Sempre più spesso si parla di disagio giovanile, un fenomeno diffuso che richiede una lettura complessa e uno studio attento delle sue cause. Se per esperti come Paolo Crepet e Massimo Recalcati il disagio nasce dall’educazione ricevuta in famiglia, non tutti sembrano essere d’accordo.
Secondo Stefano Vicari, infatti, anche la scuola va considerata un catalizzatore dell’ansia negli studenti, uno stato di disagio di cui gli adulti faticano spesso ad accorgersi. Su Avvenire
, lo psichiatra mette in guardia sui piccoli segnali che possono accompagnare il disagio giovanile e che genitori e insegnanti dovrebbero imparare a riconoscere.
DISAGIO GIOVANILE IN AUMENTO
Lungi dall’essere un’emergenza passeggera, ansia e disagio giovanile rappresentano un fenomeno sempre più diffuso e problematico. Come spiega su Avvenire Stefano Vicari, ordinario di Neuropsichiatria infantile all’Università Cattolica di Roma, “è un trend che cresce progressivamente dagli anni della pandemia e che oggi colpisce un adolescente su cinque”.
Se nel mondo, quindi, continua l’articolo, il 20% dei giovani fra i 15 e i 24 anni dichiara di sentirsi depresso, in Italia i dati citati restituiscono un quadro differente e molto variabile a seconda delle fasce d’età considerate: la prevalenza dell’ansia oscilla infatti tra il 5% e il 28% nei bambini e negli adolescenti. Una situazione da tenere sotto controllo, ma senza allarmismi, come spiega lo psichiatra:
Significa che non dobbiamo fare allarmismo, perché la maggior parte dei nostri ragazzi sta bene. Ma la scuola resta un catalizzatore del vivere ansioso degli adolescenti.
Ciò vuol dire che a scuola i sintomi del disagio possono emergere con maggiore evidenza, perché è proprio nell’ambiente scolastico che entrano in gioco il confronto con gli altri, i conflitti, le aspettative e la pressione legata alla performance.
SOFFERENZA DEI GIOVANI, CECITÀ DEGLI ADULTI
Se la sofferenza dei giovani è ormai nota da tempo, perché il fenomeno continua ad aumentare? Per affrontare la questione, Vicari parte dai dati sull’autolesionismo degli adolescenti: negli ultimi dieci anni le condotte autolesive sono aumentate del 75%, con un’età media ormai scesa sotto i 13 anni. E gli adulti?
Un altro dato riportato è particolarmente significativo: il 98% dei genitori resta completamente all’oscuro di questi comportamenti, ossia del grido di chi cerca di colmare un vuoto. E di fronte alla cecità degli adulti, non resta che affidarsi ai social media che, come in un circolo vizioso, rischiano di peggiorare ulteriormente la situazione. Secondo lo psichiatra:
Il mondo degli adulti è regolato dalla legge del più forte. Questo modello, attraverso la rete, passa facilmente ai ragazzi che assorbono comportamenti aggressivi. Gli studi che abbiamo mettono in stretta correlazione le ore trascorse in rete con la comparsa di comportamenti aggressivi anche eterodiretti.
Una lettura molto vicina a quella del ministro Valditara, secondo cui sono proprio i social a scatenare l’aggressività dei giovani. Si tratta di una prospettiva interessante che, però, non può far perdere di vista il dato di fondo: il loro disagio va innanzitutto compreso, prima ancora di poter essere affrontato.
COGLIERE I PICCOLI SEGNALI
Comprendere il disagio giovanile vuol dire partire innanzitutto dai piccoli segnali che possono passare inosservati allo sguardo degli adulti. Segnali che, tuttavia, ci sono e possono essere colti. Lo psichiatra cita, fra i possibili campanelli d’allarme, un abbigliamento incongruo rispetto alla stagione, il mutismo prolungato, la tendenza a evitare lo sguardo e gli sbalzi d’umore. È compito di genitori e insegnanti imparare a leggere fra le righe dei comportamenti degli adolescenti, che per loro stessa natura possono essere complessi da interpretare. Una strada da seguire c’è, conclude Stefano Vicari:
Non auspico uno psicologo in ogni classe, ma un docente che sappia essere educatore e notare i silenzi e i cambiamenti d’umore degli studenti. Il ruolo dei genitori, invece, sarebbe quello di aiutarli a gestire le emozioni e la rabbia anche mettendoli di fronte a un no.
Educare non è mai stato semplice, men che meno oggi, di fronte ai tanti stimoli della società contemporanea. Ma è più che mai necessario per evitare che piccoli segnali individuali si trasformino in grandi problemi per tutti.









