Insegnare è sempre stata per me una scelta chiara, senza alternative: non “anche”, non “forse”, ma da sempre. Eppure, anche le convinzioni più forti, a volte, vacillano, e questo mi è successo la prima volta che mi sono trovata a spiegare Luigi Pirandello: avevo 25 anni, una laurea appena conseguita e, senza troppi passaggi intermedi, mi sono ritrovata “catapultata” in una quinta superiore a tre mesi dall’Esame di maturità.
Entravo in classe preparata, con appunti, spiegazioni chiare, esempi studiati e mirati; eppure, uscivo con una sensazione precisa: l’autore non trovava la strada fino agli studenti, che, devo dire, in genere, attenti, ascoltavano, annotavano qualche passaggio, ma restavano distanti. Di conseguenza, Pirandello, invece di accendersi, sembrava spegnersi.
E allora ho iniziato a chiedermi: perché è così difficile?
La risposta, col tempo, è diventata evidente: Pirandello non è difficile da capire perché complicato, ma perché ci toglie il terreno sotto i piedi.
In questo senso, la mia esperienza di insegnamento si è rivelata in linea con quanto emerge anche nel corso triennale di letteratura di Gazich
, pubblicato da Principato, che considero un punto di riferimento perché propone una lettura di Luigi Pirandello che va oltre le interpretazioni tradizionali: non un autore “da comprendere”, ma un autore che sfida il lettore. È proprio questa prospettiva che, nel tempo, ho cercato di portare in aula. In altre parole, tale approccio non solo restituisce la complessità dell’autore, ma offre anche una solida base per una didattica che pone al centro l’esperienza dello studente.
In seguito, ho avuto un’intuizione: “Sono entrata in classe con una maschera”; e ne ho spiegato il significato.
Non è un’immagine teatrale, ma una scena quotidiana, poiché anche la scuola è uno spazio in cui identità diverse si incontrano, si osservano, si costruiscono. In pratica l’insegnante entra con il ruolo di chi deve sapere, guidare, mantenere il controllo, gli studenti arrivano con le loro maschere; c’è chi si nasconde dietro il silenzio, chi dietro l’ironia, chi dietro un’apparente indifferenza.
Detto questo, è difficile non pensare a Luigi Pirandello, che di maschere e identità fragili ha fatto il centro della sua riflessione. E la sua forza, oggi, sta proprio qui: nella capacità di raccontare qualcosa che gli adolescenti vivono ogni giorno, spesso senza avere le parole per dare voce a ciò che sentono e, di conseguenza, far emergere i loro sentimenti.
Ne Il fu Mattia Pascal, il protagonista cerca di liberarsi della propria identità e di ricominciare da zero, abbandonando il nome, il passato e i legami che lo definiscono. All’inizio sembra una liberazione: Mattia assume un’altra vita, sperimenta la libertà assoluta, senza obblighi e senza vincoli, senza le “trappole” della quotidianità. Tuttavia, ben presto scopre che vivere davvero significa anche essere visti e riconosciuti dagli altri: senza uno sguardo che ci confermi chi siamo, la libertà assoluta, senza vincoli, si trasforma in solitudine; il nuovo Mattia scopre che un’esistenza senza sguardi, senza attenzione e senza relazioni, è vuota, disorientante e genera spaesamento. Ne consegue che l’identità non è solo un fatto interiore, ma nasce dal rapporto con chi ci circonda; il riconoscimento sociale, l’essere considerati e ricordati dagli altri, è ciò che rende possibile una vita piena… È una storia lontana nel tempo, ma sorprendentemente vicina all’esperienza di molti ragazzi, che oscillano continuamente tra il desiderio di essere sé stessi e quello di essere accettati. In particolare, leggere insieme ai ragazzi il passo in cui Mattia riflette su questa condizione, quando capisce che la sua fuga non gli permette di costruire una vera vita, permette loro di sentire concretamente il peso dell’identità sociale e, a tal proposito, chiedevo spesso: “Che cosa succederebbe a voi se nessuno sapesse più chi siete? Come vi sentireste?” Le risposte, silenziose all’inizio, diventano poi discussioni animate, confronti di esperienze e riflessioni sulle relazioni con famiglia, amici e comunità. Così, il romanzo smette di essere solo una storia ottocentesca, e diventa una lezione viva sulla costruzione dell’identità, sulla necessità di riconoscimento e sulla complessità della libertà.
Cambiare, reinventarsi, mostrarsi diversi a seconda del contesto: non è forse ciò che accade ogni giorno anche tra i banchi?
