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La rivista per la scuola e per la didattica
LETTERATURA

La Storia di Elsa Morante è un libro che, quando entra in classe, cambia l’aria perché non si limita a essere letto, ma chiama in causa chi legge

«Por el analfabeto a quien escribo», ovvero “per l’analfabeta a cui scrivo”. Riprendendo un verso del poeta peruviano César Vallejo, Elsa Morante non dedica soltanto un romanzo: dichiara un destinatario. E forse una sfida. A chi scrive davvero La Storia? E chi è, oggi, “l’analfabeta” a cui quel libro continua a parlare?

Non a caso, nell’edizione originale l’autrice volle che già in copertina, sotto una fotografia scattata da Robert Capa durante la guerra civile spagnola, fosse aggiunto il doloroso e struggente sottotitolo «Uno scandalo che dura da diecimila anni».

La dedica agli analfabeti, in definitiva, allude agli umili, ai più vulnerabili e, in ultima istanza, ai piccoli come il bambino Useppe, uno dei personaggi centrali del romanzo e incarnazione dell’innocenza destinata a soccombere. In altri termini, al cuore dell’opera si trovano le vittime di ieri e di oggi, alle quali la bellezza del mondo si è rivelata con forza proprio grazie alla loro semplicità, ma che nulla possono contro il male introdotto dall’uomo nella Storia. È una tragedia che non si esaurisce nella finzione narrativa, ma trova un riscontro concreto nella realtà, come dimostra la notizia che Morante trascrive nella penultima pagina del romanzo: una madre con il suo figlioletto di sei anni e una cagna pastora maremmana vengono ritrovati in un appartamento del Testaccio; il bambino cadavere, la madre fuori di senno, e la cagna così feroce nel difendere l’accesso alla casa che, secondo il cronista, per entrare fu necessario far passare a miglior vita anche lei. Che cosa ha condotto a una fine così tragica quella povera famigliola?

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Nel testo non viene fornita una causa precisa della tragedia, che resta volutamente senza spiegazione. Questa scelta riflette la visione della Morante: la sofferenza non nasce da un singolo evento, ma dall’insieme di miseria, violenza e ingiustizie storiche, di cui la guerra e la solitudine sociale sono espressione. Appare subito evidente, quindi, che non esiste un colpevole individuale, ma una responsabilità più ampia attribuibile alla Storia stessa. La notizia di cronaca diventa così un riflesso del romanzo nella realtà, mostrando che tali drammi non sono casi isolati, ma continuano a ripetersi e a toccare nel profondo chi legge.

Nel romanzo la vicenda di una famiglia diventa il modo per raccontare la condizione degli umili nella Roma degli anni Quaranta, segnata dalla guerra. In tale contesto, la protagonista è Ida Ramundo, una giovane vedova che cerca di crescere il figlio Nino tra lavoro e difficoltà quotidiane; la loro storia, all’apparenza semplice, si trasforma nel racconto di un’epoca dominata da paura, povertà e incertezza.

La guerra spezza ogni equilibrio e invade la vita privata, cambiando radicalmente il destino di Ida e portando, da un incontro violento, alla nascita del piccolo Useppe. La fine del conflitto non porta alcun sollievo: il figlio maggiore, Nino, muore in un incidente, mentre Useppe si spegne a causa dell’epilessia. Ida non riuscirà mai a riprendersi e terminerà la sua vita in un ospedale psichiatrico. Questa, in sintesi, la vicenda.

Era il 1974, ero un’alunna e leggevo La Storia di Elsa Morante. Da allora mi sono sempre chiesta perché romanzi così ricchi sul piano formativo, umano e storico non trovino spazio reale nella scuola. Rimasi colpita dalla forza dei personaggi, dalla delicatezza con cui la scrittrice raccontava la guerra e la quotidianità, dalla capacità di rendere la Storia qualcosa di vicino, tangibile, fatto di vite concrete. In particolare, ricordo lo stupore e la commozione davanti a Ida, Useppe, Nino e Bella.

