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OPINIONI

Una scuola che non boccia è una scuola marcia e vuole il male delle generazioni successive

Lo psichiatra Paolo Crepet avverte insegnanti e genitori circa i pericoli di una scuola troppo buonista che non boccia e che tollera troppo, e di una società che vuole proteggere eccessivamente i ragazzi. Le riflessioni che ci pone sono molto incisive e non risparmiano nessuna figura educativa.

“Una scuola che non boccia è una scuola marcia”: parole molto difficili quelle di Crepet, che sostiene che una società che agisce in questo modo vuole il male della generazione successiva. Inoltre sostiene che uno dei mali più grandi è che studiare e impegnarsi siano diventati la vera trasgressione, in questa società: lascerebbe intendere, quindi, che i valori contemporanei ormai sono altri e non hanno nulla a che fare con l’impegno, il duro lavoro e soprattutto lo studio. 

Lo studio, infatti, secondo lo psichiatraè stato sacrificato. Ci sono professori che affermano che sia necessario non dare libri troppo lunghi da leggere ai ragazzi. Crepet sostiene che un’affermazione del genere sia lesiva nei confronti di questi ultimi, invece di essere un beneficio, perché ritenere che un libro sia troppo lungo per dei ragazzi significa già squalificarli in partenza e ritenere che non siano in grado di fare qualcosa, “vuol dire che abbiamo già detto ai nostri figli che non ce la faranno mai”. Anche la mancanza di fiducia nei giovani non può che nuocere: non spinge all’autonomia e non promuove l’autostima.

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Bocciare chi non si impegna è fondamentale perché la vita stessa è fatta di momenti di arresto e sconforto, di sconfitte e di ripartenze: evitare queste frustrazioni ai ragazzi serve solo a ritardare il momento in cui ne incontreranno delle altre, da grandi, e a quel punto non avranno gli strumenti per affrontarle perché non avranno mai dovuto combattere.

Una scuola che “patteggia” e che non fa comprendere ai ragazzi le conseguenze delle loro azioni o del loro scarso impegno, afferma lo psichiatra, non può fare altro che danneggiare le generazioni più giovani.

Dei ragazzi che non si interfacciano con le delusioni della vita, ai quali i dolori vengono sempre risparmiati ed evitati dagli adulti che li crescono, e costruiscono per loro un ambiente privo di rischi, non saranno mai adulti in grado di prendere in mano la propria vita. Come esempio iperbolico lo psichiatra cita anche le scuole dell’infanzia con i pavimenti antitrauma: si fa di tutto per evitare che i bambini si facciano dei bernoccoli, quando invece i bernoccoli da bambini sono ciò che ti fa diventare un adulto prudente e responsabile nei confronti del pericolo.

Un altro problema fondamentale della scuola è l’utilizzo troppo intenso degli strumenti tecnologici nell’educazione e il lasciare ai dispositivi elettronici il compito di educare e intrattenere i bambini e i ragazzi. Secondo lo psichiatra, la sovraesposizione alla tecnologia rischia di compromettere il fluido accrescimento delle capacità artistiche, manuali, della creatività, ma soprattutto rischia di sviluppare una sempre più carente autonomia e una dipendenza sempre più grande da questi strumenti.

“Il buon senso ci dice che abbiamo bisogno di ragazzi e ragazze che crescano consapevoli, autonomi, forti, creativi, sognatori”. Crepet cita l’esempio della rinascita dell’Emilia Romagna come modello di comunità che ha fatto impresa e nella quale i suoi membri si sono uniti con un sogno comune, quello di ricostruire il territorio è la società. Un modello simile a quello del Dopoguerra italiano, che ha significato rinascita, unione, coesione e trasmissioni di valori.

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