Ancora più esplicito è Uno, nessuno e centomila, dove la scoperta di non essere “uno” ma “centomila” agli occhi degli altri diventa una crisi profonda. Quando l’ho proposto in classe, ho attirato l’attenzione parlando subito del punto in cui tutto si inceppa: il protagonista Vitangelo Moscarda, a partire da un dettaglio banale, il naso che pende a destra, scopre di non essere “uno”, ma “centomila” agli occhi degli altri, cioè a seconda di come ognuno lo vede. In questo romanzo tutto nasce da un dettaglio banale: un naso leggermente storto. Ma da lì il protagonista precipita in una crisi totale, perché scopre di non essere “uno”, ma tanti quanti sono gli sguardi degli altri. È un’idea potentissima, ma destabilizzante: significa accettare che non esiste una versione definitiva di noi stessi.
A questo riguardo, ritengo importante sottolineare che non si tratta di un passaggio difficile da spiegare; al contrario, è un momento delicato da accogliere, perché tocca tutti noi: non siamo mai esattamente come pensiamo di essere.
Vitangelo Moscarda, in questo senso, si rende conto che l’immagine che ha di sé non coincide con quella che gli altri gli attribuiscono; discrepanza che crea una distanza profonda, che lo destabilizza e mette in discussione ogni certezza su chi sia davvero. A questo punto, mi confrontavo con gli alunni proponendo una metafora per capire Moscarda: immaginate di guardarvi allo specchio e di vedere non solo il vostro volto, ma anche tutte le versioni che gli altri hanno di voi. Proprio così si sente Vitangelo: ogni certezza vacilla e ogni sicurezza sembra fragile, perché il sé che vive e il sé che gli altri percepiscono non coincidono, lasciandolo sospeso tra ciò che è e ciò che appare agli altri.
Non si tratta solo di letteratura: nella mia esperienza di insegnante, e molti colleghi lo confermerebbero, vedo spesso lo stesso fenomeno accadere in classe e nella vita di tutti i giorni. Ricordo un episodio con una ragazza molto timida: in silenzio, seguiva la lezione e partecipava poco, ma quando chiesi al gruppo un parere sul romanzo, tutti si voltarono verso di lei, perché aveva individuato uno spunto determinante, sorprendendola. In quel momento realizzò di essere stata notata, e improvvisamente si sentì al centro, mentre fino a un attimo prima credeva di essere invisibile. Questo è esattamente ciò che vive Moscarda: la discrepanza tra il sé percepito e quello osservato dagli altri.
La letteratura, in questo senso, consegna agli alunni una lente per comprendere la realtà: Moscarda ci insegna che la percezione di noi stessi e quella che gli altri hanno di noi non sempre coincidono, e che comprendere questo conflitto può aiutarci a leggere meglio le relazioni e la vita quotidiana. È un modo per far riflettere gli studenti sulle proprie emozioni, sulle proprie paure, ma anche sulle proprie potenzialità invisibili, che a volte gli altri colgono prima di noi stessi.
Pirandello ci ricorda così che l’identità non è mai statica: è sempre in relazione, in dialogo con chi ci circonda e con il mondo che ci osserva.
Infine, con Sei personaggi in cerca d’autore lo scrittore ci mostra protagonisti che non sono persone “reali”, ma figure incomplete, sospese, in cerca di qualcuno che dia loro forma e significato. Sul palco il confine tra realtà e finzione diventa labile: ciò che vediamo sembra insieme vero e inventato, e ci invita a riflettere su cosa significhi davvero esistere. Allo stesso modo, gli adolescenti attraversano una fase di crescita e scoperta: stanno cercando di capire chi sono e chi vogliono diventare, ancora incerti tra la propria identità e l’immagine che gli altri hanno di loro.
Per concludere, ne “Il fu Mattia Pascal”, il tentativo di cambiare identità non porta alla libertà, ma a un vuoto ancora più grande e in “Sei personaggi in cerca d’autore”, il confine tra realtà e finzione si rompe completamente, lasciando lo spettatore (e lo studente) senza punti fermi.
Portare questi testi in classe significa andare oltre la spiegazione tradizionale; non si tratta, quindi, solo di analizzare la trama o individuare le figure retoriche, ma di creare un ponte tra pagina e vissuto. Una semplice domanda può bastare: “Vi comportate allo stesso modo con tutti?”. Le risposte arrivano quasi sempre immediate, spesso accompagnate da sorrisi o esitazioni. È in quel momento che Pirandello smette di essere un autore da studiare per l’interrogazione e diventa uno strumento per leggere la realtà.
