Verifiche a completamento – quando non sono a risposta multipla per cui basta una “X” – somministrate in tutte le discipline, consegna in brutta copia tollerata, stampatello concesso e, fin dai primi anni di scuola, impugnatura della penna come fosse un arnese da lavoro mai corretta: questa è qualche istantanea della scuola italiana alla voce “scrittura”.
Non c’è da stupirsi, quindi, se la maggiore difficoltà di studenti e studentesse è l’espressione in forma scritta a causa delle lacune ortografiche, sintattiche e strutturali tanto che spesso pare loro impossibile anche solo costruire un testo comprensibile. Questa difficoltà non è una percezione isolata di chi insegna, ma trova riscontro anche nei dati: le rilevazioni INVALSI mostrano che, alla fine delle superiori, circa quattro studenti su dieci non raggiungano competenze alfabetiche adeguate, mentre una quota non trascurabile termina il percorso scolastico senza possedere le abilità di base necessarie per comprendere e produrre testi.
Nel panorama internazionale, le indagini OCSE-PISA confermano il quadro, evidenziando come oltre un quinto degli studenti non raggiunga gli standard minimi di competenza, mentre i livelli più alti restano appannaggio di una minoranza ristretta, segnalando così una difficoltà diffusa che non può essere ricondotta a singole situazioni, ma che riguarda l’impianto stesso della formazione linguistica.
In questo disastro, alzare le spalle, assegnare un tema in classe ogni quattro mesi e ripetere che si impara a scrivere leggendo di più significa spostare il problema, perché la lettura può certamente arricchire il lessico e ampliare l’orizzonte culturale, ma non sostituisce l’esercizio della scrittura, che richiede pratiche specifiche, tempi dedicati e un lavoro esplicito sulla costruzione del testo. Allo stesso modo, persiste un altro pregiudizio difficile da sradicare, secondo cui saper scrivere dipenderebbe da una predisposizione individuale, da una sorta di talento naturale che alcuni possiedono e altri no, come se si trattasse di una competenza originaria, di un patrimonio genetico; invece la scrittura si insegna, si esercita e si costruisce nel tempo, esattamente come qualsiasi altra abilità complessa.
Se si accetta questa prospettiva, diventa inevitabile riconoscere che la scuola ha progressivamente ridotto lo spazio dedicato alla scrittura, trasformandola in una pratica occasionale, legata a verifiche episodiche – sempre più a carico del solo docente di italiano, come se le competenze linguistiche servissero esclusivamente a scrivere un tema, e non invece a redigere verbali, atti, mail, referti e tutte le forme di scrittura che la vita reale richiede(rà) – o a compiti per casa che da qualche tempo vengono delegati, senza mediazione, a strumenti di intelligenza artificiale.
Una delle conseguenze più evidenti di questa resa su ogni fronte riguarda il modo in cui gli studenti affrontano la pagina dal momento che, non essendo abituati a scrivere con continuità, tendono a procedere accumulando idee senza ordinarle, affiancando esempi senza stabilire relazioni e costruendo testi nei quali manca una struttura riconoscibile. Scrivere, infatti, non consiste nel tradurre in parole un’idea già formata, ma rappresenta il processo attraverso il quale l’idea prende forma, si chiarisce e si organizza, secondo quell’intuizione che Italo Svevo esprime quando parla del pensare con la penna in mano, indicando nella scrittura una modalità essenziale del pensiero e non un semplice esercizio linguistico.
È per questa ragione che il lavoro sulla scrittura dovrebbe iniziare con decisione già nella scuola primaria, dove elementi come l’ordine della pagina, l’impugnatura, la cura del segno e la gestione dello spazio non rappresentano residui di una didattica d’altri tempi, ma costituiscono le condizioni materiali attraverso cui il pensiero prende forma, e che proprio per questo andrebbero recuperati con maggiore consapevolezza e con un coraggio che oggi sembra spesso mancare. Allo stesso tempo, occorre riconoscere che ciò che non viene costruito nei primi anni non può essere improvvisato nei successivi, perché competenze come la gestione dello spazio o l’impugnatura non possono essere affidate alle superiori, ma devono essere acquisite e consolidate nei segmenti precedenti, secondo una logica di continuità e di stratificazione che oggi appare spesso indebolita.
Quando questa preziosa continuità viene meno, il rischio è trovarsi di fronte a studenti che a quattordici anni convivono con fragilità di base che rischiano di minare il lavoro futuro della secondaria di secondo grado. Alle superiori, infatti, saper scrivere non è bene acquisito o chimera irraggiungibile, qualsiasi sia il punto di partenza: certo è fondamentale che la scrittura occupi (ancora?) uno spazio centrale e non residuale, ricoprendo almeno un quarto del monte ore dedicato all’italiano, non perché si tratti di recuperare ciò che non è stato fatto prima, ma perché la scrittura, proprio per la sua natura, richiede tecnica, teoria e pratica, esercizio continuo, consolidamento e progressivo affinamento. Una scelta di questo tipo trasforma la scrittura da prestazione occasionale a processo in cui sviluppare abilità linguistiche e una vera e propria capacità di pensiero. Se la scuola vuole tornare a insegnare davvero a scrivere, deve saper recuperare una visione di lungo periodo, nella quale ogni segmento contribuisce a costruire il successivo, secondo un disegno coerente e intenzionale, perché solo in questo modo le competenze possono consolidarsi e diventare realmente disponibili. In assenza di questa prospettiva, il rischio è produrre un insieme disorganico di abilità parziali, un mosaico nel quale ogni tessera esiste, ma non contribuisce a costruire un’immagine complessiva, mentre ciò di cui la scuola ha bisogno è una struttura solida e coerente, capace di sostenere nel tempo lo sviluppo degli studenti.
Tutti gli studenti, non solo quelli che avrebbero imparato a scrivere bene comunque, e nemmeno solo quelli che hanno bisogno di un’alfabetizzazione di base. Tutti, tutti insieme possono essere chiamati a scrivere con continuità per imparare a chiarire ciò che si vuole dire, a selezionare le parole con precisione, a costruire nessi logici e a sostenere un punto di vista, investendo sulla capacità di esprimere un pensiero più indipendente, più solido e più esatto. Per questa ragione, sarà opportuno ripensare anche il tempo di correzione a carico dei docenti di italiano, in special modo, perché se chi più fa scrivere più lavora senza – ad esempio – alcun riconoscimento economico, alla lunga il sacro fuoco motivazionale verrà meno, anche perché si sta parlando di competenze professionali, non di volersi bene. È richiesto un impegno integrale da parte di tutti, insomma, perché la scrittura torni al centro dell’insegnamento, come pratica quotidiana, strutturata e intenzionale: ne va della creatività e della libertà delle generazioni future. E non è poco.









