Negli ultimi anni il tema delle soft skills è entrato stabilmente nel dibattito educativo. Sempre più insegnanti e famiglie avvertono la necessità di affiancare agli apprendimenti disciplinari lo sviluppo delle competenze emotive e relazionali, riconoscendole come una componente essenziale della crescita personale dei ragazzi. Non si tratta di una nuova moda pedagogica, ma della presa di coscienza di un cambiamento profondo nel modo in cui bambini e adolescenti vivono le relazioni, apprendono e costruiscono la propria identità.
Le riflessioni dello psicopedagogista Stefano Rossi, intervistato da ilpiacerediapprendere.it
, aiutano a riportare il tema su un piano concreto e comprensibile. Al centro non ci sono etichette educative né teorie astratte, ma un’idea semplice e allo stesso tempo impegnativa. Le competenze emotive nascono dall’esperienza reale e dalle relazioni vissute ogni giorno.
Le relazioni generano soft skills
Empatia, ascolto e collaborazione non si apprendono attraverso spiegazioni teoriche. Prendono forma quando i ragazzi vivono situazioni autentiche di incontro, confronto e cooperazione.
«Per allenare le soft skills serve un’esperienza sociale. Servono esperienze occhi negli occhi». È nella relazione diretta che si attivano i processi cognitivi ed emotivi che permettono ai ragazzi di sviluppare autocontrollo, empatia e capacità di cooperazione.
Questa prospettiva invita a osservare con maggiore attenzione il contesto in cui crescono oggi molti adolescenti, sempre più immersi in relazioni digitali che riducono le occasioni di confronto diretto. Quando il rapporto con il reale si indebolisce, anche le competenze relazionali faticano a svilupparsi. Il fenomeno degli hikikomori rappresenta una manifestazione evidente di questa distanza crescente dal mondo.
Restituire centralità all’esperienza condivisa diventa quindi una scelta educativa concreta. In classe significa creare momenti di lavoro cooperativo nei quali gli studenti pensano insieme, affrontano problemi comuni e imparano a prendere decisioni collettive. «Si pensa insieme, si crea insieme, si affrontano problemi insieme», ricorda Rossi, indicando una pratica quotidiana più che un progetto straordinario.
Questi temi saranno al centro anche del suo intervento a EducAbility 2026, il Convegno Nazionale del Gruppo Editoriale ELi dedicato alla didattica cooperativa e alle competenze non cognitive, in programma il 16 aprile a Bari e online. Rossi presenterà strumenti concreti del Metodo Rossi per trasformare la classe in una comunità collaborativa capace di unire apprendimento, educazione emotiva e sviluppo delle soft skills.
Questa prospettiva educativa, che mette al centro la relazione e l’esperienza condivisa, non si esaurisce però nello spazio scolastico né nella formazione degli insegnanti, ma richiama inevitabilmente anche il ruolo della famiglia, dove il bisogno più urgente non è aggiungere stimoli digitali ma recuperare tempo reale e presenza reciproca.
Stare in relazione
Quando si parla di life skills o soft skills il rischio è perdersi nelle definizioni. In realtà ciò che conta riguarda competenze profondamente umane, legate al modo in cui una persona pensa, sente e si relaziona.
Educare significa accompagnare i ragazzi a sviluppare autonomia di pensiero, riconoscere le proprie emozioni e comprendere quelle degli altri. «Le capacità per la vita riguardano il pensiero, il sentire e la dimensione relazionale», afferma Rossi, sintetizzando un equilibrio che tiene insieme mente e cuore.
Da questa visione nasce un’idea di intelligenza più ampia, capace di integrare ragione ed emozione. «Pensare, sentire e agire con l’intelligenza del cuore» diventa la condizione per relazioni più consapevoli e per una crescita autentica.
C’è un bisogno di fiducia
Molti comportamenti difficili cambiano significato quando vengono letti da una prospettiva relazionale. L’opposizione non coincide necessariamente con una sfida all’autorità, ma spesso esprime una richiesta di attenzione e sicurezza.
«Il loro urlo è un grido di aiuto. Non testano la nostra autorità ma la verità del nostro amore».
Quando la fiducia negli adulti è stata ferita, i ragazzi costruiscono difese e assumono atteggiamenti di controllo, come se dovessero proteggersi da nuove delusioni. In molti casi finiscono per assumere un ruolo adulto prematuro, cercando di sostituire quella sicurezza che non hanno trovato negli adulti di riferimento. In queste situazioni la priorità non diventa irrigidire le regole, ma costruire una relazione affidabile.
L’immagine del “porto sicuro” descrive bene questo equilibrio. Le regole restano importanti, ma acquistano senso solo quando vengono percepite come espressione di cura. «Prima delle regole dobbiamo creare un legame affettivo», ricorda Rossi, indicando una direzione educativa che unisce autorevolezza e vicinanza emotiva.
Dentro una relazione stabile anche le attività cooperative diventano occasioni di riscatto, perché permettono ai ragazzi di sentirsi parte attiva del gruppo e di riscoprire le proprie capacità.
Calma e fermezza
Davanti ai comportamenti problematici gli adulti oscillano spesso tra rigidità e permissività. Entrambe le reazioni nascono dall’impulso del momento e raramente aiutano davvero.
L’alternativa consiste in una presenza ferma ma non reattiva, capace di contenere senza alimentare il conflitto. «I ragazzi hanno diritto a essere arrabbiati, ma non hanno diritto a essere violenti». Il limite viene posto con chiarezza, senza trasformarsi in scontro.
Anche il tono della voce assume un ruolo educativo fondamentale perché comunica sicurezza prima ancora delle parole. «Ti vedo molto arrabbiato. Hai diritto a esserlo, ma non a essere violento. Cosa c’è dentro la tua rabbia?».
Quando un ragazzo si sente riconosciuto, l’emozione smette lentamente di essere solo esplosione e diventa qualcosa che può essere compreso e nominato.
Senti il tuo sentire
Le competenze emotive diventano decisive anche nel momento delle scelte future. Ragionare in termini di pro e contro aiuta a chiarire molti aspetti, ma spesso non basta per orientarsi davvero.
«Quando decidiamo solo con la testa abbiamo la percezione che qualcosa sfugga all’equazione. Quella cosa è il cuore».
Accanto alla razionalità esiste una dimensione più profonda, legata a ciò che accende interesse e desiderio, spesso in modo inatteso durante un incontro, una lezione o un’esperienza che risuona interiormente. Richiamando il pensiero di James Hillman emerge l’idea di una voce interiore che guida le inclinazioni personali e che si manifesta attraverso il sentire.
«Impara a sentire il tuo sentire» diventa allora un invito educativo essenziale, perché riconoscere ciò che entusiasma permette ai ragazzi di costruire un percorso autentico, non semplicemente adattato alle aspettative esterne.
Le riflessioni di Rossi riportano l’educazione alla sua dimensione più concreta. Le competenze emotive non rappresentano un’aggiunta alla didattica, ma il terreno su cui si costruiscono apprendimento, relazioni e orientamento.
Empatia, collaborazione e consapevolezza crescono dentro esperienze condivise e relazioni affidabili. In un tempo segnato da connessioni continue ma spesso superficiali, scuola e famiglia condividono la stessa responsabilità. Offrire presenza adulta, stabilità emotiva e occasioni reali di incontro diventa oggi una scelta educativa decisiva.
Educare significa accompagnare i ragazzi a stare nel mondo con lucidità e fiducia, aiutandoli a riconoscere ciò che pensano, ciò che provano e ciò che li orienta davvero.









