Free cookie consent management tool by TermsFeed Generator
La rivista per la scuola e per la didattica
SOSTEGNO

Sono un’insegnante di sostegno e non voglio smettere di esserlo, ma non voglio più farlo sentendomi sola

“Sono un’insegnante di sostegno in una scuola media e quello che faccio ogni giorno non è solo seguire un alunno. Di fatto mi viene affidata l’emotività di tutta la classe”. Inizia così la lettera inviata da una docente di sostegno al magazine La Repubblica delle donne e pubblicata da Sarah Barberis link esterno.

Nelle sue parole c’è un’amarezza che non è quella di chi avrebbe voluto scegliere un’altra professione o preferirebbe non fare più l’insegnante. Al contrario, si tratta della denuncia di un problema che spesso viene ignorato: i docenti di sostegno si fanno carico non soltanto delle esigenze dell’alunno che seguono più direttamente, ma anche dei problemi e delle fragilità degli altri studenti della classe e, troppo spesso, vengono lasciati soli a gestire tutto questo.

“MI VIENE AFFIDATA L’EMOTIVITÀ DI TUTTA LA CLASSE”

Narrativa per la secondaria

Leggi in classe con LeggerMENTE

Una collana coinvolgente per accompagnare gli studenti tra classici, racconti d’autore, attualità e percorsi tematici per la scuola secondaria.

leggermente la spiga

Sgombrato il campo dall’equivoco secondo cui l’insegnante di sostegno sarebbe il docente di un singolo alunno, anziché un insegnante assegnato alla classe e corresponsabile del percorso educativo e didattico, il vero problema è un altro. Come emerge dalla lettera, oggi fare il docente di sostegno significa spesso ascoltare i problemi dell’intera classe, raccogliere confidenze e accogliere difficoltà e fragilità degli studenti. Una funzione non formalizzata, ma che nella quotidianità scolastica può rivelarsi fondamentale. E la docente continua:

Mi viene affidata l’emotività di tutta la classe. Se un ragazzo sta male, se scoppia a piangere, se le cose vanno male, spesso viene da me. Mi raccontano cose dure e io ascolto. Non perché sia scritto da qualche parte, ma perché non puoi voltarti dall’altra parte. Il problema è che poi resto sola con tutto questo.

La figura dell’insegnante di sostegno viene spesso percepita come più “vicina” rispetto a quella degli altri docenti. Non c’è il giudizio del voto e, proprio per questo, può esserci anche meno titubanza nell’aprirsi e confidarsi, e non c’è nulla di male in questo. Il rapporto quotidiano e una relazione avvertita come meno direttamente legata alla valutazione possono anzi rendere più semplice per gli studenti raccontare le proprie difficoltà. Non sempre esiste però un luogo protetto nel quale il docente possa confrontarsi e rielaborare ciò che ascolta: è un po’ come se la scuola italiana desse per scontata la resilienza dei propri insegnanti e la loro capacità di sostenere anche il carico emotivo degli studenti.

LO SCONTRO CON UNA DIDATTICA A SENSO UNICO

Se uno degli obiettivi della scuola è anche quello di far sentire gli studenti inclusi, accolti e amati, è sbagliato lasciare soli proprio i docenti che si fanno carico di questo aspetto del loro ruolo. L’inclusione dovrebbe infatti essere una responsabilità condivisa dall’intera comunità scolastica e non dipendere esclusivamente dalla disponibilità del singolo insegnante di sostegno. Ma non è tutto.

Il problema riguarda anche la didattica in senso stretto. L’insegnante di sostegno è un docente della classe e partecipa, insieme agli altri insegnanti, al percorso educativo e didattico. Nella pratica quotidiana è chiamato a operare in modo trasversale, adattando alle esigenze e agli obiettivi previsti dal PEI attività, strumenti e materiali relativi alla matematica e alla storia, all’inglese e alla filosofia, nonché a tutte le altre discipline. Si tratta quindi di un lavoro di mediazione che richiede una collaborazione costante con i docenti curricolari. Eppure, continua la lettera, proprio questo sostegno da parte dei colleghi può mancare e il lavoro di adattamento rischia di essere considerato esclusivo appannaggio dell’insegnante di sostegno, anziché una responsabilità condivisa.

