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Vocabolario, questo sconosciuto

Il vocabolario è uno strumento essenziale per comprendere la lingua italiana e le sue sfumature. Eppure, per molti studenti oggi rappresenta un oggetto misterioso: lento, voluminoso, apparentemente inutile. D’altronde, per conoscere il significato delle parole basta andare sul web, no?

Ecco, non proprio, e a lanciare l’allarme sono alcuni studiosi dell’Accademia della Crusca e della Treccani, che all’agenzia di stampa Adnkronos link esterno hanno espresso i loro timori. Secondo gli esperti, infatti, affidarsi soltanto a Internet non è una scelta saggia ma, al contrario, comporta un impoverimento dei nostri meccanismi mentali. E non solo.

Internet o vocabolario, cosa è meglio?

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Il vocabolario cartaceo è stato un compagno nell’apprendimento e nell’esercizio della lingua per decenni, e non soltanto degli studenti. Si tratta di uno strumento che non serve soltanto a capire il significato di un termine, ma anche ad approfondire la sua origine, i termini simili, i sinonimi.

Oggi però il mondo è cambiato, e la velocità della ricerca online vince su tutto, come ricorda il presidente onorario dell’Accademia della Crusca e docente universitario Claudio Marazzini. Secondo il professor Marazzini, insomma, cercare online comporta il rischio di perdere l’abitudine all’alfabeto:

Già ora molti ragazzi non sono in grado di recitare l’alfabeto dalla A alla Z, e chi non conosce bene l’alfabeto non troverà le parole in un vocabolario di carta. Poi c’è anche la presunzione di chi pensa di non aver bisogno del vocabolario, perché crede di conoscere perfettamente la lingua italiana in tutte le sue sfumature.

Inoltre, cercare un termine in un vocabolario cartaceo mette in moto processi cognitivi che legano alla ricerca anche la scoperta dei significati delle parole. Il punto non è demonizzare il web, ma ricordare quali sono le sue potenzialità e i suoi limiti, evitando di dimenticare limiti e potenzialità di un vocabolario.

si è aperto un baratro

Fa eco a Claudio Marazzini Valeria Della Valle, linguista e scrittrice che si occupa anche dei dizionari editi da Treccani. Secondo l’esperta i giovani hanno poca dimestichezza con i vocabolari, realizzati per un’epoca e per persone con caratteristiche molto diverse da quelle di oggi. Queste le sue parole:

Noi adulti siamo cresciuti con l’aiuto del vocabolario a casa e a scuola, mentre tra le nuove generazioni e il vocabolario si è aperto un solco, direi quasi un baratro. Secondo alcuni studi scientifici i vocabolari non sono fatti per i ragazzi: sono difficili da consultare per gli studenti sotto i 14 anni ma anche per quelli più grandi.

Insomma, i dizionari sarebbero pensati per quello che oggi potremmo definire un pubblico colto, per lo meno per gli standard odierni. Diventa quindi necessario andare incontro alle nuove generazioni con vocabolari che sappiano abbandonare il lessico desueto e parlare una lingua nuova, con uno stile più narrativo e accessibile. Ma basta questo?

Indicazioni nazionali sì o no?

Nel dibattito si inseriscono anche le indicazioni nazionali per l’infanzia e il primo ciclo link esterno, alle quali ha contribuito anche il professor Marazzini. Come abbiamo sottolineato di recente, le intenzioni del Ministero sono chiare: ortografia e scrittura manuale sono importanti, al pari della capacità di sintesi e della memoria. Si tratta di competenze che oggi si stanno perdendo a favore delle ricerca veloce online, uno strumento utile ma limitato, del quale non si dovrebbe abusare.

Le nuove indicazioni riconoscono l’importanza dell’educazione linguistica, anche tramite l’uso corretto del dizionario. Ma questo approccio necessita anche di altri processi: il rinnovamento dei vocabolari, per esempio, di cui ha parlato Della Valle, insieme ad un approccio ragionato alle nuove tecnologie.

Non ha senso puntare tutto sulla didattica tradizionale, insomma, se allo stesso tempo le nuove tecnologie permettono di ottenere tutto senza davvero comprendere nulla. Dizionario o meno.

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