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L’Invalsi ha confermato che i livelli di italiano e di matematica di oggi sono più bassi del pre-Covid

A cinque anni dalla fine della didattica a distanza, e con i dubbi ancora presenti sulle conseguenze della crisi energetica, la scuola italiana continua a fare i conti con gli effetti della pandemia del 2020. A dirlo sono i dati delle prove Invalsi 2025, elaborati su base provinciale dal Sole 24 Ore link esterno, che mostrano un peggioramento dei livelli di competenza in italiano e matematica rispetto al 2018/2019, cioè all’ultimo anno scolastico prima dell’emergenza Covid.

Il dato più preoccupante non riguarda soltanto la dimensione geografica, anche se il divario fra Nord e Sud continua a rappresentare una costante del sistema scolastico italiano, ma soprattutto la natura strutturale del problema. Quasi uno studente su due conclude il primo o il secondo ciclo di istruzione senza aver raggiunto i livelli di apprendimento considerati adeguati nelle due discipline fondamentali per la prosecuzione degli studi e per la partecipazione alla vita sociale e lavorativa. E non solo.

Guardando i dati dell’elaborazione condotta dal Sole 24 Ore, emerge un quadro abbastanza chiaro. In quinta superiore, nel 2018/2019 gli studenti che raggiungevano i livelli di apprendimento attesi in italiano erano quasi il 65%, mentre per la matematica il dato era del 61,5%. Nel 2024/2025, anno dell’ultima rilevazione Invalsi, le due percentuali scendono rispettivamente al 52,7% e al 50,7%. Un calo molto significativo, che coinvolge entrambe le aree disciplinari.

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In altri termini, oggi uno studente su due termina la scuola secondaria di secondo grado senza possedere competenze adeguate nelle due discipline di base del percorso scolastico. Il fenomeno riguarda anche la scuola secondaria di primo grado, benché in maniera meno accentuata, con una diminuzione di circa il 6% rispetto all’ultimo anno precedente alla pandemia.

E persino l’università risente del problema, dal momento che le fragilità negli apprendimenti di base tendono a riflettersi lungo tutto il percorso educativo e formativo. Il tutto in un Paese che si colloca già al di sotto della media europea per quota di giovani laureati e in cui continuano a riproporsi, ancora una volta, le storiche disuguaglianze territoriali fra Nord e Sud.

Peggiora il Nord, ripresa al Sud

Uno degli aspetti più significativi dell’analisi riguarda proprio il persistente divario tra Nord e Sud Italia, anche se accompagnato da alcuni segnali inattesi. Partendo dai dati Invalsi, le competenze in italiano e matematica risultano mediamente più elevate nelle province settentrionali, con Lecco che si colloca al primo posto della classifica nazionale per entrambe le discipline.

Il problema, tuttavia, riguarda ormai anche molte grandi città del Centro-Nord. A Milano, per esempio, nel 2018/2019 la percentuale di studenti con una preparazione adeguata superava il 75%. Nel 2024/2025 è invece scesa sotto il 60%, con un calo di circa 15 punti percentuali, molto simile a quello registrato in città come Torino, Genova, Venezia, Bologna, Firenze e Roma.

Questo peggioramento diffuso dei dati provinciali e cittadini ha contribuito a ridurre il divario con il Mezzogiorno, anch’esso interessato da un calo generalizzato rispetto all’ultimo anno pre-pandemia. Il gap fra Nord e Sud continua quindi a esistere, ma si è ridotto anche per effetto del peggioramento registrato nelle aree tradizionalmente più forti del Paese.

Il secondo elemento che sorprende gli analisti riguarda invece alcuni segnali di miglioramento provenienti proprio dal Sud Italia. I pochi casi di crescita rispetto al 2018/2019 si concentrano infatti quasi esclusivamente in province meridionali. Caserta, Benevento, Reggio Calabria e Agrigento registrano risultati migliori in italiano, mentre in matematica si aggiungono anche province come Vibo Valentia, Cosenza e Crotone.

La coperta corta della scuola

Non si tratta di una rivoluzione del sistema scolastico, come è evidente, ma di un segnale comunque significativo, perché dimostra che interventi mirati e continui possono produrre effetti concreti. Il problema, tuttavia, riguarda anche un altro aspetto centrale della situazione: la dispersione scolastica.

Dagli anni in cui era superiore alla media europea, la dispersione si è ridotta sensibilmente, con un tasso di abbandono scolastico precoce che nel 2025 si attesta all’8,2%, al di sotto della media UE del 9,1%. Tra il 2023 e il 2025, insomma, circa mezzo milione di studenti è tornato all’interno dei percorsi scolastici e formativi. Ma con un numero maggiore di studenti in classe, soprattutto provenienti da contesti socio-economici fragili o a rischio di esclusione educativa, è naturale che anche i risultati medi complessivi possano abbassarsi.

È la classica “coperta corta” della scuola: ridurre la dispersione è un obiettivo corretto e strategico e, da questo punto di vista, Valditara ha motivo di rivendicare il risultato ottenuto. Allo stesso tempo, però, si abbassano i livelli medi di apprendimento e si riducono le aree di eccellenza scolastica.

Cosa significa tutto questo?

Che emerge il quadro di un sistema scolastico complesso, in cui le competenze degli studenti risultano ancora lontane dai livelli precedenti alla pandemia e continuano, in molti casi, a diminuire. I dati sulla dispersione scolastica, insieme ai segnali positivi registrati in alcune province del Sud Italia, mostrano tuttavia che invertire la tendenza è possibile. Servono però investimenti strutturali, continuità educativa e politiche di lungo periodo, capaci di garantire alla scuola il tempo e le condizioni necessarie per svolgere davvero la propria funzione formativa.

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