Free cookie consent management tool by TermsFeed Generator
La rivista per la scuola e per la didattica
OPINIONI

Insegnare potrebbe essere uno dei lavori più complicati al mondo

“Insegnare è facile: basta spiegare bene.” È una frase che tutti abbiamo sentito almeno una volta, forse l’abbiamo anche pensata. Ma se fosse davvero così semplice, perché così tanti studenti smettono di ascoltare, di capire, di credere in quello che fanno? E perché così tanti insegnanti, dopo anni, si sentono svuotati più che realizzati?

La verità scomoda è che insegnare non è mai stato solo una questione di contenuti; è un lavoro fatto di equilibri fragili, di relazioni imprevedibili, di aggiustamenti silenziosi e continui tra ciò che vorresti trasmettere e ciò che, dall’altra parte, qualcuno è disposto a ricevere. In sintesi, un impegno continuo che non tutti sono pronti a riconoscere.

Allora, per quanto mi riguarda, la domanda è inevitabile ma necessaria: insegnare è davvero semplice… o ci rifiutiamo di guardare in faccia la realtà? Per rispondere a questo interrogativo, ritengo sia innegabile che la questione parte da false convinzioni che sono profondamente radicate nella società, alimentate da chi parla di insegnamento con superficialità, senza averne alcuna reale esperienza; e proprio per questo sono così difficili da mettere in discussione e sfatare.

Anno scolastico 2025/26

Adotti un nuovo sussidiario?

Con i nuovi corsi del primo e secondo ciclo per la scuola primaria del Gruppo Editoriale ELi hai un vero e proprio Kit docente in esclusiva per te

kit docente 2024

Prima di tutto, c’è l’illusione della semplicità apparente. Guardando un insegnante in aula, chiunque può pensare: “Basta spiegare, ed è fatto.” Ma ciò che appare naturale e immediato è tutt’altro che spontaneo: è frutto di anni di esperienza, di osservazione costante, di decisioni prese in frazioni di secondo. In altre parole, l’insegnamento non avviene da sé: ogni parola, ogni pausa, ogni gesto ha un peso che solo chi è dentro la classe conosce davvero.

Poi c’è la riduzione del lavoro esclusivamente alla sua parte visibile, poiché per chi osserva dall’esterno insegnare sembra soltanto “stare in piedi o seduto alla cattedra e spiegare”; ma nel concreto, ciò che non si vede, ciò che non appare nei registri, nelle unità di apprendimento o nelle valutazioni, è il momento in cui scegli di fermarti su un concetto, perché percepisci che qualcosa non è chiaro, oppure quando cambi metodo all’istante, perché ti rendi conto che la strada prevista non funziona; o scegli di non interrogare uno studente, intuendo che quel giorno non sarebbe in grado di dare il meglio. Tutto questo, infatti, si affina davvero solo se ami fino in fondo il tuo lavoro e senti che queste scelte richiedono responsabilità, perché ogni decisione, anche la più piccola, può avere un effetto su qualcuno: non sempre visibile, non sempre immediato, ma comunque impattante.

Un altro fattore è che insegnare non produce risultati immediati e quantificabili. Per semplificare, in molti lavori puoi mostrare numeri, obiettivi raggiunti, prodotti finiti, mentre nell’insegnamento gli effetti sono lenti, latenti, a volte si concretizzano anni dopo. A mio parere, una delle contraddizioni più profonde dell’insegnamento è proprio questa: lavori ogni giorno senza avere la certezza dei risultati. In molti mestieri puoi misurare ciò che produci, qui no, perché semini senza sapere quando, o se, qualcosa crescerà. E questo richiede una forma di fiducia particolare, ma anche una certa capacità di convivere con il dubbio.

Ho fatto abbastanza? Non riguarda solo le lezioni, ma le persone. Ti chiedi se hai colto i segnali, se hai dato spazio a chi ne aveva bisogno, se hai insistito quando serviva o, al contrario, se sei stato troppo insistente o non hai rispettato i tempi di ciascuno. Sono interrogativi che non si esauriscono con la fine dell’orario scolastico, anzi, ti seguono a casa, nei momenti di silenzio, nei ricordi che riaffiorano anche a distanza di anni.

