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APPRENDIMENTO

Come portare l’Inquiry-Based Science Education in classe

Nonostante sia ancora praticata dalla maggior parte dei docenti, la lezione frontale non rappresenta più l’unico modo di insegnare una materia. Negli ultimi anni, infatti, hanno iniziato ad affermarsi altre metodologie che ribaltano il paradigma, mettendo lo studente al centro del processo educativo.

Fa parte di questo gruppo la cosiddetta Inquiry Based Science Education, conosciuta come metodo IBSE. Si tratta di un approccio all’educazione scientifica che introduce un paradigma fatto di domande, esperimenti e riflessioni critiche: non una semplice “ora di laboratorio” in più, ma un cambiamento radicale nel modo di intendere l’apprendimento.

Vediamo allora più da vicino cos’è il metodo IBSE e perché rappresenta una necessità per la scuola del futuro, quali sono i suoi vantaggi e come utilizzarlo in classe in modo proficuo.

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Che cos’è e perché funziona

L’Inquiry Based Science Education nasce dall’esigenza di adattare la scuola ad una società in cui le conoscenze diventano rapidamente obsolete. In un contesto di continua evoluzione tecnologica e scientifica, insomma, trasferire nozioni da accumulare non è più sufficiente. Serve un approccio diverso, in cui ciò che conta è sviluppare la capacità di analizzare problemi, formulare ipotesi e interpretare dati.

Si inserisce proprio all’interno di questa cornice la metodologia IBSE, nel cui approccio gli studenti non sono semplici destinatari di contenuti, ma protagonisti in un percorso di scoperta scientifica. Come vedremo più avanti, di solito l’insegnante propone una domanda o un problema da indagare, mentre la classe formula ipotesi, raccoglie dati, svolge esperimenti e discute i risultati.

L’Inquiry Based Science Education funziona proprio per questo: scardinando l’apprendimento passivo, trasforma gli studenti in ricercatori sotto la guida di un mentore, un facilitatore. Se quindi la lezione frontale prevede una didattica eccessivamente deduttiva, che dalla regola generale fa scaturire gli esempi pratici, con il metodo IBSE si parte dall’osservazione di un fenomeno, si stimola il dubbio e da lì si arriva alla teoria.

Le radici pedagogiche

A presentarla in questo modo, potrebbe sembrare che la metodologia IBSE sia una delle novità nel campo dell’educazione, quasi una moda che rischia di essere passeggera. Certo, l’Inquiry Based Science Education ha una componente di novità nell’attuale panorama scolastico, ma allo stesso tempo ha una storia che risale ad alcuni dei fondatori della pedagogia moderna, di cui riprende molti dei suoi capisaldi. Per esempio:

  • John Dewey. Padre del famosissimo learning by doing e della pedagogia attiva, Dewey sosteneva che l’apprendimento dovesse partire da una situazione problematica reale. Senza un problema da risolvere, infatti, il pensiero resta pigro.
  • Jean Piaget. Al cuore dell’apprendimento c’è, secondo Piaget, un conflitto cognitivo che ci permette di imparare quando i nostri schemi non riescono più a spiegare la realtà. Si tratta di un approccio che sta alla base del metodo IBSE, in cui lo studente ha un ruolo attivo.
  • Lev Vygotskij. Componente fondamentale dell’apprendimento è la sua dimensione sociale, cuore della pedagogia di Vygotskij. Il lavoro di gruppo e il confronto costante permettono agli studenti di muoversi nella loro zona di sviluppo prossimale, con risultati che non potrebbero raggiungere da soli.

Insomma, la metodologia IBSE non è una novità in senso stretto, ma anzi viene da lontano fino ad arrivare al Rapporto Rocard del 2007 link esterno, stilato dalla Commissione Europea. Secondo il rapporto, l’insegnamento delle scienze non era in grado di attrarre i giovani verso le materie STEM, per cui era necessario cambiare prospettiva. Da questo punto di vista, l’Inquiry Based Science Education sposta il baricentro dal sapere al sapere in azione, dalla conoscenza inerte di una materia scientifica alla competenza.

le 5E

Principalmente messo in pratica nelle materie STEM , l’educazione scientifica inquiry-based lascia molto spazio alla creatività del docente. Allo stesso tempo, però, il BSCS Science Learning link esterno ha sviluppato un modello che aiuta a mettere in prospettiva la metodologia IBSE.