Questo articolo nasce dal desiderio di condividere quell’esperienza con chi oggi si confronta con la letteratura in classe link esterno, offrendo a insegnanti e studenti un percorso di lettura insieme emotivo e consapevole; l’obiettivo è mostrare come la letteratura possa avvicinare i ragazzi alla Storia e ai sentimenti universali che la attraversano, mantenendo viva la dimensione umana del leggere.

Alla luce di quanto esposto, posso affermare che ci sono libri che, quando entrano in classe, cambiano l’aria, perché non si limitano a essere letti, ma chiamano in causa chi legge. Per me, uno di questi è La Storia di Elsa Morante.

Ricordo bene le prime reazioni dei miei studenti: il titolo stesso li intimoriva, perché sembrava rimandare alla Storia come disciplina e non a un romanzo. E in effetti l’opera si muove dentro eventi storici precisi, la guerra, le leggi razziali, la distruzione, ma ciò che colpisce davvero è che la grande Storia resta sullo sfondo, mentre in primo piano emergono le vite fragili, travolte dagli eventi.

Il lavoro in classe iniziava proprio da qui: non dalla spiegazione storica, ma dall’incontro con i personaggi.

In questa prospettiva, Ida Ramundo è stata ogni volta una figura che ha lasciato un segno profondo negli studenti, perché la sua paura, la sua solitudine e la sua incapacità di interpretare gli eventi mettevano in crisi molte certezze. Non si presta a letture semplificanti: proprio per questo diventa didatticamente potente, perché costringe a sostare nel dubbio. Di fronte a Ida, la domanda era sempre la stessa: fino a che punto il contesto storico e sociale può spiegare il comportamento di una persona senza annullarne la responsabilità individuale? E poi, quasi sottovoce, ne affiorava un’altra, più difficile da sostenere: come ci sentiamo davanti a un dolore che non riusciamo a capire? Lo allontaniamo, o troviamo il coraggio di restargli accanto, anche quando ci mette a disagio?

Accanto a lei, Useppe produceva un effetto immediato: gli studenti si affezionavano a lui senza sforzo, colpiti dalla sua innocenza e dalla sua capacità di meraviglia anche dentro la tragedia. Ma proprio questa adesione affettiva così naturale diventava il punto da cui il lavoro prendeva forma, aprendo uno spazio reale di confronto: perché ci tocca così profondamente? Che cosa rappresenta? Non si trattava di spiegare, ma di riconoscere ciò che le emozioni facevano emergere.

Sullo sfondo delle vicende di Ida e Useppe, merita attenzione anche la struttura narrativa del romanzo. Infatti, le brevi sintesi storiche che aprono i capitoli, impersonali e quasi asettiche, creano un contrasto netto con la narrazione delle vicende individuali. Proprio per questo, gli studenti percepiscono questa distanza e su di essa è possibile lavorare: perché la Storia ufficiale appare così scarna? E soprattutto, che cosa resta fuori da quel racconto?

Le lezioni partecipate erano spesso intrecciate al presente storico degli studenti: alcuni di loro osservavano che la Storia “non si accorge” delle persone, altri riconoscevano che sono proprio i romanzi a restituire voce a chi non l’ha avuta, facendo emergere la letteratura non come semplice racconto, ma come strumento di comprensione della sofferenza umana e di restituzione alla memoria di ciò che altrimenti rischierebbe di essere dimenticato.

In relazione a quanto emerso, cercavo di far comprendere agli studenti che Elsa Morante trasmette un insegnamento essenziale: la Storia non è mai qualcosa di astratto, ma una realtà che incide nelle esistenze, le segna e, talvolta, le travolge. Allo stesso tempo, invita a guardare da vicino le persone, riconoscerne la vulnerabilità, la dignità e il dolore, per sviluppare una più profonda comprensione di ciò che hanno attraversato.

In questo senso, la scrittura di Morante insegna qualcosa di prezioso: le vite ordinarie, i gesti quotidiani e i legami affettivi hanno valore, e la Storia si costruisce attraverso queste presenze concrete, perché “Noi siamo la storia”.

