Sempre più spesso si discute di vietare i social ai bambini e agli adolescenti, per mitigare o evitare del tutto gli effetti negativi che l’abuso delle nuove tecnologie ha sulla crescita. Se in Australia il divieto riguarda i minori di 16 anni e in Francia quelli di 15, l’Italia sembra muoversi in ordine sparso, fra disegni di legge bloccati in Parlamento e iniziative locali destinate a far discutere.
Il riferimento è alla proposta del Veneto
di vietare i social ai minori di 14 anni, che ha immediatamente diviso l’opinione pubblica. Tra le voci più interessanti c’è quella di Paolo Crepet, secondo cui il nodo della questione non è tanto il divieto quanto la distinzione tra lo spazio pubblico della scuola e quello della famiglia. Nel primo è bene vietare i social, afferma il sociologo; nel secondo no: serve soltanto che gli adulti tornino a fare i genitori.
Un’Italia che insegue l’Europa
Che limitare l’accesso dei più giovani alle piattaforme social non sia un capriccio politico lo dimostrano le iniziative adottate da diversi Stati, europei e non. Oltre a Francia e Australia, che hanno scelto la strada del divieto, sono molto interessanti anche le iniziative promosse da Danimarca e Norvegia.
Nel primo caso è in corso un ritorno a un approccio più tradizionale alla didattica, che, pur non eliminando la tecnologia, non la considera più il mantra del futuro. La Norvegia ha intrapreso un percorso simile, ricorda Crepet intervistato dal quotidiano Il Nord Est
, ma con una dimensione ancora più profonda:
Hanno raccolto dati e hanno visto che chi cresce immerso nei social sviluppa difficoltà cognitive e relazionali. Giovani adulti che faticano a interpretare le emozioni, a stare in una relazione reale. […] Hanno rimesso al centro anche attività semplici, concrete, come i giochi reali, gli scacchi veri, il tempo lento dell’apprendimento.
Se l’uso precoce e massivo dei social indebolisce la costruzione di competenze profonde, le esperienze reali, al contrario, la favoriscono. La Norvegia ha quindi scelto di mettere fra parentesi il ricorso alla tecnologia, ma non ha emanato divieti, sui quali Crepet invita a riflettere con attenzione.
Educazione scolastica e familiare
Introdurre il divieto di usare lo smartphone e i social media a scuola, ossia in un luogo pubblico che deve dettare regole comuni, è doveroso. Secondo il sociologo, infatti, soltanto a scuola gli studenti possono allenare competenze che l’algoritmo sta progressivamente atrofizzando.
Alcuni esempi sono la capacità di concentrarsi, la gestione della noia e l’interpretazione delle emozioni proprie e altrui. Di conseguenza va bene il divieto, continua Crepet, ma senza banalizzare il problema:
Bisogna capire dove intervenire davvero. La scuola è dello Stato, lì si può decidere. È lì che si costruiscono abitudini, regole, ma anche libertà consapevoli. […] Pensare a un divieto generale è ingenuo: non si può fare un editto napoleonico. In famiglia la gestione cambia, ogni casa ha le sue regole.
Un divieto generalizzato rischia, per assurdo, di generare l’effetto opposto: da un lato perché può essere percepito dagli studenti come un tabù da infrangere, dall’altro per la mancanza di comunicazione fra scuole e famiglie. Vietare, insomma, presenta dei limiti che possono però essere superati con un approccio più ragionato.
Gli adulti tornino a fare i genitori
Il segreto, continua Paolo Crepet, è tornare al concetto di educazione, ossia a qualcosa che vada oltre i divieti e le restrizioni, per guardare al quadro complessivo e al lungo periodo. Allora vanno bene le misure che anche l’Italia sta valutando di introdurre, come l’innalzamento dell’età minima e l’obbligo di verifica dell’identità, ma senza un programma educativo sistemico rimarranno strumenti parziali e potenzialmente inefficaci. Tornare all’educazione, allora, non è soltanto il consiglio di un sociologo, quanto un imperativo morale, soprattutto se si vogliono prevenire gli effetti della tecnologia sui più giovani. Crepet conclude ricordando che: «L’educazione non si impone per decreto: si costruisce, ogni giorno, dentro relazioni vere, fatte di tempo, errori e presenza adulta.» Non è una strada facile, ma è l’unica che abbia davvero senso percorrere.