Succede anche che “se la disabilità non è considerata grave, capita che io venga spostata a fare supplenze in altre gravi, togliendo ore a chi ne avrebbe diritto”. Insomma, che i docenti non vadano d’accordo con i colleghi è ormai noto, ma qui il discorso è un altro. Il rischio è che il sostegno venga considerato una parte separata, se non addirittura opzionale, della didattica, con ripercussioni sulla coesione della classe, sull’inclusione degli alunni e sulla salute mentale dei docenti.

DOCENTI DI SOSTEGNO SEMPRE PIÙ SOLI

Secondo la docente che ha scritto a Repubblica, c’è una contraddizione intrinseca nel sistema. Da un lato si chiede all’insegnante di sostegno di essere umano, empatico e accogliente; dall’altro, mostrare troppa umanità e partecipazione emotiva può significare essere etichettati come troppo coinvolti, troppo emotivi o poco professionali. Con il rischio di sentirsi sempre più soli anche quando rimangono intatte la passione per il lavoro e la convinzione dell’importanza del proprio ruolo:

Ho visto una collega passare ore a fingere di fare altro perché la ragazza che seguiva, con Asperger, non la accettava. Mi ha detto proprio di sentirsi inutile. Da poco ci chiamano ‘insegnanti di inclusione’. In teoria siamo docenti della classe, responsabili dell’inclusione di tutti.

Siamo ancora molto distanti dalla scuola inclusiva per come viene spesso pensata o presentata. L’inclusione, infatti, non può essere affidata esclusivamente alla sensibilità e alla capacità professionale dell’insegnante di sostegno, ma deve essere costruita attraverso una responsabilità condivisa. E la conseguenza è paradossale: proprio i docenti di sostegno, coloro che più di tutti dovrebbero incarnare l’inclusione e contribuire alla creazione di una comunità accogliente, finiscono per sentirsi soli.

Un paradosso nel paradosso, tanto che le ultime parole della lettera restituiscono un palpabile sconforto, senza però mettere in discussione la volontà di continuare a svolgere il proprio lavoro: “non voglio smettere di fare questo lavoro ma non voglio più farlo sentendomi da sola”.

CONDIVIDI L'ARTICOLO

ARGOMENTO

SI È PARLATO DI


Gli alunni hanno ansia della scuola, ma a casa non se ne accorge nessuno

ansia della scuola

Sempre più spesso si parla di disagio giovanile, un fenomeno diffuso che richiede una lettura complessa e uno studio attento delle sue cause. Se per esperti come Paolo Crepet e Massimo Recalcati il disagio nasce dall’educazione ricevuta in famiglia, non tutti sembrano essere d’accordo. Secondo Stefano Vicari, infatti, anche la scuola va considerata un catalizzatore dell’ansia negli studenti, uno stato di disagio di cui gli adulti faticano spesso ad accorgersi….

Odisseo è ancora un eroe capace di parlare agli alunni di oggi. E andrebbe letto in classe

odisseo

C’è stata un’estate, quella del 2026, in cui il nome di Ulisse è apparso ovunque: trailer, cast stellare, code al cinema, un budget da kolossal e settimane di permanenza record al box office. Il film di Christopher Nolan ha fatto quello che nessun programma ministeriale era riuscito a fare da tempo: ha reso Odisseo, per qualche mese, un argomento di conversazione tra adolescenti. La domanda, per chi insegna, è ovvia:…

