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EDUCAZIONE

Per Gratteri la violenza giovanile è fuori controllo: “Genitori assenti e bambini in strada di notte diventano prede della criminalità”

Nicola Gratteri non è nuovo a opinioni che fanno discutere. Le sue parole spesso dividono l’opinione pubblica, ma nascono da decenni di esperienza diretta nella lotta alla criminalità organizzata. Da anni, infatti, il procuratore di Napoli osserva da vicino non solo i meccanismi della criminalità, ma anche le condizioni sociali e familiari che possono spingere i giovani verso percorsi sbagliati.

Secondo Gratteri, per capire davvero perché sempre più ragazzi finiscono coinvolti in episodi di violenza o illegalità non basta guardare ai reati in sé: bisogna guardare a ciò che succede prima, cioè alla crescita dei giovani, alle relazioni familiari e alla presenza — o assenza — di adulti capaci di fare da guida.

Di recente, intervistato da diverse testate giornalistiche link esterno, Gratteri è tornato sull’argomento con la consueta determinazione. Secondo il Magistrato, in uno scenario in cui i minori crescono senza regole e senza guida, aumenta il rischio che vengano attratti dalla criminalità organizzata, che spesso sa inserirsi proprio dove mancano punti di riferimento solidi.

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Il suo ragionamento è semplice ma diretto: quando un ragazzo non trova ascolto, limiti e modelli positivi nella vita quotidiana, è più facile che cerchi appartenenza altrove. E la criminalità, soprattutto quella organizzata, offre spesso ciò che sembra mancare: identità, riconoscimento e senso di gruppo — anche se a un prezzo altissimo.

Una nuova decadenza morale

Di fronte alle notizie sempre più frequenti di violenza tra giovanissimi, Nicola Gratteri descrive un quadro che considera preoccupante. Secondo il magistrato, la perdita di riferimenti educativi e familiari diventa un vero e proprio terreno fertile per la criminalità organizzata, che trova spazio proprio nelle fragilità sociali.

Queste le parole del magistrato:

La famiglia è in crisi, c’è un decadimento etico e morale, in cui uno o entrambi i genitori sono assenti: se si consente a bambini di 10 anni di stare per strada alle 10 di sera, a 15 anni non si riprendono più.

Il messaggio è netto e volutamente provocatorio. Gratteri non parla solo di presenza fisica dei genitori, ma soprattutto di presenza educativa: sapere dove sono i figli, con chi stanno, cosa fanno e quali valori stanno imparando. Quando questo controllo educativo viene meno, secondo lui, i ragazzi rischiano di crescere senza confini chiari tra ciò che è giusto e ciò che non lo è.

Il fatto che dei bambini possano essere lasciati liberi di stare fuori casa, da soli, fino a tarda sera diventa quindi, nella sua lettura, il simbolo di una crisi più ampia. Non è solo una questione di sicurezza o di ordine pubblico, ma un segnale di cambiamenti profondi nel modo in cui adulti e società accompagnano la crescita dei più giovani.

E proprio qui sta il punto centrale del suo discorso: la criminalità non nasce improvvisamente nell’adolescenza, ma spesso trova spazio in fragilità educative costruite negli anni precedenti.

Approccio punitivo, approccio educativo

Il collegamento fra disagio giovanile e assenza dei genitori è da tempo al centro del dibattito educativo e sociale. Per Nicola Gratteri, però, il problema assume un peso ancora maggiore nei territori in cui la criminalità organizzata è pronta a intercettare i giovani più vulnerabili.

Non si tratta solo di teoria: sempre più spesso le cronache raccontano di ragazzi giovanissimi trovati con coltelli o coinvolti in episodi violenti per motivi banali, discussioni nate sui social o conflitti quotidiani degenerati rapidamente. Segnali che, secondo il magistrato, indicano una perdita progressiva del senso del limite.

Basta allora aumentare controlli e repressione?

Secondo Gratteri, no. Le forze dell’ordine sono fondamentali, ma non possono sostituire il ruolo educativo delle famiglie e della società. Senza un lavoro culturale profondo, la sola punizione arriva sempre troppo tardi.

Queste le sue parole:

Napoli è una città ben sorvegliata, in cui abbiamo installato nuove telecamere che spesso si sono rivelate fondamentali per ricostruire i fatti. Ma tutto questo non basta se le famiglie non fanno la loro parte.

Il punto è chiaro: la sicurezza non può essere delegata solo alla tecnologia o alla repressione. Telecamere, controlli e interventi giudiziari servono a intervenire dopo, mentre l’educazione serve a prevenire prima.

La vera emergenza, quindi, è culturale ed educativa. Se manca l’educazione alla legalità in casa ancora prima che a scuola, diventa molto più difficile contrastare fenomeni che affondano le radici nella quotidianità dei ragazzi.

Secondo questa lettura, molti giovani crescono in una sorta di vuoto educativo, dove i modelli di riferimento diventano quelli più visibili e immediati: forza, prevaricazione, successo facile. In assenza di alternative credibili, bullismo, violenza e criminalità possono apparire scorciatoie per ottenere rispetto o attenzione.

Verso un futuro diverso?

La questione, però, non riguarda solo alcune realtà o singoli contesti. È un tema che coinvolge l’intera società: famiglie, scuola, comunità locali e istituzioni devono tornare a prendersi cura dei giovani, offrendo esempi concreti e possibilità alternative.

La prevenzione, in questa prospettiva, non significa scegliere tra educazione e controllo, ma costruire un equilibrio tra entrambi. Servono regole chiare, ma anche relazioni educative solide, capaci di far sentire i ragazzi visti, ascoltati e responsabilizzati.

La violenza minorile non è soltanto una notizia destinata a occupare per qualche giorno titoli e discussioni sui social. È piuttosto il segnale visibile di un problema più profondo, che richiede soluzioni sistemiche e urgenti e un impegno condiviso nel lungo periodo.

Da una parte la scuola può aiutare a formare cittadini consapevoli, capaci di riconoscere opportunità e rischi. Dall’altra, la famiglia ha il compito di mostrare ai più giovani che esistono strade diverse, che il futuro non è già scritto e che la criminalità non rappresenta un destino inevitabile.

Oltre alle strade che i bambini vedono alle 10 di sera, insomma, c’è un mondo. E il primo passo è iniziare a mostrarlo davvero.

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