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Il 44,2% degli studenti con disabilità abbandona gli studi. L’Eurostat ci dice che l’inclusione non funziona

Da anni si parla di inclusione scolastica, una questione che riguarda non soltanto gli studenti con disabilità ma l’intero gruppo classe. Un ambiente davvero inclusivo è un diritto di chi presenta bisogni educativi speciali, certo, ma rappresenta anche un’occasione di crescita per tutti.

Eppure, malgrado gli sforzi compiuti fino a qui, i dati europei raccontano una realtà ancora lontana da una piena uguaglianza formativa. Secondo l’ultimo rapporto Eurostat link esterno, infatti, ancora oggiil 44,2% di studenti con disabilità abbandona gli studi: un dato preoccupante, ma non l’unico.

I dati

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Partiamo proprio da una delle questioni più preoccupanti che interessano il percorso degli studenti europei: l’abbandono scolastico precoce. La media UE, rileva il rapporto, è dell’8% per gli studenti senza disabilità, ma sale al 17,1% per chi presenta una disabilità moderata e arriva al 44.2% per gli studenti con disabilità grave. Si tratta di un divario enorme che esprime un problema con cause complesse, fra cui la scuola e la famiglia, ma anche le dinamiche sociali e gli effettivi investimenti da parte della politica.

La situazione non migliora se prendiamo in considerazione il gender gap: in Europa abbandonano gli studi il 38,3% delle studentesse con disabilità ma il 49,4% degli studenti con disabilità.

Dati simili si ottengono se si considera la percentuale di NEET, ossia i giovani fra 15 e 29 anni che non studiano e non lavorano. La media europea è intorno al 10% per quanto riguarda i giovani senza disabilità ma, come ci si può attendere, sale al 18% per chi ha una disabilità moderata e arriva al 54,7% per i giovani con disabilità grave. Un dato ancora più preoccupante.

Il gap

Il divario non riguarda soltanto il tasso di abbandono scolastico o le percentuali di NEET ma, come accennato nel paragrafo precedente, è la manifestazione di un problema complesso e sistemico.

In Europa, il 45,9% dei giovani senza disabilità possiede un titolo di istruzione terziaria, come la laurea, contro il 30,1% dei giovani con disabilità moderata e il 21% di chi presenta una disabilità grave. Anche in questo caso, poi, esiste un gender gap secondo cui le giovani donne con disabilità conseguono più spesso un titolo terziario rispetto agli uomini.

Se nelle rilevazioni su abbandono e NEET si trova pienamente all’interno della media europea, in questo caso l’Italia risiede nella parte bassa della classifica. Sui dati pesa ovviamente il crollo del rendimento dopo la primaria, su cui si innestano le problematiche a cui gli studenti con disabilità vanno incontro.

La differenza è abbastanza allarmante: ci sono Paesi come l’Irlanda in cui il tasso di laureati con disabilità è del 50%, e Paesi come il nostro in cui la percentuale si ferma al 17,5%. Un valore misero per un’istruzione che fa dell’inclusione uno dei suoi capisaldi, e che riflette un problema strutturale dell’intero sistema educativo.

Inclusione e formazione

Il Rapporto Eurostat analizza anche i dati relativi alla formazione continua, da cui è possibile ricavare l’ultimo tassello di un quadro preoccupante. In Europa, infatti, nella fascia di età fra 25 e 64 anni, prende parte ad attività formative il 15,4% degli individui, contro il 13,8 di chi presenta disabilità moderate e il 6,4% di chi presenta una disabilità grave.

Come si vede, il divario non riguarda poche statistiche o singoli episodi, o ancora singoli stati: è radicato nel sistema educativo europeo nel suo complesso. Le percentuali di abbandono scolastico e numero di NEET, accesso all’università e formazione continua mostrano gli ostacoli a cui vanno incontro le persone con disabilità. E in un mondo in cui si parla spesso di inclusione, ciò è inaccettabile.

Proprio per questa ragione, è di vitale importanza investire nei percorsi scolastici sin dall’infanzia e ancora prima. Se infatti è ormai riconosciuto dappertutto che uno studente con disabilità non è uno studente di serie B, diventa necessario implementare iniziative concrete che sappiano dare corpo a questa consapevolezza. E la scuola non è infatti un attore secondario del cambiamento, ma uno dei principali motori da cui il cambiamento può partire e, al tempo stesso, diventare finalmente sistema.

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