Ma ciò che rende davvero speciale il lavoro in classe con quest’opera è la possibilità di trasformare la lettura in esperienza condivisa, dato che la narrazione invita a entrare nelle vite dei personaggi senza giudizio immediato. Per questo chiedevo spesso agli studenti di scegliere una scena che li avesse colpiti, come il momento in cui Useppe, dopo la morte di Bella, resta solo con il suo smarrimento o la quotidianità di Ida segnata dalla paura, dalla sopravvivenza e dall’amore per i figli, e di raccontarla a partire dalla propria esperienza. In questo modo la lettura diventava un laboratorio emotivo e riflessivo.

Un altro passaggio chiave è costituito dagli episodi legati all’occupazione nazifascista e ai rastrellamenti, in cui Ida si confronta direttamente con la violenza della guerra e con la costante minaccia delle deportazioni. In questo senso, tali momenti diventano un’occasione per riflettere sulle scelte morali dei personaggi, sulle difficoltà che si trovano ad affrontare e sulle risorse interiori che emergono nelle situazioni limite, quando le condizioni estreme mettono alla prova la tenuta etica ed emotiva degli individui e riducono lo spazio di libertà a poche, decisive possibilità di scelta. A tal proposito, ho sempre cercato di sottolineare agli studenti quanto le nostre decisioni siano fondamentali nella vita, perché ogni presa di posizione implica responsabilità e, al tempo stesso, rinuncia: optare per qualcosa significa, infatti, esporsi alle conseguenze, senza possibilità di ritorno, accettando al tempo stesso ciò che inevitabilmente si perde lungo il percorso.

A partire da qui, gli studenti possono mettere a confronto le azioni dei personaggi con i propri valori e le proprie scelte, sviluppando così capacità di giudizio critico ed etico. Inoltre, il testo offre l’opportunità di lavorare sulla comprensione di situazioni complesse, distinguendo tra i fatti storici e la percezione individuale degli eventi. Leggere La Storia non offre risposte, ma strumenti per guardare il mondo con maggiore attenzione e consapevolezza. In classe diventa un ponte tra esperienza personale e Storia, tra emozione e conoscenza.

Il legame tra Useppe e Bella mostra come anche un piccolo affetto possa diventare sostegno e forza interiore. Infatti, Useppe è un bambino fragile, esposto alla fame, alla guerra e all’insicurezza, mentre Bella, la cagnolona, diventa per lui una presenza stabile, affettuosa e protettiva. Di conseguenza, questo rapporto gli trasmette sicurezza emotiva, lo fa sentire meno solo e gli consente di affrontare una realtà altrimenti troppo dura.

In altre parole, anche un legame così semplice riesce a dare calore, sicurezza e speranza, diventando un sostegno profondo nei momenti più difficili, perché è l’unico spazio di tenerezza e fiducia in un mondo dominato dalla violenza e dalla paura. Gli studenti imparano così che leggere non significa solo decifrare parole, ma entrare in relazione con esperienze altrui, sviluppando empatia e pensiero critico.

Ciò che resta non è soltanto ciò che si è compreso, ma ciò che ha lasciato una traccia: la paura, l’amore, la tenerezza di Useppe, la forza silenziosa di Ida, la fedeltà di Bella.

Leggere La Storia significa confrontarsi con una contraddizione: una narrazione che parla di eventi lontani, ma che continua a mettere in discussione il presente. A mio parere, in un’epoca in cui la Storia rischia di ridursi a semplice informazione, Morante ci costringe a una domanda scomoda: quante vite restano invisibili nella Storia “ufficiale”?

Forse il vero scandalo non è quello denunciato in copertina. Il vero orrore morale è che, ancora oggi, dobbiamo imparare a vedere ciò che il romanzo ci mette davanti agli occhi: che ogni evento storico è fatto, prima di tutto, di corpi, paure, affetti e perdite irripetibili.

E allora la conclusione non è più solo legata all’ambito didattico, ma profondamente culturale: possiamo davvero continuare a insegnare la Storia lasciando ai margini dello studio scolastico una scrittrice di tale profondità e attualità? Perché, se la Storia resta solo un elenco di fatti, abbiamo già smesso di capirla.

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