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LETTERE IN REDAZIONE

“Mi fanno fare di tutto tranne che insegnare”: lo sfogo di un docente che vuole lasciare la scuola italiana

Sono un docente, e dopo vent’anni di carriera spesi a dare (e a sopportare) tutto per amore di ciò che amo, ho capito che vorrei cambiare lavoro”. Inizia così la lettera aperta che Marco Redaelli, insegnante di 45 anni, ha inviato al Corriere della Sera link esterno, in cui emerge con forza un malessere diffuso nella scuola italiana.

Le parole di Redaelli non rappresentano infatti lo sfogo isolato di un singolo, ma la fotografia di una professione sempre più svuotata del suo ruolo originario. Schiacciati fra aspettative irrealistiche, eccessivi carichi burocratici, progressiva perdita di autorevolezza, sempre più docenti si fanno una domanda: ha ancora senso continuare a insegnare?

Tutto meno che insegnante

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Il punto centrale della lettera di Marco Redaelli è tanto semplice quanto drammatico: ai docenti non è più richiesto di insegnare. O meglio, non solo:

Oggi si vuole che un docente sia psicologo, psichiatra, psicoterapeuta, informatico, ingegnere, pedagogista. E anche, all’occorrenza, saltimbanco capace di rendere accattivante ogni lezione, o giullare in grado di accattivarsi la simpatia e la benevolenza degli studenti con effetti speciali e numeri da circo.

E soprattutto, continua Redaelli, si chiede anche di chiudere un occhio o tutti e due di fronte a strafalcioni ed errori, sbagli e lacune degli studenti. Da un lato, per non urtare la sensibilità degli alunni che si troverebbero a dover correggere errori da scuola elementare al liceo. Dall’altro lato, per evitare che i genitori si oppongano in punta di diritto, di fatto impedendo all’insegnante di svolgere la sua funzione.

Una funzione che appare sempre di più svuotata anche quando si parla di pura e semplice didattica.

Marco Radaelli foto Corriere

Il problema della didattica

Dal ruolo dell’insegnante la questione si sposta infatti al ruolo della didattica, che presenta alcune fondamentali criticità. Da questo punto di vista, Marco Redaelli mostra una certa lucidità sulla situazione attuale, in cui aumentano le difficoltà nella comprensione dei testi, nel ragionamento logico, nella scrittura.

Eppure, allo stesso tempo crescono gli studenti promossi e diminuiscono quelli bocciati, con esami che appaiono tutto tranne che selettivi:

In sostanza la scuola ci informa che siamo nel migliore dei mondi possibili. La bontà e l’inclusione hanno raggiunto livelli altissimi, e di certo incompatibili con il merito, la cultura e la crescita umana. La scuola di oggi fa della parola inclusività il grimaldello attraverso il quale rinchiudere chiunque nel recinto dell’ignoranza.

Se da una parte la scuola svuota il ruolo degli insegnanti e della didattica, dall’altra finisce per riempirsi di progetti e iniziative dagli obiettivi confusi, slegati da uno studio inteso in senso più sistematico: insomma, una ricetta per il fallimento.

Una scuola destinata al fallimento?

Chiariamoci: Marco Redaelli non è certo il primo docente a criticare la trasformazione in peggio della scuola italiana. Già a suo tempo Enrico Galiano, insegnante e scrittore, si era chiesto ma chi te lo fa fare di insegnare?, mentre aumentano i casi di docenti che decidono di lasciare la scuola prima della pensione.

Secondo Redaelli, il problema sta nell’aver considerato la scuola come la panacea di tutti i mali della società, come la soluzione ai problemi educativi delle vecchie e nuove generazioni. Eppure, educare non è un compito esclusivo degli insegnanti ma un processo collettivo:

È ora di allargare il recinto della responsabilità e di prendere coscienza che ad educare non sono solamente gli insegnanti, ma è tutto un contesto in cui la scuola è certamente chiamata a dare il proprio contributo, come tutti a dare il proprio. Per dirla con un proverbio: «Per crescere un bambino ci vuole un villaggio intero».

E forse sta proprio in una ridefinizione della responsabilità la vera svolta: lasciare alla scuola il suo compito essenziale e pretendere che ciascun attore sociale faccia la propria parte. Senza scaricare altrove il peso del fallimento, o portare un insegnante a voler lasciare il proprio lavoro, spesso definito “il più bello del mondo”.

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