Anche il ruolo dell’insegnante, in questo contesto, cambia inevitabilmente. La “maschera” iniziale – quella della sicurezza e del controllo – può lasciare spazio a una presenza più autentica, capace di accogliere dubbi e contraddizioni. Non si tratta di rinunciare al proprio ruolo, ma di renderlo più umano, più vicino, perché, se è vero che gli studenti indossano maschere, è altrettanto vero che sono estremamente sensibili nel riconoscere quando chi hanno davanti è reale.
Entrando in classe “con una maschera”, gli studenti possono intravedere, anche solo per un attimo, ciò che si nasconde dietro il ruolo: non un personaggio, ma una persona. E lo stesso avviene per chi ascolta, che si trova chiamato a guardare oltre le apparenze, a riconoscere l’altro nella sua complessità.
Capire Luigi Pirandello non è difficile perché “complicato” in senso tecnico, ma perché mette in crisi qualcosa di molto più profondo: il nostro bisogno di certezze.
Pirandello non racconta storie lineari in cui c’è un giusto e uno sbagliato. Fa esattamente il contrario: smonta le certezze. Nei suoi testi, la verità non è mai una sola, l’identità non è mai stabile, e ciò che vediamo dipende sempre da chi guarda. Questo disorienta gli studenti, abituati, anche dalla scuola, a cercare risposte chiare.
Il problema, quindi, non è, come sembrerebbe da un’analisi superficiale, capire la trama, ma si tratta di accettare quello che Pirandello ci sta dicendo.
Gli studenti fanno fatica a comprenderlo, rimangono destabilizzati, spesso si bloccano per tre motivi: cercano “la risposta giusta”, ma Pirandello non la dà, si aspettano personaggi coerenti, ma lui li rende contraddittori, vedono testi lontani, senza collegarli alla loro esperienza.
Proprio partendo da questo, a mio parere, se Pirandello resta astratto, diventa incomprensibile, se invece diventa esperienza, cambia tutto. Come catturare, allora, da subito l’attenzione? La chiave è una: non partire da Pirandello, ma da loro.
Così ho deciso di cambiare impostazione didattica.
Un giorno sono entrata in classe senza iniziare da Pirandello. Ho fatto una domanda:
“Vi comportate allo stesso modo con tutti?”
All’inizio silenzio. Poi qualche sorriso. Poi le risposte.
“Dipende…”, “Con i prof no…”, “Con gli amici sono più spontaneo, mi lascio andare e parlo in modo più libero e naturale…” “Con i genitori sono in genere più prudente e controllato rispetto a quando sono con gli amici…”
In termini concreti, invece di iniziare con biografia o spiegazione, entravo in classe con una provocazione: “Vi comportate allo stesso modo con tutti?”, “Avete mai avuto la sensazione di essere diversi a seconda di chi vi guarda?”, “Sui social siete davvero voi stessi?”
Nel giro di pochi minuti, la classe si attiva. Ridono, si riconoscono, iniziano a parlare.
E a quel punto potevo dire:
“Quello che avete appena descritto… lo ha scritto Pirandello più di cento anni fa.” Ecco la scelta fatta nei miei trascorsi di insegnante: rendere vivi i testi con esempi concreti ed attuali, poi spiegare la poetica dell’autore.
Ultimamente, “Uno, nessuno e centomila” lo collegavo ai social: “Quante versioni di voi esistono online?”
Il fu Mattia Pascal lo rendevo attuale con il desiderio di cambiare vita: “Se poteste sparire e ricominciare, lo fareste davvero?”
Sei personaggi in cerca d’autore lo avvicinavo al momento in cui ci si trova alla ricerca di sé stessi: “Vi sentite mai incompleti o non capiti?”
Quando lo studente si riconosce, la difficoltà sparisce. Non sta più studiando: sta capendo. Qual è allora il punto decisivo? Pirandello funziona quando smette di essere spiegato e inizia a essere vissuto.
Se lo presenti come autore “difficile”, lo diventa, se lo presenti come qualcuno che parla di loro, succede qualcosa di diverso: attenzione, partecipazione, perfino coinvolgimento emotivo.
Perché, in fondo, Pirandello non chiede agli studenti di imparare qualcosa: chiede loro di mettersi in discussione.
Ed è proprio questo che lo rende così potente – e, all’inizio, così difficile. E forse è proprio questo il punto:
Pirandello resta un autore difficile, sì. Ma non perché non si capisca, perché ci riguarda troppo.
E quando gli studenti lo assimilano davvero, non stanno solo studiando letteratura. Stanno iniziando, in qualche modo, a capire sé stessi.
In fondo, Pirandello non è difficile perché oscuro, ma perché ci sfida a guardare dentro noi stessi e a riconoscere le infinite versioni che esistono dentro e fuori di noi, e questo è esattamente ciò che ho sempre cercato di far vivere ai miei studenti ogni giorno.









