Sono diversi gli Stati che stanno cercando di mettere dei limiti all’abuso di smartphone e social media, preoccupati per gli effetti che questi possono avere sulla salute e sul benessere di bambini e adolescenti. Francia e Australia hanno già approvato misure restrittive, e qualcosa di simile sta accadendo anche nel resto del mondo, Italia compresa.
Non tutti sono però d’accordo con questo approccio restrittivo, pur ritenendo necessaria un’azione concreta. Ne parla Giuseppe Lavenia in un’intervista rilasciata a Leggo
: secondo lo psicoterapeuta, il divieto da solo non basta. Servono anche misure complementari che gli diano senso, come un patentino per l’uso dei social e, soprattutto, genitori molto più presenti nella vita dei figli. Ma è possibile?
I DIVIETI DA SOLI NON BASTANO
Partiamo da una premessa: nessuno nega che sia necessario limitare le possibilità di accesso dei più giovani ai social. Gli effetti dell’abuso sono sotto gli occhi di tutti: dipendenza, violenza, isolamento. È quindi giusto fare qualcosa in merito, anche innalzando l’età minima per l’accesso. Lo conferma Giuseppe Lavenia, con una precisazione:
Alzare l’età può essere un segnale importante, ma non basta. La legge serve a dire da che parte sta un Paese. Serve a ribadire che l’accesso precoce ai social non è un diritto naturale, ma un tema educativo, sanitario e culturale. Però guai a illuderci che una soglia anagrafica, da sola, risolva il problema.
Se c’è un divieto, di norma un giovane troverà il modo di aggirarlo. La soluzione, come si può intuire, non è quindi quella di “vietare i divieti”, ma di integrarli con un approccio educativo e con un controllo istituzionale più efficace. Quindi maggiore formazione nelle scuole per studenti e insegnanti, certo, ma anche controlli reali sulle multinazionali della tecnologia e sostegno psicologico alle famiglie.
DALLA PUNIZIONE AL PATENTINO
Il problema dei divieti e dei limiti nasce, continua Lavenia, da un fatto molto semplice: per gli adolescenti il cellulare non è un semplice strumento. Non è, insomma, come poteva esserlo il computer per i millennial dei primi anni Duemila, ma è una parte integrante del loro ambiente affettivo e relazionale. È necessario tenere conto di questo aspetto, nonché delle conseguenze psicologiche e relazionali che può avere un approccio esclusivamente restrittivo e punitivo.
Cosa vuol dire ciò? Che il divieto, senza altri interventi, rischia di essere vissuto come una punizione ingiustificata, un’imposizione da parte degli adulti. E proprio per questo bisogna adottare un approccio diverso, che per lo psicoterapeuta è quello di un particolare “patentino digitale”:
Il Patentino Digitale nasce proprio da qui: dall’idea che non basta proibire l’accesso a uno strumento, bisogna insegnare a usarlo, a capirlo, a riconoscerne i rischi, i meccanismi, le conseguenze psicologiche e relazionali. Noi non lasciamo guidare un’auto a chi non ha mai studiato il codice della strada. Eppure consegniamo dispositivi potentissimi a bambini e ragazzi senza alcuna alfabetizzazione emotiva, relazionale e critica.
Sta proprio qui il problema del divieto: è una misura di superficie, che rischia di portare soltanto risultati di superficie.
RESPONSABILITÀ E COMPITI DELLE FAMIGLIE
L’adozione del patentino digitale permette invece, secondo Lavenia, di educare i giovani all’idea che siano necessari dei requisiti specifici per accedere a smartphone e social, proprio come nella metafora dell’auto. Ma persino questo approccio è parziale: bisogna considerare anche il ruolo dei genitori, che quasi sempre sono i responsabili dell’avvicinamento dei più giovani alle nuove tecnologie.
Lo psicoterapeuta parla di “orfani digitali, ragazzi con adulti fisicamente presenti ma emotivamente assenti, troppo stanchi, troppo occupati, troppo distratti per abitare davvero il loro tempo”. Una definizione aspra, ma che trova punti di contatto con le riflessioni di altri esperti: secondo Roberta Bruzzone i genitori sono inadeguati, mentre per Matteo Lancini essi vivono le vite dei figli in maniera superficiale.
La soluzione richiede un approccio radicalmente diverso proprio da parte delle famiglie, che renda possibile una collaborazione con la scuola per bilanciare i divieti con l’educazione dei giovani. A conclusione, Giuseppe Lavenia lancia un messaggio che non lascia spazio a interpretazioni: “un figlio può anche obbedire a un controllo, ma si salva davvero solo dentro una relazione”.