C’è, inoltre, una componente culturale: l’idea che “se sai una cosa, puoi insegnarla”, dimenticando che conoscere un argomento e saperlo trasmettere sono competenze completamente diverse. In altre parole, insegnare richiede empatia, comunicazione, capacità di cogliere le esigenze degli studenti, non solo padronanza dei contenuti.

Il risultato è una triste sottovalutazione: si vede la superficie e si ignora la complessità; in pratica proprio questa distanza tra percezione e realtà rende l’insegnamento uno dei lavori più fraintesi che esistano.

Per essere più chiara, negli ultimi anni non è l’istituzione a essere cambiata: siamo noi che abbiamo accettato di trasformarla in qualcos’altro: un luogo che deve funzionare, produrre risultati, dimostrare efficienza. E nel frattempo abbiamo fatto finta di non vedere ciò che si perdeva. A tutto ciò si aggiungono le contraddizioni quotidiane: progetti, in genere, privi di reale coerenza, docenti costretti a confrontarsi con genitori sempre più pervasivi, dirigenti scolastici inclini a non sostenere i propri insegnanti pur di evitare attriti con le famiglie. Questa, in larga misura, è la scuola di oggi.

Allora la domanda diventa più scomoda: insegnare è cambiato… o abbiamo abbassato l’asticella di ciò che siamo disposti a considerare davvero istruzione? Forse il problema non è che tutto sia diventato più difficile, ma che abbiamo accettato troppo, al punto che la scuola sembra aver perso parte del suo cuore. Tra progetti esterni, moduli standardizzati, verifiche continue e obiettivi burocratici, lo spazio per l’incontro autentico si riduce al minimo: lì dove nasce la relazione educativa e si trasmette la cultura vera, fatta di conoscenze capaci di guidare la vita, non solo di superare compiti in classe e interrogazioni. Questo scenario rende chiaro perché gli insegnanti vivano un profondo disagio: affrontano classi numerose e diversificate, richieste formali incessanti e la pressione di creare ogni giorno un ambiente sicuro e stimolante. Con ritmi di apprendimento diversi, background culturali variegati e situazioni familiari complesse, il timore di sbagliare o di non avere strumenti adeguati diventa un fardello quotidiano, aumentando stress e rischio di burnout.

Per quanto mi riguarda, ho sempre amato questo lavoro e lo sento parte di me ancora oggi che sono in pensione. Non è un discorso autoreferenziale: è la consapevolezza di cosa significhi guidare e accompagnare i ragazzi nel loro percorso, quando in classe nasce il senso dell’istruzione; non nei percorsi segnati né nelle verifiche, ma nelle connessioni invisibili che si costruiscono tra chi insegna e chi apprende, dove nascono fiducia, curiosità e comprensione.

Proprio perché ho conosciuto quell’ambiente, oggi sento quanto siamo lontani da ciò che l’insegnamento dovrebbe essere. Non è rimpianto: è rabbia silenziosa per tutto ciò che abbiamo lasciato perdere. Gli studenti arrivano segnati da ansie e pressioni, le regole e la burocrazia hanno preso il posto del dialogo, e noi facciamo finta che basti compilare moduli e schede di valutazione per “trasmettere conoscenze”.

Eppure, nonostante tutto, ho sempre amato e sento profondamente mio questo “cammino del cuore”. Amo veder nascere nei ragazzi una comprensione improvvisa, un sorriso che illumina la fatica, un’emozione che si trasforma in coraggio. Amavo l’infinita varietà di mondi che portavo in aula ogni giorno, le storie che mi attraversavano, le domande che mi sorprendevano, le piccole vittorie invisibili che si compivano davanti ai miei occhi.

Ritengo così fondamentale sottolineare che non sono le spiegazioni perfette o i percorsi portati a termine a lasciare il segno, ma quei momenti in cui i ragazzi trovano parole per dire ciò che provano, quando le emozioni vengono accolte e comprese. Momenti, infine, in cui l’insegnante diventa testimone della loro vita interiore, senza sostituirsi a essa, senza imporsi.

