esterno, è proprio l’ansia:

Dire “ho l’ansia” è una frase che torna con regolarità nei racconti dei ragazzi. A volte è usata per descrivere uno stato ben preciso, altre volte serve come un contenitore dentro al quale si inseriscono molti stati emotivi diversi: rabbia, senso di inadeguatezza, vergogna, frustrazione, paura.

“Avere l’ansia”, nei giovani, è quindi un’espressione che va ben oltre il semplice malessere passeggero ma, al contrario, identifica uno stato ben preciso. Da qui alla necessità di scomparire per sfuggire all’ansia il passo è breve: così, l’effetto opossum finisce per caratterizzare un’intera generazione segnata dalla paura del fallimento e dal timore del giudizio.

Ansia e stress negli alunni

Lo studio del Centro Ulisse di Torino ha coinvolto più di 200 studenti del capoluogo piemontese, ma i risultati definiscono dinamiche molto comuni in tutta Italia. I ragazzi non sono soltanto “bloccati” dall’ansia che provano, che sia più o meno definita, ma faticano a mantenere alta l’attenzione e, soprattutto, si annoiano. Proprio sulla difficoltà di concentrarsi continua Sbardellotto:

In questi casi la parola che ricorre più spesso è la noia, che è poi un modo per allontanarsi da un’esperienza che fa sentire inadeguati. Nel timore di fallire, prendono le debite distanze e si annoiano

Non c’è soltanto una fatica a definire i concetti ma anche un tentativo di fuggire da una realtà che si considera opprimente. Non è allora un caso che per gli studenti la scuola sia spesso una gabbia, e non si tratta di un problema individuale ma collettivo. Lo stesso contesto alimenta e amplifica la stanchezza emotiva, contribuendo alla noia, all’inadeguatezza e alla voglia di scomparire dei giovani.

Dove comincia il disagio? E dove finisce?

Secondo gli psicologi che hanno condotto la ricerca, questo disagio inizia già alle scuole medie. Gli adolescenti iniziano presto a trascorrere ore e ore davanti allo smartphone, dormono poco e vivono relazioni sempre più deteriorate. C’è quindi meno dialogo e più isolamento: non è un caso che proprio fra i banchi delle medie nasca il bullismo, con tutte le conseguenze del caso.

Prima ancora, ci sono segnali altrettanto chiari come insonnia e difficoltà a esprimersi, noia e generale disinteresse, tanto che per alcuni l’origine del disagio adolescenziale va ricercata proprio nella famiglia. A scuola, poi, gli studenti esprimono questa condizione nei modi più disparati, dalla chiusura totale ai comportamenti impulsivi, passando persino per il tentativo di mantenere un certo equilibrio.

Quale che sia il caso, il risultato è il medesimo: l’effetto opossum racconta un disagio sempre più diffuso nella società contemporanea. Dove tutto diventa proteso al successo personale e quindi sottoposto a pressione, che gli studenti si nascondano per paura del fallimento non sembra neanche un’idea così irreale.

Riconoscere l’esistenza del problema è il primo passo, ma non basta. Servono approcci concreti e politiche educative efficaci, che sappiano valorizzare il benessere psicologico e formare insegnanti capaci. Insomma, i giovani devono sentirsi visti, ascoltati e compresi, prima ancora di imparare qualcosa.

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