Scuola vs famiglia? Semplici accorgimenti per favorire il rapporto famiglia e scuola

rapporto famiglia e scuola

Basta ascoltare un qualunque servizio televisivo o leggere un articolo di giornale per renderci conto di quanto sia complicato il rapporto tra famiglia e scuola, e sì che sono passati decenni dall’emanazione dei Decreti sugli Organi Collegiali! Eppure un rapporto sereno e costruttivo è alla base della crescita di quella stessa persona che per la famiglia è figlia/o e per i docenti  è alunna/o. Senza la pretesa di rivelare una…

Un conto è vietare i social a scuola, un conto è vietarli a casa, gli adulti dovrebbero tornare a fare di nuovo i genitori

vietare i social a scuola

Sempre più spesso si discute di vietare i social ai bambini e agli adolescenti, per mitigare o evitare del tutto gli effetti negativi che l’abuso delle nuove tecnologie ha sulla crescita. Se in Australia il divieto riguarda i minori di 16 anni e in Francia quelli di 15, l’Italia sembra muoversi in ordine sparso, fra disegni di legge bloccati in Parlamento e iniziative locali destinate a far discutere. Il riferimento…

La Storia di Elsa Morante è un libro che, quando entra in classe, cambia l’aria perché non si limita a essere letto, ma chiama in causa chi legge

elsa morante

«Por el analfabeto a quien escribo», ovvero “per l’analfabeta a cui scrivo”. Riprendendo un verso del poeta peruviano César Vallejo, Elsa Morante non dedica soltanto un romanzo: dichiara un destinatario. E forse una sfida. A chi scrive davvero La Storia? E chi è, oggi, “l’analfabeta” a cui quel libro continua a parlare? Non a caso, nell’edizione originale l’autrice volle che già in copertina, sotto una fotografia scattata da Robert Capa…

Che cos’è il design thinking e come funziona se usato nella didattica

design thinking

Il design thinking è una metodologia di lavoro di cui si parla sempre più spesso negli ultimi anni, soprattutto per le sue possibili applicazioni in ambito scolastico. Si tratta, in estrema sintesi, di un approccio che insegna ad affrontare i problemi con la mentalità del progettista, adattandola però ai contesti educativi e ai processi di apprendimento. Come i designer, infatti, anche gli insegnanti smettono di essere semplici trasmettitori di conoscenze…

Dare un tablet a un bambino di un anno è come dargli un po’ di morfina

tablet come morfina

Da anni ormai si parla dell’esposizione precoce dei bambini a schermi e dispositivi elettronici quali smartphone e tablet. Paesi come la Francia hanno già adottato misure restrittive per proteggere i più piccoli e, sebbene in Italia non esistano ancora provvedimenti specifici, il dibattito è oggi più acceso che mai. A richiamare ancora una volta l’attenzione sui possibili effetti di un’esposizione precoce agli schermi è anche lo psichiatra e tossicologo Luigi…

Perché alcuni studenti sono più bravi in matematica? Per la scienza è anche una questione di genetica

bravi in matematica

Ci sono studenti che si trovano a loro agio con la matematica e studenti che, al contrario, faticano a gestire numeri, calcolo mentale, operazioni semplici e complesse. Se per molti il problema riguarda i metodi di insegnamento e la paura di sbagliare, le neuroscienze propongono una lettura diversa. E, per certi versi, rivoluzionaria. Secondo uno studio pubblicato sulla rivista Science Advances , infatti, la dimestichezza con la matematica non dipende…

L’allarme degli insegnanti inglesi: “Gli alunni stanno perdendo la capacità di ragionare a causa dell’intelligenza artificiale”

capacità di ragionare

Da diverso tempo l’intelligenza artificiale è diventata una parte importante della vita quotidiana di studenti e insegnanti. Se quasi il 50% dei docenti usa ChatGPT a supporto della didattica, per il ministro Valditara l’IA migliora gli apprendimenti, quando viene implementata in modo corretto. Il problema è che non tutti i dati sembrano confermare questa prospettiva. Secondo un sondaggio del sindacato britannico National Education Union, infatti, la maggior parte dei docenti…

Quaderni operativi di Geronimo Stilton

X