Si tratta di un approccio il cui compito è garantire che ogni fase dell’apprendimento sia coerente con lo sviluppo cognitivo degli studenti. Il modello delle 5E, come viene definito, è quindi composto da:

  • Engagement (Ingaggio). L’obiettivo di questa fase è catturare l’attenzione: l’insegnante propone un evento inaspettato, un fenomeno da comprendere o una sfida, e porta gli studenti a fare domande.
  • Exploration (Esplorazione). Gli studenti iniziano a osservare e lavorare con i dati: il docente non interviene subito ma agisce come facilitatore. L’errore è inoltre visto come necessario per progredire.
  • Explanation (Spiegazione). Durante questa fase gli studenti cercano di dare un senso a ciò che hanno visto: l’insegnante introduce qui definizioni, leggi e modelli, collegandoli all’esperienza appena vissuta.
  • Elaboration (Elaborazione). La conoscenza si consolida e viene applicata a nuovi contesti, con l’obiettivo di prevenire la “conoscenza inerte”, il sapere che si sa usare solo in un determinato contesto.
  • Evaluation (Valutazione). Non è soltanto la valutazione del docente ma anche l’autovalutazione degli studenti stessi: cos’hanno imparato, qual è il percorso che hanno fatto, quali gli errori, e così via.

Questo ciclo ribalta la logica tradizionale della lezione: la spiegazione non è il punto di partenza, ma arriva dopo l’esperienza di esplorazione. Inoltre, le fasi del modello delle 5E si rifanno direttamente a quelle del pensiero riflessivo di John Dewey, di cui costituiscono una forma più generale.

I diversi livelli di inquiry

Uno dei problemi di cui i critici accusano la metodologia IBSE riguarda il rischio di generare il caos all’interno della classe. D’altronde, nel momento in cui si lascia libertà agli studenti, può succedere che questi finiscano per approfittarne e, allo stesso tempo, che l’insegnante tema di perdere il controllo della classe.

Il metodo IBSE cerca di prevenire il problema mediante una scala di autonomia crescente, con diversi livelli di inquiry. Questi ultimi rappresentano infatti un percorso che gli studenti devono compiere nell’avvicinamento alla nuova forma di apprendimento. In pratica, si tratta di:

  • inquiry confermativo, secondo cui gli studenti seguono istruzioni precise per confermare un risultato già noto, e che di conseguenza è utile per avvicinarsi all’approccio IBSE;
  • inquiry strutturato, in cui l’insegnante fornisce la domanda iniziale e i materiali della ricerca, ma lascia gli studenti liberi di trovare la risposta con l’indagine scientifica;
  • inquiry guidato, che vede il docente limitarsi a porre la domanda e lascia gli studenti a progettare il metodo per trovare la risposta.

Oltre ai tre tipi che abbiamo visto ne esiste anche un quarto, chiamato open inquiry o inquiry aperto. Qui sono gli studenti a formulare le domande, manipolare dati e materiali, scegliere il metodo, trarre le conclusioni. Si tratta di un livello massimo di autonomia che, tuttavia, è più indicato per classi già esperte.

Il docente e lo studente

All’interno della metodologia IBSE, l’insegnante viene considerato come un facilitatore. La progressione che abbiamo visto ha una funzione rassicurante, perché permette di non perdere il controllo ma di cederlo, poco a poco, man mano che gli studenti diventano più competenti e responsabili.

Allo stesso modo, l’insegnante smette di essere il depositario delle nozioni da trasmettere ma diventa una guida. Per farlo, ha bisogno di una conoscenza profonda della sua materia, in modo da gestire domande inaspettate o percorsi di indagine più creativi del previsto. Nell’Inquiry Based Science Education non c’è spazio, insomma, per la rigidità dell’insegnamento scientifico tradizionale.

Da questo punto di vista, il docente diventa un architetto dell’ambiente di apprendimento, una guida nel percorso degli studenti. Una sorta di Socrate che utilizza la maieutica per il proprio insegnamento.

Lo studente invece smette di essere un semplice consumatore di contenuti e diventa produttore di una conoscenza che è sua. Dovrà imparare ad argomentare le proprie tesi e prendersi la responsabilità dei suoi risultati, imparando dagli errori e trovando la risposta corretta.

I vantaggi

Nei paragrafi precedenti abbiamo già accennato ad alcune delle potenziali ricadute positive della metodologia IBSE. Andando più nello specifico, i vantaggi dell’apprendimento scientifico tramite inquiry sono:

  • aumento della motivazione intrinseca, perché il livello di impegno aumenta di molto quando uno studente sente di aver trovato la risposta con le proprie forze;
  • sviluppo delle soft skills, in particolare della collaborazione all’interno del gruppo e della comunicazione efficace dei risultati della ricerca;
  • aumento del pensiero critico, competenza fondamentale nel mondo di oggi anche al di fuori del contesto scolastico.