Con rammarico, so anche che troppi insegnanti scelgono questa professione per ripiego, perché non hanno trovato altro. Si vede: nella scuola, il tempo e l’attenzione che meriterebbe la relazione con gli studenti vengono spesso sacrificati, mentre la didattica rischia di diventare un lavoro di routine, senza passione, senza cuore. È doloroso vedere che molti non percepiscono l’enorme responsabilità e il privilegio che comporta insegnare.

Per quanto mi è stato possibile, sono rimasta, perché credo che l’incontro autentico con gli studenti, anche nelle giornate più stanche, sia la cosa più preziosa che possiamo offrire. È la ragione per cui ho sempre continuato ad entrare in aula con la stessa curiosità di sempre, pronta ad ascoltare, accogliere e, perché no, sorprendere, svelando quanto la cultura, nel mio caso la letteratura, sia essenziale: apre orizzonti, accende la curiosità, nutre la mente, sviluppa il pensiero critico, offre strumenti concreti per affrontare la vita con consapevolezza.

La scuola, in conclusione, per me, resta e rimarrà un luogo di miracoli quotidiani e un dono che rimane, poiché ogni volta che un ragazzo trova la propria voce, ogni volta che il silenzio si trasforma in dialogo, la scuola è, e lo sottolineo, vita. Il lavoro, inoltre, continua anche fuori dall’aula, perché ciò che accade dentro non finisce davvero con la campanella.

Per chiudere, mi preme lasciare una provocazione: “Se insegnare è davvero così semplice, perché è uno dei pochi lavori che continua a seguirti anche quando smetti di farlo?”

Non ho una risposta definitiva, ma dopo decenni in aula, una certezza sì: se bastassero algoritmi, registri digitali e procedure standard, allora insegnare sarebbe già stato sostituito. E invece no. Perché seminare conoscenza e mettere in condizione di capire, accendere curiosità, non è eseguire, è esporsi. Non è applicare, è scegliere, ogni giorno, davanti a persone reali.

E allora la domanda resta e incalza: vogliamo davvero una scuola che funzioni perfettamente, o una scuola che sappia ancora lasciare il segno? Perché ciò che manca oggi non è l’efficienza, ma il coraggio di esserci davvero, ciò che resta nei ricordi di chi ha incontrato un insegnante capace non solo di spiegare, ma di accendere qualcosa che nessuna tecnologia potrà mai replicare.

CONDIVIDI L'ARTICOLO

ARGOMENTO

SI È PARLATO DI


Un conto è vietare i social a scuola, un conto è vietarli a casa, gli adulti dovrebbero tornare a fare di nuovo i genitori

vietare i social a scuola

Sempre più spesso si discute di vietare i social ai bambini e agli adolescenti, per mitigare o evitare del tutto gli effetti negativi che l’abuso delle nuove tecnologie ha sulla crescita. Se in Australia il divieto riguarda i minori di 16 anni e in Francia quelli di 15, l’Italia sembra muoversi in ordine sparso, fra disegni di legge bloccati in Parlamento e iniziative locali destinate a far discutere. Il riferimento…

La Storia di Elsa Morante è un libro che, quando entra in classe, cambia l’aria perché non si limita a essere letto, ma chiama in causa chi legge

elsa morante

«Por el analfabeto a quien escribo», ovvero “per l’analfabeta a cui scrivo”. Riprendendo un verso del poeta peruviano César Vallejo, Elsa Morante non dedica soltanto un romanzo: dichiara un destinatario. E forse una sfida. A chi scrive davvero La Storia? E chi è, oggi, “l’analfabeta” a cui quel libro continua a parlare? Non a caso, nell’edizione originale l’autrice volle che già in copertina, sotto una fotografia scattata da Robert Capa…

