Per decenni le gite scolastiche hanno rappresentato il coronamento di un percorso educativo, un’esperienza unica di arricchimento per gli studenti. Oggi non è più così: a rendere i viaggi di istruzione molto più rari rispetto al passato sono i costi più alti e un’organizzazione sempre più complessa. Ma non solo.
Una delle questioni più importanti riguarda i docenti accompagnatori, che sono sempre meno, hanno sempre più responsabilità e non ricevono alcun compenso specifico per l’attività di accompagnamento. A denunciarlo sui social
è proprio un insegnante, che non usa mezzi termini: “i miei colleghi dicono di no ma io sono sempre disponibile, e quindi sono un idiota”. Un giudizio rivolto allo Stato, che lascia soli i docenti e li costringe a scegliere se essere tutelati nel loro lavoro o continuare comunque a garantire agli studenti questa esperienza.
ECCO PERCHÉ I DOCENTI NON VOGLIONO ANDARE IN GITA
Quando si parla della crisi delle gite scolastiche, solitamente lo si fa dal punto di vista degli studenti, proprio per via dei costi proibitivi e delle criticità nell’organizzazione. Altrettanto importante è tuttavia il punto di vista degli insegnanti, ossia degli accompagnatori senza i quali un viaggio di istruzione sarebbe impossibile. Si inserisce qui la denuncia di un docente su Instagram:
Ogni anno sono sempre pochissimi i docenti che danno disponibilità. Io invece sono sempre disponibile e anzi, a volte, classi che non sono nemmeno le mie mi chiedono se posso accompagnarli. Ma quest’anno mi sono reso conto: sono un idiota? Sbaglio? Perché gli altri colleghi rifiutano?
La domanda è legittima: quando sono molti a rinunciare, si è tentati di attribuire la decisione alla pigrizia e alla mancanza di tempo, o persino all’egoismo. Secondo il docente, invece, si tratta di una motivazione molto più profonda e condivisibile: responsabilità totale, compenso zero.
RESPONSABILITÀ TOTALE, COMPENSO ZERO
Può essere sintetizzato in questo modo il nodo della questione: in molti altri lavori, secondo l’insegnante, la trasferta viene retribuita o comunque accompagnata da specifici rimborsi e indennità. Per i docenti accompagnatori, invece, non è previsto un compenso aggiuntivo per il tempo e l’impegno richiesti dal viaggio di istruzione, neanche un riconoscimento economico simbolico. Al contrario, continua il docente, rimangono rilevanti le responsabilità legate alla vigilanza degli studenti:
Se uno studente si fa male durante la gita è colpa tua, finisci nei guai tu personalmente, e quanto ti paga lo Stato per assumerti questa responsabilità? Zero. Anzi, lo Stato risparmia finché c’è qualcuno come me che lo fa gratis, perché dovrebbe pagare?
Insomma, partire per un viaggio di istruzione vuol dire assumersi la responsabilità della vigilanza sugli studenti per tutta la durata dell’esperienza, anche quando questa si protrae per più giorni. Da questo punto di vista, è come chiedere agli insegnanti di scegliere fra il proprio impegno educativo e una tutela personale che, secondo la denuncia del docente, lo Stato non riesce o non vuole garantire adeguatamente.
Non stupisce, quindi, che sempre più docenti non diano la propria disponibilità a fare da accompagnatori nelle gite.
ANDARE IN GITA O TUTELARE SE STESSI?
Il docente cita anche i casi dell’Alto Adige e della Catalogna. A Bolzano
gli insegnanti hanno deciso di dire no a gite, viaggi e attività extrascolastiche per via del carico eccessivo di burocrazia e lavoro sommerso, che non garantisce loro un adeguato riconoscimento economico o sociale.
Nella comunità autonoma spagnola della Catalogna, invece, El País riporta
che sarebbero più di 400 le scuole pronte a sospendere le gite scolastiche per ragioni legate alle condizioni di lavoro e alla richiesta di miglioramenti. La questione è ben sintetizzata dall’insegnante che, nel suo intervento, conclude così:
E dunque il vero problema delle uscite didattiche non sono i prof che rifiutano, ma lo Stato che ci costringe a dover scegliere: portare gli studenti in gita con tutta la bellezza di tutto ciò che comporta, o tutelare noi stessi?
Una scelta che non dovrebbe neanche esistere e che richiama tanti altri problemi della scuola: il carico burocratico dei docenti, gli stipendi fra i più bassi d’Europa, le attività non contemplate dai contratti e così via. Il problema dei viaggi di istruzione non è, insomma, il mero rifiuto, ma una questione vecchia e mai come oggi attuale: riconoscere il ruolo degli insegnanti nella società. E farlo presto.