A confermarlo sono diverse ricerche scientifiche, come per esempio uno studio del 2023 link esterno su come il metodo IBSE migliora il lavoro degli insegnanti. Fra i benefici, infatti, non bisogna dimenticare anche una maggiore efficacia dell’insegnamento delle soft skills e un più puntuale sviluppo delle proprie competenze professionali.

Come applicarlo in classe

Per utilizzare il metodo IBSE in classe, è importante ricordare che questa metodologia didattica può essere implementata per piccoli passi, magari tornando alle diverse tipologie di inquiry previste. Sicuramente adottare un buon libro scolastico che possa strizzare l’occhio a questo metodo può essere un ottimo primo passo, come ad esempio Scienze Pop link esterno dell’editore Principato per la scuola secondaria di primo grado, che integra l’approccio inquiry-based all’interno dello Skill Book attraverso compiti di realtà ed esperienze di orientamento. In queste attività, il percorso delle 5E viene seguito in modo guidato, permettendo agli studenti di muoversi tra ingaggio, esplorazione e riflessione con una struttura chiara ma non rigida. I compiti proposti, inoltre, si ispirano a situazioni concrete e quotidiane o a tematiche legate alle Giornate Internazionali e agli obiettivi dell’Agenda 2030, rendendo l’apprendimento non solo attivo, ma anche significativo e connesso al mondo reale.

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A partire da questo tipo di impostazione, è possibile tradurre il metodo IBSE in alcune pratiche concrete che aiutano a guidare gli studenti lungo tutto il percorso di apprendimento:

  • nella fase dell’ingaggio, non bisogna mai iniziare come in una lezione frontale ma, al contrario, partire da un interesse reale degli alunni, stimolando la loro curiosità e facendo loro una domanda;
  • la fase di esplorazione permette di dividere la classe in gruppi, in cui ogni membro abbia un ruolo ben definito per evitare che uno solo faccia il lavoro di tutti gli altri;
  • durante la spiegazione, sono gli studenti a presentare le conclusioni sui dati raccolti e, soltanto in un secondo momento, l’insegnante può collegare i loro risultati alle teorie;
  • la fase di elaborazione permette di porre un problema simile agli studenti, in modo che sappiano applicare quanto appreso a un caso nuovo ma simile;
  • nella fase della valutazione, l’insegnante potrà utilizzare verifiche e compiti di realtà, integrandoli con momenti di autovalutazione degli studenti stessi.

È importante ricordare la natura versatile e adattabile del metodo IBSE, che può essere sfruttato al meglio quando risponde a esigenze concrete della classe. Ciò è vero per le singole fasi. Per i gradi di inquiry che possono essere utilizzati, per la difficoltà degli argomenti coinvolti.

Le differenze tra IBSE e IBL

Nonostante sia stato sviluppato per le materie STEM, il metodo IBSE può essere applicato in molte discipline, e in questo caso prende il nome di Inquiry Based Learning.

I punti in comune fra i due approcci sono tanti: il ruolo del docente che diventa un facilitatore, l’importanza dell’indagine attiva e della ricerca, l’apprendimento collaborativo, e così via. Se però il metodo IBSE punta molto sulla sua natura laboratoriale e sperimentale, il metodo IBL ha un approccio più generale.

Di conseguenza, può essere applicato in diverse altre materie. In storia, per esempio, si può partire da una domanda come “perché è crollato l’Impero romano?”, invitando la classe ad analizzare fonti e dati. Un discorso simile vale per l’educazione civica, per la storia dell’arte e per la geografia. Persino in letteraturasi può utilizzare l’Inquiry Based Learning, chiedendo agli studenti di indagare il ruolo di un personaggio o di un tema ricorrente in un autore. E così via.

Dunque il metodo IBSE non è soltanto una tecnica didattica quanto un modo nuovo e diverso di intendere l’insegnamento e l’apprendimento. Con una scuola che oggi fatica a trovare una propria dimensione, l’Inquiry Based Science Education può rappresentare la risposta ad una società in continuo cambiamento e senza punti di riferimento. Come d’altronde auspicato dal Rapporto Rocard del 2007.

La lezione frontale mantiene il suo valore, ma viene affiancata da una metodologia che permette di assumere un punto di vista diverso, e in alcuni frangenti anche più efficace. Se lo scopo della scuola è formare cittadini consapevoli e prepararli ad un mondo complesso, diventa fondamentale avere curiosità e capacità critica, autonomia e problem solving. E non c’è modo migliore di farlo se non con un apprendimento attivo, che rimane per sempre.

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