Che cos’è il design thinking e come funziona se usato nella didattica

design thinking

Il design thinking è una metodologia di lavoro di cui si parla sempre più spesso negli ultimi anni, soprattutto per le sue possibili applicazioni in ambito scolastico. Si tratta, in estrema sintesi, di un approccio che insegna ad affrontare i problemi con la mentalità del progettista, adattandola però ai contesti educativi e ai processi di apprendimento. Come i designer, infatti, anche gli insegnanti smettono di essere semplici trasmettitori di conoscenze…

Dare un tablet a un bambino di un anno è come dargli un po’ di morfina

tablet come morfina

Da anni ormai si parla dell’esposizione precoce dei bambini a schermi e dispositivi elettronici quali smartphone e tablet. Paesi come la Francia hanno già adottato misure restrittive per proteggere i più piccoli e, sebbene in Italia non esistano ancora provvedimenti specifici, il dibattito è oggi più acceso che mai. A richiamare ancora una volta l’attenzione sui possibili effetti di un’esposizione precoce agli schermi è anche lo psichiatra e tossicologo Luigi…

Perché alcuni studenti sono più bravi in matematica? Per la scienza è anche una questione di genetica

bravi in matematica

Ci sono studenti che si trovano a loro agio con la matematica e studenti che, al contrario, faticano a gestire numeri, calcolo mentale, operazioni semplici e complesse. Se per molti il problema riguarda i metodi di insegnamento e la paura di sbagliare, le neuroscienze propongono una lettura diversa. E, per certi versi, rivoluzionaria. Secondo uno studio pubblicato sulla rivista Science Advances , infatti, la dimestichezza con la matematica non dipende…

L’allarme degli insegnanti inglesi: “Gli alunni stanno perdendo la capacità di ragionare a causa dell’intelligenza artificiale”

capacità di ragionare

Da diverso tempo l’intelligenza artificiale è diventata una parte importante della vita quotidiana di studenti e insegnanti. Se quasi il 50% dei docenti usa ChatGPT a supporto della didattica, per il ministro Valditara l’IA migliora gli apprendimenti, quando viene implementata in modo corretto. Il problema è che non tutti i dati sembrano confermare questa prospettiva. Secondo un sondaggio del sindacato britannico National Education Union, infatti, la maggior parte dei docenti…

Scrivere a mano è fondamentale per il pensiero, ma stiamo dimenticando come si fa

Scrivere a mano fondamentale per il pensiero

Da più di quattro decenni la calligrafia non è più una disciplina obbligatoria a scuola, ma una scelta lasciata alla discrezione degli insegnanti. Non stupisce allora che molti abbiano smesso di insegnarla e, d’altronde, perché avrebbero dovuto? In un mondo che correva verso l’informatizzazione, sembrava aver perso il suo senso. Inizia così la riflessione di Marco Belpoliti sul declino della scrittura a mano nella scuola di oggi, che insieme al…

L’allarme dell’Accademia della Crusca: “La lingua italiana è in crisi, fra inglese e nuove abitudini”

italiano in crisi

“Perché si possa parlare di un italiano del futuro bisogna fare qualcosa al più presto”. A pronunciare queste parole è Paolo D’Achille, presidente dell’Accademia della Crusca, in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università di Ferrara. Parole che restituiscono un’istantanea della nostra lingua ma, allo stesso tempo, lanciano un monito da non sottovalutare. Come confermato dalla Crusca , infatti, l’italiano rischia un progressivo ridimensionamento nel prossimo futuro. Se a causare questo fenomeno…

Ogni aggressione a scuola inizia molto prima dell’aggressione

aggressione a scuola

Negli ultimi anni sono diventate sempre più frequenti le aggressioni degli studenti ai danni degli insegnanti. Lungi dal trattarsi di semplici intemperanze giovanili o di episodi riconducibili esclusivamente a problemi disciplinari, parliamo di veri e propri atti di violenza che vedono protagonisti minorenni e che, in alcuni casi, producono conseguenze gravissime. L’ultimo episodio è avvenuto a Trescore Balneario, in provincia di Bergamo: uno studente ha ferito la sua insegnante di…

Quaderni operativi di Geronimo Stilton

X